THE WALKER

Scozia,
10-18 settembre 2018

Non credo di essermi mai sentito fuori forma come quando sono partito per la Scozia.
Per la prima volta, all’ultimo momento con la prospettiva di partire è arrivata la paura di aver sbagliato tempo e luogo, di essere troppo stanco, ammalato, incapace per un’avventura.
Di avere sbagliato a partire.

Un viaggio non arriva mai per caso, o per obbligo. È un’occasione non soltanto per esplorare, ma anche per allontanarsi dalla vita di tutti i giorni quel tanto che basta per vederla nel suo insieme.
Recuperarne il filo.
Ed in questo caso particolare, per la prima volta da tanto tempo, quel filo mi piace.

Anche se ho dovuto camminare settanta chilometri da solo nelle Highlands per ammetterlo.

Dopo essermi lasciato dietro, per tre viaggi, chilometri e chilometri dove buttavo tutta la voglia di evadere, di rompere, di mettere più spazio possibile tra me e tutto quanto, in Scozia ho finalmente raggiunto una nuova pace con l’idea di condividere.

E con l’idea di avere almeno un buon motivo per ritornare.

Al terzo giorno di viaggio, della paura iniziale non sarebbe rimasto nulla. E sarebbe stato chiaro quanto bisogno avessi avuto di questa partenza. Per riscoprire il viaggio, con la sua filosofia che insegna che gli imprevisti accadono: e che è proprio allora che le cose possono iniziare a girare in modo diverso.
E magari, stavolta, portarsi indietro un po’ di quella filosofia.

#thebluebackpacker

THE WALKER

 

Giorno 1

“Potrebbe piovere”

Eccoci qui.
La sfida con sè stessi.
Il viaggio, il terzo viaggio di questo tuo nuovo modo di viaggiare. Anzi, un passo più in là. Qualche giorno in più.
Nessuna macchina a noleggio.
Nessuna prenotazione.
Una tenda da acquistare, se proprio.
Un percorso di più giorni a piedi.
In Scozia, nelle Highlands.
A settembre.
Da solo.
….
Eppure sembrava una buona idea, quattro mesi fa.

Quando per la prima volta ho pensato “E se il prossimo viaggio fosse in bicicletta o a piedi in Scozia?”. Stavo tornando in treno da Monaco; e soltanto due giorni lontani da casa e dalle solite abitudini, in un momento di pausa imprevista dal lavoro, mi erano bastati a progettare il prossimo viaggio ignorante.
Su quel treno, sembrava una grande idea, una grande prospettiva.
Il sapore della libertà in lontananza, quella libertà che avevo assaporato in Irlanda e Portogallo e che ora sentivo già, in un qualche modo, limitata.
Poco contava che in Portogallo fossi finito a ridurmi a uno straccio ubriaco che vagava in aeroporto, giunto lì per pura fortuna.

Il desiderio di quella libertà.

Pochi giorni dopo prenotavo questo volo per Glasgow. Non prima di avere aggiunto l’ennesimo errore ad una collezione diventata ormai troppo lunga per essere divertente, o anche solo minimamente sensata. Ma questa è un’altra storia.
Dal ritorno dal Portogallo ad oggi ho commesso probabilmente alcuni tra i peggiori errori della mia vita.
Col senno di poi, capisco che non stavo bene. Nè quando ero partito per Porto, nè quando ero tornato.
E a dirla tutta non sono per niente orgoglioso della persona che, fatti salvi i pochi giorni in Portogallo, ero e stavo diventando.
E’ successo tutto molto in fretta, a ben pensarci.
Settembre 2017. Mesi di zero prospettive e cambiamenti all’orizzonte dopo la laurea. La decisione di un secondo viaggio ignorante e improvvisato in solitaria, prima di finire i soldi sul conto. Nello stesso periodo la prima proposta di lavoro. Poi un’altra. A Parma, entrambi. La prospettiva di trovarsi un altro posto dove vivere, da solo.
Sulla cresta di queste novità erano arrivati Porto e il nord del Portogallo.

Dallo scorso settembre a oggi, in un anno e qualche giorno, ho trovato un lavoro da otto ore al giorno in un ufficio. Ho iniziato a vivere fuori casa.
Meno ore di sonno. Meno chili. Capelli trovati sulla scrivania. Stanchezza. Dubbi e bivii.

In questo, improvvisamente, un po’ inspiegabilmente, ecco la Scozia.
A maggio sembrava una grande idea.

Ma tra maggio ad oggi c’è stata in mezzo una lunga estate sì di soddisfazioni, ma anche di tanto, tanto lavoro e preoccupazioni e faticate.
Che uno ne arriva in fondo stremato e non al massimo della forma.

Infatti stamattina in aereo ci sono salito con una brutta cera. Lo so perché dopo aver intercettato alcuni sguardi perplessi e domande sospettose da poliziotti o inservienti, sul secondo volo (da Amsterdam a Glasgow, partito in enorme ritardo dopo lo scandaloso ritardo del primo da Malpensa) , sull’areo ho provato a farmi una foto, e mi sono spaventato davanti a quel viso scavato.

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Questo zaino è sempre stato così pesante?

