VIVER NAO CUSTA

Portogallo, Settembre 2017

 

Giorno 1

“Nunca mais”

 

– The secret is, not to give a fuck

– And do you think one day you will ever give a fuck?

– When you choose to live this way, you just have to hold your grip on it.

Un frammento di conversazione etilica dalla notte di Galway, l’ultimo viaggio prima di questo, il primo vero viaggio: mi è rimbalzato in testa finora, fin da quando ho deciso di ripartire per il Portogallo. Forse troppo presto, forse troppo a caso, forse solo per fuggire un po’, di nuovo, dopo un’estate impegnativa.

Portogallo. Un idea che mi aveva affascinato la bellezza di otto anni fa, quando avevo scelto Lisbona per l’idea che avrei visto l’Oceano, la fine del Vecchio Mondo. Poi alla fine non l’avevo visto, o meglio, non c’era stato il fatto di stare su una distesa d’acqua alla cui fine avrei saputo esserci l’altra metà del mondo. Ho recuperato questa mancanza cinque mesi fa, a Dunquin, una vita, due, tre vite dopo quel 2009. E così quando ho deciso di ripartire per qualche giorno, prima di esaurire davvero soldi e possibilità, la scelta è tornata sull’Oceano e su quel Portogallo che per primo avevo scelto per volare all’estero.

Capita. Come capita di innamorarsi, inspiegabilmente, magari in modo sbagliato, in modo improvvisato come una partenza.

Uno crede di desiderare la solitudine, e forse la desidera davvero, stando a quello che combina nella vita per scappare ogni volta si prospetta un nuovo legame di quelli seri, di quelli di coppia. Eppure fin da quando ho scelto questa strada, oltre un anno fa, il discorso è sempre stato tutto lì. Relazioni e solitudine. Come se per me fosse in realtà tutto lì. Come se nel mondo fosse tutto lì.

Comunque sia, si tratta di tenere la presa. Di non voler smettere di stupirsi e stupire.

(perchè c’è un vecchio nudo nella mia stanza di ostello?).

Comunque sia, Portogallo.

Nuova partenza. Forse l’ultima, in questo modo da backpacker solitario? Me lo sono detto ieri sera, con lei a fianco, ma chissà se era per l’ebbrezza del momento, per una sorta di stanchezza o di paura.

Vedremo insomma. Per ora, la strada chiama ancora. E chiama solo me.

Il viaggio fino all’aeroporto di Bergamo, con sveglia molto prima dell’alba, è andato liscio nonostante stavolta l’ansia per le prestazioni della Punto fosse forse fin troppa. E l’ansia di perdere cose, di fare danni.. Ansia. Una delle prime cose che ci trasciniamo alla partenza, accumulata nella cosiddetta vita di tutti i giorni, ed anche una delle prime cose che perdiamo, una volta partiti. E’ uno degli effetti positivi di partire ogni tanto.

Arrivo all’aeroporto, e nonostante mi abbiano pure modificato la viabilità per rendermi più complicato arrivare al parcheggio, vi arrivo, e arrivo al check In

Non molto altro da dire sul viaggio, se non la dannata coppia di pomiciatori portoghesi (ho supposto novelli sposi) che mi hanno disturbato col loro schifoso schioccare periodico di labbra meritandosi una piccola meme di Robert Downey Jr annoiato sul mio bloc.

Arrivato a Porto, opto per la metro per raggiungere il centro: tanti italiani in zona, una città che mi lascia una bella impressione con le sue periferie bianche dove vedo persone sorridere, giocare e fare cose da vita di tutti giorni o vecchio film neorealista con panni stesi.

Stephanie. Conosciuta con Couchsurfing, tanti dubbi. Chi sei, cosa vuoi, cosa devo pensare da questo contatto per caso? Viaggi di una mente troppo solitaria, che da troppo poco ha deciso di uscire dai contatti e dai modi di fare di una vita freddamente sedentaria.

Prima di capire se Stephanie esistesse davvero o no, c’è stata la ricerca di un posto dove stare, trovato nel giovane bar con camere annesse Nice Way, centralissimo; e un vagare a caso alla scoperta di questa città.

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Porto, Portugal.
2.1
Il blocco nero, la cartina del paese, una birra. Si parte.

 

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Arrivato al Douro, il fiume che divide la città gettandosi nell’Oceano (di nuovo, Oceano), sotto il bel ponte Luis I sullo sfondo, un bell’attimo di riflessione su se’ stessi, fino a scorgere una fenice di nuvole sopra la città. Pensieri di rinascita, di seconde possibilità.

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Fenice in volo sopra Porto.

 

Una camminata a fianco del fiume: qui giovani che suonano, che ballano in strada, turisti, una bella atmosfera. Questa città mi lascia una buona impressione fin da subito, nonostante quel senso di smarrimento che ancora sento.

Per abbattere questo smarrimento, per stare vicino all’oceano e probabilmente anche per stare meno vicino alla gente, decido di noleggiare una bicicletta e seguire la costa, mentre inizia a calare il tramonto.

Durante il ritorno in centro Stephanie si fa finalmente viva: restituisco a barca, affronto la terribile salita a scalini dal fiume all’imbocco del ponte Luis I, una doccia, e fuori.

Stephanie era davvero ad aspettarmi nel bar che mi aveva scritto. Mi ha proposto una serata di language exchange in un posto vegano, Casa da Horta, gestita da un’associazione con cui collabora: e così mi trovo l’unico italiano nel locale, a parte Matteo di Torino che vive qui da tre anni, in mezzo a un gruppo eterogeneo di portoghesi che vogliono imparare l’italiano. Una coppia con bambino, una simpatica anziana di nome Virginia dall’America, Antonio con la camicia e i suoi 52 anni, e poi tre ragazze ed un ragazzo che si uniscono all’ultimo.

Sono giovani studenti o lavoratori, a 31 anni Joanne possiede un marchio di design, Vanja fa l’infermiera da anni, l’altra di 27 anni di cui non ricordo il nome lavora nel marketing. Traduciamo passo passo “Il mio nome è mai più” di Ligabue (!), che si traduce più o meno “Meu nome è nunca mais”, e mi rendo conto, grazie anche ai costanti consigli e dritte di Stephanie, che il portoghese è veramente difficile.

Parlando un po’ di tutto, della vita, del lavoro, degli impegni, da Antonio imparo un proverbio che si dice da queste parti: “Viver não custa, o que custa é saber viver.”

Vivere non costa, quello che costa è saper vivere.

Mi piace. Mi piace molto.

Cercando di abbattere la mia timidezza che stasera mi è tornata a fianco più forte del solito, e alla stanchezza che sento, alla fine usciamo. E’ stata una giornata lunga,con sveglia in piena notte, ma sono soddisfatto di questa serata che mi ha lasciato dei bei spunti di riflessione. Matteo mi saluta dicendo che qui, non si vive male: lui ha infatti deciso di rimanerci.

Stephanie mi accompagna fino all’ingresso dell’ostello, è bello parlare con lei: accenniamo di politica, di crisi, di essere giovani oggi… Credo abbia un carattere e una visione molto interessanti, mi trattengo, non so bene perchè ma forse per non crearle un imbarazzo inaspettato, dal proporle di bere qualcosa al bar dell’ostello prima di salutarci; non so, forse uno scrupolo inutile. Comunque sia, spero sinceramente di incontrarla di nuovo sabato, prima di dover ripartire.

E così siamo arrivato al bar dell’ostello, con il primo bicchiere di Porto che finalmente riesco a assaggiare, prima di andarsene a dormire per mettere insieme qualche ora di sonno: domani mattina si noleggia la macchina, e poi chissà. L’idea è di puntare a nord, Braga, e nella zona farsi una scampagnata nel Parco nazionale di Geres.

Ho voglia di montagne, di solitudine, di spazi di riflessione.

 

Giorno 2

“Libertà e solitudine”

A chi non conosce i chilometri le facce sfatte gli alberghi sporchi i sogni mancati i treni persi le ore vuote…A chi è come sarei diventato io se per un pò di paura in meno avessi scelto di non rischiare mai. 

(Lo Stato Sociale, c’eravamo tanto sbagliati)

Il secondo giorno è quello in cui la paura e il disagio, del tipo “ma che ci faccio qui, ma quante cose possono andare storte” lasciano pian piano il passo al viaggio e alla sua mentalità.