“Vai in Scozia da solo? E perchè?”
E io non sapevo bene come rispondere, come giustificare, non sapevo definirla una semplice vacanza: né giorni fa ai miei e agli altri, né tanto meno oggi al poliziotto di Amsterdam che scrutava sospettoso e annoiato (sì, si può essere entrambi contemporaneamente) la mia carta d’identità e la patente.

E poi l’arrivo a Glasgow, con l’sms che mi avvertiva che il mio bagaglio non mi sarebbe stato consegnato. L’attesa per sapere che ne sarebbe stato. Il dubbio sul fatto di rivedere prima o poi quello zaino, che pare, a questo punto, mi sarà consegnato domattina qui a casa di Ben.

Ben, conosciuto con Couchsurfing e mio padrone di casa stanotte.
Dopo l’arrivo a Glasgow e la prima ora spesa per sapere qualcosa del mio zaino, finalmente ho deciso di uscire dall’aeroporto per cercare la casa di Ben, che nel frattempo mi spiegava come raggiungerlo a bordo dei mezzi pubblici.
Non posso dire di avere visto alcunché della città finora, perché troppo occupato a trovare dei bus giusti mentre calava il buio, e a pensare di non avere altro con me che i miei vestiti e le poche cose che ho tolto dallo zaino prima dell’imbarco.
Comunque, grazie alla gentilezza di autisti, personale, passanti trovati per strada, alla fine ho raggiunto il quartiere Shawshade e la casa di Ben, per scoprire finalmente, sulle scale verso il secondo piano, che esiste e a quanto pare non ha cattive intenzioni.
Come prima cosa mi ha offerto una birra, una lattina di Desperados che, probabilmente, dal nome si associava bene alla cera che avevo.
Ma la preoccupazione ci ha messo poco a lasciare spazio ad una nuova tranquillità. Ormai ero in ballo, ero lontano, e la paura e l’istinto di voltarmi indietro e scappare che ancora all’aeroporto di Glasgow mi attanagliavano ogni tanto, erano già spariti.Con Ben abbiamo optato per una cena in un ristorante italiano qui vicino, durante la quale abbiamo parlato di viaggi, di vita, di come si vive da queste parti.
Ben ha trent’anni, è grosso la metà di me ma racconta di essere stato molto più magro.
Ha vissuto e studiato in Francia, finché a un certo punto ha deciso di prendere e partire.
Ha sempre fatto il cameriere, con soste di mesi o anni in posti diversi del mondo, e non si è mai fermato davvero.
Vive qui da due anni, progetta un viaggio in Europa dell’Est con un camper, una permanenza in Australia, e a seguire una nuova tappa in Argentina.
Mentre passavamo in rassegna le nostre vite davanti a una pizza “Parma” lui, e un piatto di spaghetti con le polpette io, abbiamo accompagnato il tutto con una costosa bottiglia di prosecco e due ammazzacaffé scelti da lui.
Prima ancora di alzarci da tavola Ben era già ubriaco.
Curioso come con persone appena conosciute si tenda a parlare più facilmente di cose importanti, veramente importanti.

Dopo cena, mi ha chiamato la compagnia aerea per avvertirmi che il mio bagaglio è arrivato. Ben gli ha chiesto di inviarlo qui domani mattina. Per cui aspetterò la consegna domani mattina, per avere di nuovo tutto ciò con cui ero partito e da allora riprendere l’idea iniziale: prendere il primo treno da qui a Fort William, e da lì, domani o, a questo punto, più probabilmente dopodomani, intraprendere il cammino verso Inverness, lungo la Great Glen Way.

Alla fine dell’ultimo giorno, non poteva andare peggio di così per certi versi.
Per altri versi, è proprio così che dovrebbe andare.

 

 

Giorno 2

“Fantasmi”

 

Ieri sera ero a letto abbastanza presto, dopo una lunghissima e complicata giornata. Forse per questo stamattina già alle 5 ero sveglio, sempre a metà tra il troppo caldo delle coperte e il troppo freddo, ed ho deciso di usare quel tempo per qualcosa di utile. Alle 5 e mezza, avevo prenotato un ostello per stasera a Fort Augustus, e per domani a Invermoriston. Questo perchè ieri sera il mio ospite mi aveva avvertito che qui senza prenotazione non si fa nulla, e la prospettiva di trovarmi sui monti scozzesi senza nemmeno una tenda quando cala il buio non mi attira.
Qualche brandello ancora di sonno, poi finalmente, poco dopo le 8, la sveglia in cui speravo: il mio bagaglio è fuori dall’appartamento, pronto per essere consegnato.

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Ora si che #thebluebackpacker può partire.