In queste piccole fughe da persona troppo povera per fare viaggi lunghi, anche nell’arco di una manciata di giorni può nascondersi un’esperienza nuova. Formativa, se vogliamo

Il panico è stato ovviamente quello legato al noleggio: non solo non mi accettano inizialmente la carta di debito, ma subito dopo finisco su un’autostrada senza avere richiesto di inserire questa specie di Telepass che usano qui nel noleggio.. Insomma, cosa accadrà qundo dovò pagare? Senza un navigatore, l’idea iniziale è puntare a Geres ma finisco a Guimaraes. Troppo preoccupato per questi pensieri per potermi godere la città e andare al castello, deciso di lasciarla perdere e puntare direttamente a Geres da lì. Maps.Me sul tablet mi ci fa risalire attraverso strade nazionali che attraversano piccoli paesi in salita, e allora sì che inizia a girare come vorrei.

Arrivo quasi a Geres, dopo il ponte sul fiume che arriva alle montagne mi fermo per pranzare (la fame mi accompagna spesso, in questi giorni in cui mi fermo soltanto quando il mio corpo me lo chiede). Sul Rio Cavado, un primo momento in acqua per rinfrescarmi, prima di puntare a Geres senza più affidarmi al navigatore.

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Rio Cavado, Serra do Geres

Ovviamente subito non capisco dove dovrebbe iniziare questo Parque National, continuo a salire per tornanti verso le montagne, fino a raggiungere nientemeno che il passaggio in Spagna con tanto di poliziotti per riscuotere il pedaggio: chiedo a loro se posso lasciare l’auto lì per camminare, e finalmente mi avvio ai crinali.

I crinali, però, sono irraggiungibili: o meglio, ci arrivo vicino ma sono circondati irrimediabilmente da sterpaglie, devo accontentarmi di rimanere su quella specie di sentiero di sentiero: comunque ottime viste e una grande esperienza, con la possibilità di affacciarsi direttamente sulla Spagna.

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Serra do Geres

Ormai è pomeriggio, e non mi importa poi più tanto di trovare una sistemazione per stasera: in fondo, ho pur sempre una macchina.

Mi sto lasciando andare, semplicemente, alla ricerca di panorami, di strada, di cielo.

Sulla via del ritorno inizio a seguire per una cascada, Cascada do Arado, e vi arrivo dopo tanti altri tornanti su una strada stretta: lasciata la macchina dove inizio a incontrare sempre più persone in costume che risalgono, finalmente arrivo alla cascata.

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Cascada do Arado, Parque Nacional da Peneda Gêres

Ci cammino lontano,e la vista di ragazzi che si tuffano liberamente nonostante non vi sia molta acqua, mi conquista e mi fa venire voglia di imitarli. Risalgo per non pensarci fino alla valle al di sopra della cascata, dove passa il fiumiciattolo prima di trasformarsi in quella cascata, e trovo uno specchio d’acqua riparato: sono completamente solo in questa valle dove il sole sta tramontando, non ci sto tanto a pensare su, mi spoglio e mi lascio andare in quel piccolo laghetto.

L’acqua è fredda ma nonostante l’ombra, per quel poco tempo che ci sto la trovo meravigliosa: è limpidissima. Mi asciugo alla bene e meglio con la maglietta, prima di ripartire verso Geres.

Mi sento bene.

Sulla strada del ritorno, mi fermo in un bellissimo posto panoramico che guarda a sud ovest, sulla vallata e sul fiume. Sta cominciando a tramontare, e da qua il panorama è sempre più bello.

Discendendo senza una vera meta, incrocio un campeggio, entro e chiedo se posso rimanere con la sola macchina. Me la cavo con dieci euro.

Sistemazione per la notte trovata, ridiscendo fino al lago dove mi godo il tramonto, iniziando a scrivere a casa qualche messaggio giusto per far sapere agli altri che siamo ancora sotto lo stesso cielo.

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Decido di concedermi una cena nel ristorante affacciato sul lago: con poco più di dieci euro tacchino alla griglia e due birre (la cerveja qui costa poco), e nel mentre ascolto il dialogo sul matrimonio tra una coppia anziana austriaca e una coppia giovane di Porto.

Finita la cena (la macchina deve essere in campeggio entro le 23) faccio un altro salto al punto panoramico in notturna, prima di rientrare. Al bar della reception chiedo una birra ed ora eccomi qui al tavolino, con un leggero vento.

Di lavarmi non ho voglia nè bisogno, dopo quel bagno improvvisato; non mi resta che raggiungere la mia postazione e vedere se riesco a dormire nella mia prima notte in auto.