Quando ho riavuto lo zaino sulla spalla, mentre risalivo per l’appartamento, ho sentito che le cose stavano inziando a girare.
Smanioso di dare di nuovo inizio al viaggio, ho rinunciato alla doccia di cui già avevo seriamente bisogno, ho svegliato Ben per salutarlo e darci appuntamento a quanto tra sei giorni dovrei tornare in città, e sono uscito.
La mattina è chiara, vedo del sole e l’azzurro del cielo. I primi passi verso il centro città li faccio quasi volando per l’ottimismo e la soddisfazione. Mi sono imbattuto in un bel parco accanto a un lago con cigni. Il tutto baciato dall’umido sole del mattino.
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Il centro l’ho raggiunto a piedi, in circa un’ora.
Una volta trovata Queen Street Station, sono riuscito a stampare il mio biglietto per Fort William, la prima tappa di oggi: poi, avendo un pò di tempo a disposizione, ho deciso per il primo giro libero a Glasgow in esplorazione

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Glasgow, st. George’s square. Sta per piovere. Ovviamente.

Di lì a poco ha iniziato a piovere, ma già sto iniziando ad abituarmi a questi cambi repentini.
Ho fatto un giro nel Goma, il museo di arte contemporanea della città, e per qualche minuto mi sono fatto coinvolegere dall’opera messa su video di una complicata sequenza di movimenti e oggetti che ne spostano altri causando una catena di cause e effetti, come quando Tom progetta le trappole più complicate per Jerry.

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Museo d’arte contemporanea di Glasgow

Di nuovo in strada, mi sono fermato ad ascoltare due giovani mucisiste, prendendomi un pezzo di pesce fritto che, insieme al tramezzino freddo della mia prima spesa in supermercato in Scozia, sarà il mio pranzo di oggi.
Sul treno per Fort William ho letto, dormito e osservato il paesaggio: colline, pascoli, molto verde sotto un cielo mai uguale. Piove sempre, e se non piove è solo perché sta preparandosi a piovere ancora.

 

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Le Highlands mi aspettano (?)

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Arrivato a Fort William, ho avuto poco più di un’ora per un giro in città. Il territorio comincia a farsi montano, meno persone, meno insediamenti e quelli che ci sono, più turistici e dedicati a camminatori, bikers, arrampicatori e altri sportivi.

 

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Fort William. Peccato non averti potuto conoscerti meglio.

Dopo essere riuscito a prendere anche il bus che mi ero prefissato, ormai a sera ho raggiunto Fort Augustus. Niente più che un paese, ormai, ma ho l’impressione che fino ad Inverness questo sarà l’ultimo posto diverso da un villaggio che incontrerò. Domani inizia la camminata, la sfida vera. Con i miei attrezzi, più la sacca impermeabile per lo zaino che ho deciso di comprare, con un investimento, oggi a Fort William.

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E’ già quasi sera, a Fort Augustus.

Ho trovato facilmente Morag’s Lodge, il mio ostello, e non appena arrivato ho scoperto che è molto carino, con una grande area comune e un bar ben fornito, e che è pieno di gente: qualche signore e signora, diversi asiatici, e tanti giovani.
Dopo aver fatto una minima conoscenza con i miei compagni di stanza, una coppia che stava giocando a carte al mio arrivo e un altro ragazzo silenzioso e poco socievole (come se lo fossi io), mi sono finalmente buttato sotto la doccia, e sono andato in cerca della cena in ostello, salvo scoprire che la fanno solo su prenotazione.
Mi sono accontentato così di una birra al bar, prima di rilassarmi un pò sui divani, sfogliare Internet e i depliant turistici sulla zona, e sentire casa.

Proprio stasera, mi sono imbattuto in un articolo online sul Ghosting. Hanno battezzato così l’atteggiamento, o meglio la patologia, di chi alla fine di una relazione o di un qualsiasi rapporto decide di sparire nel nulla. Senza lasciare spiegazioni, chiarimenti, senza dare la possibilità all’altro di comprendere o anche solo farsi una ragione.
Al giorno d’oggi, diceva l’articolo, è molto facile sparire letteralmente dalla vita di qualcuno. Basta staccare ogni contatto online, non rispondere, non farsi trovare. E l’assenza è amplificata proprio dal fatto che, con i nuovi mezzi di comunicazione, ognuno potrebbe facilmente contattare chiunque altro in ogni momento e da ogni luogo: perciò, scegliere di non farlo pesa ancora di più. E chi rimane dall’altra parte, senza uno straccio di motivazione o dialogo a cui aggrapparsi per superare questa fine, soffre senza soluzione di continuità.
Si tratta di una forma di patologia, un disturbo. Il ghosting tradisce l’incapacità di gestire una relazione o la fine di essa, e di prendersi la responsabilità di questa fine, mettendoci la faccia e cercando un rapporto comunque adulto.

Alzi la mano chi si sente tirato in ballo da questa impietosa descrizione: eccolo lì, il ragazzo stravaccato sul divano davanti alla finestra, si proprio tu col tablet, lì di fianco ai due giapponesi che suonano il piano. Avevi bisogno di andare fino in Scozia per guardare il tuo telefono e farti dare dell’immaturo e del sociopatico?

Eppure, è così. Sottoscrivo parola per parola. E potrei aggiungere un sacco di altri modi per definire quelli così. Ne ho pensate un sacco, in questi ultimi anni.
E ora sono qui, lontano, a far i conti per l’ennesima volta con i miei fantasmi. Solo che stavolta il fantasma sono soltanto, palesemente, io.

Ci sto lavorando, certo.
Solo due mesi fa, ho deciso di smettere. Di provare, per la prima volta, a tornare sui miei passi. Ritrovare un affetto, una luce che finora avevo maltrattato e lasciato sempre alle spalle, per rincorrere quel solito nodo alla gola che credevo vita.

Perché farsi del male, farlo davvero, porta soltanto al male. A farlo. E a non vedere più strade.
Una roba che non sapeva più ormai da tanto tempo di libertà o qualcosa di simile, ma di cerchi alla testa, vergogna e lamiere bruciate.
E io non volevo più essere quella roba lì.

Sono stanco di essere il mio fantasma.

Alla seconda birra presa al bar, ho deciso di mettermi in uno dei tavolini per riprendere il ruolo del bevitore solitario. Che evidentemente mi riesce sempre meglio, dal momento che nessuno mi ha rivolto la parola.

Guardo la mappa del lago. Faccio il punto sulla parte di Great Glen Way che mi aspetta. Tre tappe, da Fort Augustus a Inverness, avendo dovuto saltare il tratto tra Fort William e qui; e io da domani avrò ancora cinque giorni almeno. Potrò concedermi delle pause, prenderla con calma.

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è il momento di cominciare a avere un piano.

Mi sono guardato un pò intorno, riflettendo: se decidi che ti piace viaggiare solo, non dovresti sentire la mancanza di socializzazione, no? Tu che nemmeno socializzi bene a casa… Così, dopo aver finito lentamente la seconda birra, ho deciso di abbandonare il campo, che domani desidero essere fresco e attivo fin dal mattino: mi aspettano 12 chilometri di Great Glen Way fino a Invermoriston, solo un riscaldamento, rispetto a ciò che mi attenderà da lì in poi.

 

Giorno 3

“Great Glen Way”

 

Giorno 3

Finalmente tra i boschi, finalmente solo, a pensare soltanto a mettere un passo davanti all’altro. Tra le nuvole e la luce in continuo mutamento, sotto la pioggia o al sole, davanti a un panorama straordinario. Con un giorno di ritardo, ma tutto intero, e senza nessuna traccia più della brutta cera di solo due giorni fa.

Stamattina mi sono svegliato nella camera dell’ostello prima delle 7, tutto sommato una bella dormita non avendo fatto tardi ieri. Dopo aver visto che la colazione era servita dalle 7, mi sono preso con calma in tempo di preparare lo zaino cercando di fare meno rumore possibile. L’obiettivo era essere sulla Great Glen Way il prima possibile: anche se, non appena aperti gli occhi e guardato la finestra, l’atmosfera grigia e il rumore di acqua scrosciante mi avevano già un pò demoralizzato.

Certo, non potrei pretendere di camminare più di qualche ora in Scozia senza prendere della pioggia, anzi qui il modo migliore è probabilmente quello di rivedere le proprie priorità rispetto al meteo e fare sotto l’acqua quello che faresti col tempo sereno, come fanno tutti qua. Ma ancora non avevo testato questa semplice verità.

Così è stata una prima bella sorpresa uscire dalla stanza e rendermi conto che invece fuori c’era il sole, e la mia impressione iniziale era dovuta alla luce dell’alba e alla vicinanza del fiume vicino all’ostello.

Colazione dei campioni, ovviamente, per immagazzinare quanta più energia possibile, e poi tappa allo store del benzinaio sulla strada principale, per la solita scorta di tramezzini freddi, cioccolato e acqua.

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Più chiaro di così…

In quel momento però mi sono accorto di essermi dimenticato in ostello il mio cappellino di Febbio, comprato due anni fa, appunto, a Febbio in una camminata sul monte Cusna di fine autunno. Nonostante sia abbastanza inguardabile e un pò sporco, mi sono detto che lo voglio portare fin sulle Highlands, allora lo sono andato a recuperare,prima di cercare di capire dove fosse l’imbocco della Great Glen Way. Dopo un paio di tentativi incerti sulla strada, ho finalmente capito che quei cartelli e paletti azzurri con il simbolo di una specie di rombo è il logo della GGW, e da quel momento non ho più avuto dubbi.

La prima parte del percorso da Fort Augustus è stata abbastanza ripida e impegnativa attraverso il bosco. Da settimane ormai non camminavo come si deve, e l’ho sentito.

Solo quando mi sono fermato per alcune foto vicino ad una panchina affacciata sul Loch Ness, mi sono reso conto per la prima volta delle dense nuvole che avevano iniziato ad accumularsi sopra di me, andando a coprire anche l’illusione di una giornata di sole delle prime ore.

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Solo un attimo prima di voltarsi e: “Oh, no.”

Ho deciso di sfoderare l’acquisto di ieri: una sacca per zaini presa a Fort William al prezzo di 29 sterline, per assicurarmi di non bagnare mai la mia roba.

Peccato però scoprire solo stamattina sotto le prime gocce che si tratta di una semplice sacca, che non permette di portare lo zaino dal momento che non ha aperture per gli spallacci.

Avvilito, ho ripreso il cammino sperando che la prima pioggia non sarebbe stata troppo forte da danneggiare alcunché, e che gli alberi avrebbero attutito un po’ il tutto.