Questo parco è stato una grande scoperta mi era stato consigliato da Stephanie. Natura e isolamento come speravo, ma anche gente intorno, e poi boschi, acqua e un senso di libertà generale, come ho capito da quei ragazzi in mezzo alla cascata indisturbati.

Posso dire che alla fine del secondo giorno, il viaggio ha ingranato e con esso quel sentimento di pace che mi accompagna in certe esperienze. Pace nel senso, di non preoccuparsi troppo di nulla

La birra è quasi finita. Ascolto un po’ di musica online. Scelgo “Rockstar” di Appino.

Non è niente, è solo che non voglio morire qui.

Domani? Oceano, credo. Viana do Castelo, cerchiamo di arrivarci senza autostrade e senza danni. Poi magari faccio un pò più il turista restando fermo e sulle spiagge, che l’oceano ha sempre il suo fascino su di me. E poi chissà.

 

 

Giorno 3

“Nomi sulla sabbia”

 

In macchina sono riuscito a dormire anche tanto, nonostante qualche sveglia ogni tanto per il mal di collo: prima dell’ultimo risveglio ho fatto un sogno bellissimo dove salvavo la vita a una ragazza salvandola dall’annegamento.

Come prima cosa appena sveglio, mi concedo una passeggiata lungo il fiume e i sassi vicino al campeggio, con una rinfrescata nell’acqua che mi basta per lasciare perdere l’idea di una doccia.

Caffè e brioche per colazione, e intanto mi studio un pò la mappa per capire dove vorrei finire oggi: dopo molto riflettere la scelta decisiva ricade sul risalire ancora lungo i monti al confine con la Spagna, e puntare al forte antico (XII secolo) di Castro Laboreiro.

Parto. Il navigatore segue la semplice logica che la strada più breve nella teoria è sicuramente la consigliabile, per cui mi trovo diverse volte a attraversare in salita paesini in sasso su strade fatte ci ciottoli (l’equivalente portoghese, ho supposto, delle nostre carraie appenniniche): così, tra momento avventurosi e dubbiosi e tornanti vertiginosi, pian piano continuo a farmi strade su per queste montagne piene di sassi enormi e bei panorami.

 

In preda alla fame, a pochi chilometri ormai da Laboreiros (in una terra sempre meno frequentata) mi fermo a Peneda, dove scopro esserci il santuario di nostra Senhora de Peneda, con una lunga scalinata per pellegrini in salita, e un mercato che se ho capito bene aveva qualcosa a che fare con la Romania. Faccio un attimo il pellegrino risalendo gli scalini e entrando nella chiesa, poi mi prendo un cachorro (panino con wurstel e prosciutto cotto) e una pagnotta al mercato da una signora dell’Est dall’aria simpatica, e riparto.

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Santuario di nostra Senhora de Peneda. Mercato dall’aria nomade dall’Est Europa in questo luogo di pellegrini sulle montagne del Portogallo.

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Alla fine Laboreiro è proprio un paesino sperduto con qualche struttura turistica semplicemente per il fatto che c’è il castello: che alla fine sono un pò di sassi rimasti sulla cima di un dirupo. Affascinante, pensare che nove secoli fa non solo un popolo viveva tra queste terre rocciose, ma aveva anche bisogno di fortificarcisi dentro.

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Castro Laboreiro

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Dopo la risalita al castello, con un panorama molto suggestivo tra Portogallo e Spagna, è ormai pomeriggio inoltrato ed è il momento di rimettersi a cercare l’oceano: che raggiungo molto agevolmente (dopo la salita per paesini e monti nulla sembra spaventarmi). Il mio punto d’arrivo per oggi è Caminha, paese sulle spiagge da cui si vede vicinissima la Spagna dall’altra parte del Rio Minho.

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Caminha. La Spagna a solo qualche chilometro d’Oceano.

Qui ho trovato un altro campeggio per stare con la macchina: domani, comunque sia, spero di trovare un ostello perchè sono un pò stanco non tanto della macchina, ma della gente che frequenta i campeggi, il che significa, in questa stagione come in più o meno tutte, decine di tedeschi sempre super-attrezzati quanto silenziosi.

Con queste perle forse leggermente razziste, nel frattempo arriva il tramonto, che mi godo completamente sulla spiaggia dell’Oceano.