In quel momento la salita attraverso il bosco iniziava a farsi impegnativa, con tornanti in salita ripidi e circondati da cascate e fiumiciattoli.

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Avevo indosso giacca, maglietta, e pile (la canottiera che inizialmente avevo tenuto sotto la maglietta era già stata liquidata alla sosta fotografica dell’ultimo sole), e per tutta la camminata questi tre elementi si sono alternati in base alla pioggia, al vento, al caldo o al freddo, elementi che come ho avuto modo di imparare sono estremamente volubili da queste parti.

Quando sono uscito dal bosco e ho guardato il sentiero che proseguiva per i monti allo scoperto, splendeva di nuovo il sole.

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E finalmente, ai primi veri panorami sul lago, mi sono esaltato come un bambino.

Ero solo nel mezzo del nulla, circondato solo da monti e da paesaggio, le nuvole in continuo movimento creavano giochi e lame di luce continue sulla superficie del lago, e ogni dieci secondi mi fermavo a fare foto, preso da pura meraviglia per quello spettacolo.

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Loch Ness e Fort Augustus

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Dopo qualche chilometro così in completa solitudine, ho iniziato a incontrare altri viaggiatori che arrivavano dalla parte opposta con zaini e, loro sì, coperture adatte. Dopo avere scambiato qualche parola e indicazione con un altro solitario, ho chiesto a un gruppo di ragazzi quanto mancasse da Invermoriston: mi hanno risposto un’ora circa.

Nel frattempo erano passate solo circa due ore e mezza dalla mia partenza, e sapere di essere già oltre la metà del percorso mi ha stupito.

La via proseguiva scendendo di nuovo per il bosco.

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Si scende

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Una volta raggiunta la strada ho incrociato un ragazzo alto che usciva da un quartiere alla periferia del paese, che mi ha chiesto se andassi nella sua stessa direzione. Abbiamo camminato insieme fino a Invermoriston. Se ho capito bene quello che diceva nonostante andasse molto veloce nel parlare, devo avergli dato l’impressione di uno che sapeva il fatto suo, e avevo un aspetto molto “dry” per uno che arrivava da Fort Augustus; mi ha anche fatto i complimenti per aver scelto la strada alta, attraverso i monti, dicendo che devo essere sicuro delle mie capacità.

Ho ripensato al viso stremato che mi guardava nella foto fatta sull’aereo, e al modo in cui mi sentivo solo due giorni fa. Quando sono partito, ero tutto tranne che cosciente delle mie capacità.

Basterebbe questo per capire quanto essere venuto qui mi stia facendo bene.

Portare lo zaino non è una passeggiata, in questo momento mi fanno male le spalle e spero si rimettano un pò in sesto prima di domani; ha piovuto, poi non ha piovuto, e poi ha piovuto ancora, più volte. Ma, soprattutto dopo aver fabbricato una mezza copertura per lo zaino con il k-way tascabile da due soldi e un sasso appuntito (ora giro con il cappuccio del k-way che penzola da dietro come un trofeo, tipo Ercole con la pelle del leone.. o almeno la immagino così), ho meno timore del meteo. Certo, se arrivasse un temporale o una pioggia battente e durevole là fuori non avrei assolutamente i mezzi che fare altro da cercare un riparo e aspettare, ma se va avanti come oggi, ce la farò.

Dopo Invermoriston, un villaggio di pochi edifici su un incrocio, ho scoperto di dover proseguire ancora più di un’ora per raggiungere l’ostello, che è sulla via per Drumnadrochit: poco male, mi sono detto, è solo mezzogiorno e saranno chilometri in meno domani.

Al villaggio ho comprato la prima cartolina, e anche un piccolo portachiavi in pelle lavorata che, diversamente da come accade di solito con certe cianfrusaglie pseudo etniche, costava solo due sterline: l’ho appeso ai pantaloni a fianco della bussola, che credo che ormai non vada definitivamente più.

Prima di ripartire ho fatto un giro nei boschi per guardare le cascate di Invermoriston e i suoi ponti, e nelle vicinanze ho incontrato di nuovo l’abitante mentre sorseggiava the freddo ai piedi di un albero.

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Invermoriston, cascate

Quando mi sono rimesso sulla Great Glen Way, l’abitante (ormai questa sarà sempre la sua definizione) e la ragazza che mi ha venduto cartolina e portachiavi, credo, a prezzo scontato perchè sono ancora incapace di distinguere le monete le une dalle altre, mi hanno salutato da davanti al negozio. Per un attimo ho pensato che quei due costituissero l’intera popolazione del villaggio, e forse non sono andato troppo lontano dalla realtà.

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.. e di nuovo, si sale.

La strada fino a Arleigh, dove si trova l’ostello, era di nuovo fatta di salite e discese nei boschi, con qualche variante. A un certo momento ho seguito le indicazioni per uno “Stone seat”, e ho scoperto un bellissimo trono in sasso affacciato sul lago.

Mi ci sono seduto un attimo, pensando al popolo che l’ha costruito, e chiedendomi quando.

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The stone seat.