L’Oceano. Punto d’arrivo sempre, ne subisco il fascino e mi spinge a riflessioni e a un senso di pace.

 

Sulla sabbia ho scritto davanti a me tre nomi.

Le persone che, negli ultimi anni, ho amato.

Credo di poterlo dire, che sia così insomma. A ognuna di loro, per quanto legata sempre a momenti così diversi tra loro, devo molto.

Nel frattempo, da oltre un anno continuo a fuggire ogni volta possibile, a cercare una vita solitaria e raminga come questa. Qualcuno ne ha fatte le spese. Non ero ancora pronto a tornare indietro da dove sono ora.

Cosa accadrà ora non lo so. Di certo ho vicino chi è abituato da settimane a non aspettarsi nulla da me.

Però forse sto iniziando a capire che esiste un altro tipo di coraggio. Io che conosco solo il coraggio di andare via, di finire lontano e cambiare. Di deludere e sparire.

Forse ci vuole più coraggio nel scegliere di restare. Di tenere duro.

Ci vuole coraggio per volere bene.

Pronto a un’altra notte a dormire fatto su sui sedili dietro.

Domani? Forse bagno al mattino nell’oceano, poi scendo a Viana do Castelo.. E magari se la trovo una bici a noleggio per andare avanti e indietro liberamente per la costa.

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Giorno 4

“L’impostore”

 

Il Portogallo, mi piace. Anche se non è facile capirlo velocemente, almeno questa zona. Qui da quanto vedo non importa tanto se sei un turista, diciamo anzi che non importa tanto che i turisti ci siano. I viaggiatori di questa zona sono, da quanto ho visto, tedeschi in campeggio, famiglie o coppie, e camminatori di Santiago. Di solitari, di persone capitate qui per caso, per ora non ne ho incontrati.

Oggi sono arrivato a Esposende, dopo una tappa a Viana do Castelo per salire sul famoso santuario di Santa Lucia che è affacciato sul panorama della città e dell’oceano.

Giornata di tentativi, di strade prese e abbandonate, di direzioni cambiate, di ripensamenti repentini.

Tutto sommato non tanti chilometri fatti con l’auto, una fetta abbastanza piccola di Portogallo tra Caminha e Esposende.

Due certezze le avevo: volevo una mountain bike a noleggio, e un ostello o albergo per dormire su un letto, prima dell’ultima, lunga giornata che sarà domani. Prima ho tentato a Viana, dove ero sicuro di trovare entrambi, ma dopo averla vagata senza successo, dopo la salita al santuario (una coppia interessante sull’elevator, entrambi con tanti braccialetti dai posti dove immagino siano stati, e lui con una birra da 66 o 75 cl in tasca) ritorno all’auto e decido di puntare su Esposende per i miei obiettivi.

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Viana do Castelo, Santuario di Santa Lucia

La bici la trovo subito, con l’ostello nel centro della cittadina sono meno fortunato: pieno, probabilmente di camminatori per Santiago che inizio a incrociare spesso da queste parti.

Decido di proseguire con la bici, con l’idea di continuare intanto a cercare una sistemazione.

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Tra i campi di Esposende

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Prendere direzioni a caso con la mountain bike mi fa ritrovare lungo una salita ripida lungo un monte dove si taglia legna: i pochi corsi di mtb fatti mi servono a affrontare la discesa alla meno peggio, dopodichè decido per fare tappa all’Oceano. Resto un momento, asciugamano e zaino vicino, in una bella spiaggia battuta dal vento, poi di nuovo in sella per la ricerca di un tetto, ormai rassegnato alla prospettiva sempre più reale di finire ancora in un campeggio in mezzo ai tedeschi.

 

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Sosta sull’Oceano

 

L’albergo San Miguel è ovviamente pensato per i pellegrini, scarpe di varie dimensioni all’ingresso, un unico dormitorio con brande a castello, e ovviamente tutti i posti occupati ora che sono ormai le 18. Il ragazzo del banco però mi propone un’alternativa in un albergo vicino per 25 euro, la prendo. Mi chiede se voglio un taxi, e in quel momento devo rivelare la verità su di me, falso pellegrino: nonostante lo zaino in spalla, non sono un pellegrino ma ho una macchina. Che impostore!

Ritorno a Esposende per restituire la bicicletta e recuperare la macchina, poi via alla ricerca dell’albergo. Non prima, però, di essermi scattato una foto per immortalare la mia brevissima vicenda da pseudo-camminatore di Santiago.