Un posto da re, un lugoo sacro per cerimonie e sacrifici?, o una sosta per semplici lavoratori di queste terre? In ogni caso, incuteva rispetto. Allora, forse un pò stupidamente, ho lasciato una piccola offerta a qualunque cosa dimorasse o avesse dimorato lì nelle intenzioni dei suoi costruttori.

Ho raggiunto l’ostello ancora in pieno pomeriggio. Un buon segno, significa che in una giornata piena di cammino potrò percorrere più chilometri.

Il posto dà direttamente sul lago di Loch Ness, e la vicinanza e il rumore del lago fanno subito dimenticare che dall’altra parte c’è la strada con mezzi che sfrecciano a tutta velocità.

I timori iniziali legati al fatto che si tratti di un luogo isolato sono stati cancellati dalla possibilità di comprare qui cibo da cucinarsi, birra e provviste, perciò anche per domani dovrei riuscire a mettere insieme un pranzo, o comunque a non partire a stomaco vuoto.

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Mi avevano detto che nella vita potevo diventare ciò che volevo, allora sono diventato un’immagine molto tumblr.

Non so quando ho iniziato ad essere la persona che sono oggi.

Quando sono passato dall’essere un ragazzo insicuro, timido e impacciato ad essere in grado, se non di cavarmela, almeno di mettere un passo avanti all’altro in diverse situazioni.

Sono ancora insicuro, timido e impacciato, questo sì.

Ma ho sempre stimato la figura del viaggiatore solitario, un pò misterioso, ed ora sono qui.

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Solo una foto del lago per stemperare il pippone mentale.

Ma questo, ovviamente, non è nulla.

Ci sono persone che contano su di me.

Che mi cercano.

Che credono che io possa sapere una qualunque cosa meglio di loro.

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Come sopra.

Ecco, è questo che non mi spiego tanto bene.

Che qualcuno possa trovare una qualsiasi risposta in me.

Ci sono persone che mi stimano.

E che mi vogliono bene.

Questa cosa qui, dicevo, non so quando ha iniziato a formarsi. Se due anni fa dopo il disastro della Maremma, se l’anno scorso in Irlanda nel primo viaggio da solo all’estero, oppure in questi anni di lavoro come giornalista di provincia a rapportarsi comunque con persone e situazioni diverse… Forse lo sono sempre stato, forse la mia storia è proprio questa, fin da quando mi arrampicavo sugli alberi come un selvaggio e andavo forte a scuola, da bambino.

Tutto sommato, a ben guardare, non ha importanza.

Sono in un ostello di fianco al lago di Loch ness, in Scozia. Nel mezzo di una camminata di più giorni da solo.

Domani si riprende.

Ah. Comunque il mostro l’ho visto, poi.

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!!1!1!

 

Giorno 4

“Over the Rainbow”

 

Drumnadrochit.
Drumdrandrochit.
Drum’n’drachit.
Sono due giorni che provo a dirlo, bloccandomi alle prime due sillabe, e gli scozzesi a venirmi incontro dicendomi come si dice, con l’aria di quelli a cui capita ogni santo giorno di avere a che fare con turisti ignoranti.
Comunque.

Al secondo giorno di cammino, Drumnadrochit è stata raggiunta.
Da adesso mi mancano 30 chilometri fino ad Inverness, ma li affronterò tutti insieme sabato.
Tra una prenotazione e l’altra e la scarsità di ostelli a buon prezzo, ho scelto di fermarmi qui per due notti. Perciò domani dovrebbe essere una giornata di relativo relax, e per far riposare le spalle che, nonostante abbia uno zaino di meno di 20 chili, sono già doloranti dopo due giorni.
Stamattina solita colazione da campioni al Loch Side Hostel, e poi di nuovo in strada.

(Portandomi dietro la chiave della camera. Ma questo l’avrei scoperto solo chilometri dopo.)

Mi sono rimesso lungo la Great Glen Way, attraversando un bosco di pini in salita.
Diversamente da ieri il percorso non toccava crinali, ma si teneva sempre nel bosco.

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La Great Glen Way prosegue…
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Cappellino di Febbio e aria arrogante per il secondo giorno di camminata

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Come prevedibile, il tempo ha continuato a mutare: quando si stava avvicinando la prima pioggia, mi sono imbattuto in una rientranza in roccia a lato del sentiero a dir poco provvidenziale, per sedermi e riposare un attimo, soprattutto le spalle, e sistemare sullo zaino la mia copertura di fortuna (di cui continuo ad essere particolarmente fiero). Sulla roccia, nomi e sigle tracciate a carboncino o graffiate con sassi. Ho aggiunto, piccola, sulla roccia più alta raggiungibile con due passaggi di arrampicata, “Bornisi 2018”, e sono ripartito.

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Il bosco fitto si è interrotto quando ho iniziato a incontrare i piccolissimi villaggi e gruppi di case lungo la via per Drum. Nel primo, ho seguito le indicazioni per una plottery e tea room che da fuori, con i mobili antichi, libri, oggetti di vita contadina sparsi per casa, sembrava essere molto carina. Peccato fosse però chiusa per malattia.
Pazienza.

Era ancora presto, le 11 circa, allora per un po’ ho deciso di uscire dalla via per seguire un altro sentiero che dalla collina portava alla montagna. Poco dopo il limite del bosco mi sono fermato qualche minuto, prima di ritornare.