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Esposende. Camminatori di Santiago e un impostore con l’auto.

Nel paesino, Sao Joao, vicino all’albergo dovrebbe esserci un menhir storico, decido di farla questa piccola sosta: il menhir è un sasso, anche piccolo, pieno di muschio nel mezzo di una collina a sua volta nel mezzo di un quartiere residenziale.

L’albergo sembra uscito da una qualsiasi provincia degli anni Ottanta, e proprio per questo, lo ammetto, mi affascina: oltre al solito parquet verde, i mobili in uso decenni fa, vecchi televisori, ho una stanza mia, per 25 euro, con bagno e tanto di vasca!

Mi sento l’uomo più coccolato del mondo, dopo le ultime due notti: mi concedo un bel bagno in vasca, lascio vagare il corpo e la mente, e poi via verso Esposende in cerca di un ristorante e di vita sociale.

Alla fine ne esco abbastanza deluso. Cena, un triste salmone affumicato e affogato da troppe patatine secche, in un locale che ha tutta l’aria di un bar a cui per sbaglio hanno aggiunto la cucina.

Dopo cena, si prosegue per il lungomare di questo paese, ma l’unico posto con un pò di vita nelle vicinanze si rivela essere un locale fighetto con colonne di fiamme (quelle sono le prime a avermi attirato, in questa sera di settembre già più fresca del solito), vino in bottiglia e cocktail. Finito il sigaro della passeggiata, entro e opto per un cocktail a base di Porto e fragole. Non male dai, mentre sosrseggio osservo le mappe per farmi un’idea su domani, ultimo giorno su queste strade portoghesi.

Ragiono, su me, sulla vita, sui ruoli prestabiliti che ci scegliamo o ci capitano, tipo “professore di provincia con le pezze sui gomiti del golf” o “giornalista corrispondente di provincia con mire letterarie che scrive di sagre e personaggi”; su come non vorrei rientrarci, sulla gente e i ruoli che accetta, sulla paura che li fa accettare, su un sospetto di generale, semplice odio verso il prossimo.

Non una delle mie sere migliori, lo ammetto.

Pago alla cameriera sorridente e gentile il cocktail, ritorno alla macchina, e alla stanza ampia e chiusa dell’albergo.

Domani si deve girare, di nuovo, il più possibile, si spera,ma attenti anche a non rovinarsi o farsi sfuggire l’orario per restituire l’auto.

Dopo questi giorni solitari, non mi dispiacerebbe domani sera un’uscita più socievole e interessante, sperando nella vocazione più internazionale e meno provinciale di Porto rispetto a queste lande.

 

 

Giorni 5/6

“Hangover reggae”

 

Ricordo postumo.

La gente.

Non ci posso fare tanto, da questa vacanza ho guadagnato soprattutto del nichilismo in più verso la gente. Non tutta ovviamente, e probabilmente è un sentimento favorito dall’ultima ora in aeroporto prima di partire. Però tutto sommato è stato davvero un viaggio molto solitario, per scelta, tra posti sperduti o terribilmente provinciali.

Provincialismo.

Uno parte per sentirsi figlio del mondo e finisce spesso col pensare al provincialismo di posti e persone. Anche questo, tutto sommato, vuol dire essere figlio del mondo, penso.

L’aereo è in partenza, non è ancora l’alba a Porto.

Dovrei smetterla di arrivare ubriaco in aeroporto di notte. Prima o poi potrebbe essermi dannoso.

Alle 5 mi sono svegliato spiaggiato sulle sedie di un caffè dell’aeroporto senza nemmeno ricordarmi di avere messo la sveglia sul cellulare secondario, quello che uso da sveglia. Non male, Matteo!

Stamattina mi sono svegliato nell’albergo vicino Esposende, disteso lungo la diagonale del letto a due piazze per godermi finalmente una superficie morbida dopo queste due notti in auto: nessuna colazione in albergo, il ristorante è chiuso da oggi in poi, per cui si riparte, alle 10. Una meta, Porto, e nessuna tappa prestabilita.

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Ultimo giorno. Strade da scegliere e saudade.

Che dire di oggi come giornata di viaggio? Ho vagato, per la maggior parte senza meta. Con piccoli obiettivi di volta in volta, dall’Oceano all’entroterra e poi intorno a Porto, prima di restituire la macchina. Paesi, fiumi, strade in salita o in discesa.