 


Altro bosco, altra discesa, e di nuovo a fianco della strada in cemento: con la fame che cresceva, insieme ai rimorsi per non avere preso almeno una barretta di cioccolato all’ostello.

È qui che è accaduta la scoperta provvidenziale della giornata: una piccola casetta in legno a lato della strada, con bottigliette d’acqua e un cesto, e scritti alcuni prezzi per i viveri e per l’acqua. Una cassetta per i soldi completava il quadro. Meravigliato e ammirato da una simile dimostrazione di fiducia, ho preso uno dei due japstick nella cesta, un tortino di miele, noci e semi di girasole, ho pagato e me lo sono gustato.

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Seada Luis di David e Kerri, bellissima sorpresa per un camminatore affamato

Ho lasciato una dedica nel libretto verde al di sotto della presentazione: questo “Seada Luis”, così si chiamano i chioschetti liberi di questo tipo, è curato da David e Kerri, titolari di un’azienda biologica.
Grazie, allora, David e Kerri, oggi mi avete, se non salvato la vita, risollevato il viaggio sicuramente.

Di nuovo chilometri, tempo variabile che fa prima spogliare poi rivestire, mal di spalle.

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Quando è iniziata la discesa verso Drum, è apparso nel cielo l’arcobaleno, come a indicarmi proprio dove dovessi andare a finire.

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Somewhere, over the rainbow..

 

Dopo l’ultima discesa nel bosco, ecco finalmente la mia meta, nella sua valletta.

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Drumnadrochit, la meta del giorno.

Al fiume, poco prima del paese, ho lavato e medicato alla meglio, con un fazzoletto e acqua fredda, la ferita al tallone destro che mi si è aperta ieri per lo sfregare contro la scarpa.

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Domani credo mi comprerò dei cerotti, se li trovo.
L’ostello è decisamente carino, ma temo che di cose da fare nei dintorni ce ne siano ben poche. Speravo in un noleggio di biciclette per girare più spedito e più leggero domani nei dintorni, ma pare proprio non ci sia niente del genere.

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Drumnadrochit: campi, pecore, alberi…
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…. e un sacco di consonanti.

Durante questo vagare, al bar dove sono entrato per una birra d’aperitivo prima di cena ho incontrato Alin e Jenny, proprio, guarda caso, la coppia che giocava a carte all’ostello nella mia stessa camera a Fort Augustus.
Abbiamo avuto modo di parlare e conoscerci meglio. Loro si ricordavano il mio nome e non solo, mi hanno subito detto di avere trovato oggi la mia dedica al Seada Luis, quando vi sono passati in cammino dopo di me.
Lui ha 25 anni, è svedese, lei 26 ed è svizzera anche se di origini svedesi. Stanno facendo un mese di viaggio improvvisato, con tenda, fornelli e zaini pesanti il doppio del mio, in Scozia.
Lui suona in una rock band, i Jetbone: suonano in diversi Paesi, una volta hanno suonato qualcosa anche con Zucchero; lei è insegnante, ed ha un suo Festival musicale in Svizzera.
Abbiamo condiviso un paio di birre, mentre ci raccontavamo le nostre storie. Dopo esserci cercati su Facebook, Alin ha notato la mia maglietta dei Gun’s’Roses in una foto profilo di quest’estate, e quello è stato il pretesto per raccontargli di Heaven BnB, la mia creazione teatrale di quest’estate.
Poi, dal momento che poco dopo hanno prenotato per il mio stesso ostello, li ho salutati dandoci appuntamento di nuovo qui, e sono andato in cerca di una cena vera. Dando conferma, così, ad uno degli stereotipi sugli italiani di cui mi hanno parlato, e cioè che noi pensiamo SEMPRE al cibo prima di tutto.
Tra gli altri stereotipi, che, mi han detto, confermiamo sempre in pieno, c’è il nostro modo di parlare inglese e il fatto che diventando adulti diventiamo tutti uguali a Super Mario.
Sono stato sfortunato. Alla locanda che avevo puntato non appena arrivato qui, dopo avermi fatto aspettare per due ore si è scoperto che si erano dimenticati di me. Poco male, nonostante la cucina chiusa ho potuto avere una zuppa niente male, formaggi e biscotti.
Ed ora eccomi di nuovo all’ostello, con altri compagni di stanza già addormentati che forse avrò modo di conoscere o reincontrare, e forse no.
Domani giornata senza zaino, di camminate (dovendo escludere, a quanto pare, le pedalate) leggere, nei dintorni, prima del rush finale: verso Inverness.

 

 

Giorno 5

“Quello è un trabucco?”

 

Giornata relativamente da turista, a zonzo per questa valle scozzese in cerca di storia e di sentieri.

Stamattina sveglia con calma e colazione, di modo da uscire dopo le 8, con l’unico programma di raggiungere il castello di Urquhart, mezzora di camminata a fianco della strada principale lungo la baia che porta al lago di Loch Ness.

 

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Un lago, un castello. Cosa vuoi di più da un viaggio in Scozia?