Volevo raggiungere un santuario sulla cima di una collina solitaria circondata dal bosco. Salvo scoprire che la strada a tornanti era chiusa a causa di una dannatissima gara o qualcosa di simile. Deciso a non tirarmi indietro e con molta poca cognizione, ho optato per raggiungere la cima tagliando dritto per il bosco, ma ho dovuto desistere una volta trovatomi circondato da sterpaglie a saltare da un grande masso all’altro nel mezzo del bosco.

Ho visto il castello di Guimaraes, da cui sono ripassato. Ho scambiato qualche parola con una zingara nel parcheggio, e ho deciso di fare anche il giro dentro al castello, una bella fortezza con una storia affascinante.

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Castello di Guimaraes.

Poi strade a caso, guardando cartina, navigatore o bussola, per la maggior parte per evitare le autostrade; un pranzo sul fiume Douro a Marco de Canaveses, e poi le ultime tappe fino all’aeroporto.

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Pausa a Marco de Canaveses. Pescatori, nuvole.

Restituita la macchina, tutta intera, ritorno in centro a Porto, dove per prima cosa cerco un vicolo nascosto per cambiarmi in pantaloni lunghi e maglietta dalle maniche lunghe.

Sotto al ponte Luis I, su cui ho fatto alcune foto al tramonto che mi piacciono particolarmente, c’è una festa reggae. Mangio e bevo vino lì vicino,un’ultima passeggiata lungo la ribeira e poi mi unisco letteralmente alle danze. Forse ho scoperto che il reggae è il mio genere, oppure ho scoperto che quando sono in viaggio mi faccio meno problemi rispetto alle discoteche delle nostre parti, e ballo tranquillamente. O forse era solo la voglia di contatto umano, dopo questi giorni da eremita.

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Porto.

Bevo birra, questa Super Bock di scarsa qualità ma che vendono a prezzi stracciati, mentre continuano a mettere musica e cantare reggae; a un certo punto capisco di essere al limite dell’ubriacatura, e che mi conviene incamminarmi, prima di finire male e perdere l’aereo.

Arrivo con la metro fino alla stazione Trindade, ma lì grazie a dei poliziotti capisco che non ci sono più tratte per Aeroporto; esco, senza la minima idea sul da farsi ma non abbastanza presente per rendermi conto della situazione in pieno, e per fortuna arriva proprio in quell’istante un bus per l’aeroporto.

La mia fortuna in viaggio continua ad essere straordinaria quanto immeritata.

Arrivo, metto tre sedie in fila a un caffè chiuso in aeroporto, e collasso. Power off.

Mi risveglio sul suono della sveglia (che avevo messo??), mi lavo la faccia e vado al gate.

Nell’attesa osservo svogliatamente e insofferentemente una famigliola bergamasca davanto a me in coda: lui in camicia, nervoso, lamentoso, con la fidanzata imbronciata, che cerca di piacere a tutti i costi ai genitori di lei al punto da andarci in vacanza: non lo invidio per quei genitori, lui con l’aria da industriale di seconda mano intristito e antipatico e lei piccola, stanca, preoccupata, imbronciata come la figlia.

Non riesco a definire questo hangover pessimista con cui salgo sull’aereo. Sul taccuino troverò deliri sulle coppie che osservavo mente bevevo solitario sul fiume questa sera, e altri scarabocchi fuori controllo.

Sono partito senza sapere bene cosa mi aspettassi dal Portogallo, da me, e ho avuto quello che desideravo: paesaggi, solitudine, libertà, tempo per riflettere e guardarmi dentro.

Ma non sono sicuro che mi sia piaciuto tutto quello che ho visto.

Me ne ritorno con tutti i problemi irrisolti con cui ero partito.

Ecco, forse è questo ciò che avevo bisogno di capire. Che fuggire e basta non serve a nulla. Che esistono altri tipi di coraggio, e di sfida.

Si parte, finisce qui. Inizia l’alba, spengo il tablet e mi lascio andare sul sedile mentre vedo Porto, questa città che mi ha visto insegnare italiano e ballare, che ha messo a nudo le mie contraddizioni, farsi sempre più piccola.

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Arrivederci, Porto.

Viver nao custa.

O que custa é saber viver.

 

 

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