Il castello è stata un’esperienza, che solo un nerd appassionato di medioevo e morto di Age of Empires II quand’era teenager come me può godere in pieno. Davanti al castello, in gran parte diroccato, la ricostruzione di niente meno che un trabucco d’assedio.
Un trabucco!

 


Ho camminato avanti e indietro per l’entrata, la cittadella e il mastio, o meglio quello che ne rimane che è comunque molto, leggendo la storia e la descrizione del castello: in posizione strategica per controllare sia il lago che la terraferma, dopo diversi passaggi e conquiste sarebbe stato definitivamente abbandonato al suo destino nel 1692, quando il cancello fu fatto esplodere per evitare che finisse in mano ai ribelli giacobiti.
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Urquarth Castle in tutta la sua medievalità.

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Fino ad accorgermi che, dopo due giorni in mezzo ai boschi senza nessuno intorno, essere circondato da turisti per lo più attempati mi stava soffocando. Quindi, dopo avere visto anche il video che spiega la storia di Urquhart in stile documentario cinematografico, ho deciso che per oggi avevo già esaurito la mia riserva di sopportazione del prossimo.

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On the road again. (foto ad alto contenuto di fascino)

 

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prove tecniche di autoscatti on the road

Sono ritornato a Drum, e da lì ho tirato dritto per i boschi dall’altra parte della vallata.
Un pomeriggio sempre tra i boschi, con la pioggia che come d’obbligo si presentava ogni tanto.

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Nel bosco di Craigmonie, come prima cosa ho raggiunto la rupe affacciata sulla vallata con il lago sullo sfondo.

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Rupe di Craigmonie, nel mezzo del bosco.

Mi è venuto in mente Alexander Supertrump, Christopher McCandles, il protagonista di “Into the wild”. Innegabile che anche per me, come per un’intera generazione, la storia di questo ragazzo che a 24 anni ha letteralmente mollato tutto per avventurarsi da solo nelle terre selvagge, sia un costante stimolo a pensare sempre alla nostra vita e a come ci rapportiamo con le costrizioni, le nostre paure, la vita che pensiamo di dover seguire e quella che invece vorremmo.
Ho ritrovato una delle sue frasi, che dice che “La felicità è reale solo se condivisa”.
Se non fosse morto, forse anche lui sarebbe tornato. Perchè era proprio quello che aveva capito, dopo aver intrapreso questa grande sfida con se’ stesso e contro tutto e tutti.
Così, da solo davanti a quel panorama, seduto sulla rupe con il mio taccuino a fianco, pensavo a questa storia, a quella frase, alla felicità che cerchiamo tutti, a come la cerchiamo, e dove.

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“La felicità è reale solo se condivisa”. Alexander Supertrump (Christopher McCandless), 1968-1992

Ritornato verso valle, ho preso il sentiero verso ovest, per raggiungere la cascata di Divach.

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Cinque minuti dopo stava piovendo. Ovviamente.

Una bella cascata, immersa nel verde, seminascosta. Qui un momento di relax, fumando: stamattina al market locale ho chiesto dei sigari, e ho trovato questi “Hamlet”: non un granchè, ma il nome mi ispirava.
To be or not to be.
Fumo sigari Hamlet e voglio arrivare al castello di Macbeth. Non male per un appassionato di teatro ,che d’altra parte in passato ha avuto modo di essere sia Amleto che Macbeth.
Ci sono persone e modi di vivere così diversi, al mondo.
Aspirazioni e desideri così diversi convivono sotto questo stesso grande cielo.
Quando sei in viaggio, incontrare persone come Alin e Jenny, e Ben, o come Virginia o Nancy in Irlanda, diventa la normalità. Eppure, la vita “normale”, quella di tutti i giorni, del posto dove sei cresciuto e a cui appartieni, sembra fatta per lo più di persone che non immagini prendere e partire, con lo zaino in spalla…
In fondo, ognuno è fatto a modo suo.
Ma qual’è il modo mio?

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Divach falls.

Verso sera sono ritornato all’ostello, e in camera ho conosciuto due nuovi arrivi: Anna, 19 anni, dalla Germania, al suo primo viaggio da sola. E BJ, dall’Essex inglese, che sta viaggiando sulla sua moto. Si aggiungono ad una coppia di ragazzi tedeschi che stanno facendo l’Interrail nel Regno Unito.
Sono uscito per un secondo tentativo di cena in un ristorante: non è andata troppo bene, dal momento che credevo di avere ordinato carne e invece mi è arrivato pesce, ma almeno stavolta ho mangiato abbastanza presto e nessuno si è dimenticato di me.
Di nuovo all’ostello, sono finalmente riuscito ad assaggiare i famosi whisky locali. Due bicchieri, mentre giocavo a carte con Anna e BJ. Ho cercato di insegnare loro briscola con le carte da poker, lei ha imparato alla svelta. E’ stato divertente.
BJ mi ha raccontato un pò del suo viaggio in India con degli amici a bordo di un Tuk-tuk, un Apecar. Fa piacere incontrare non soltanto viaggiatori più giovani: mi dà una buona impressione, questo biker cinquantenne dall’accento così marcato. Anche Anna è una ragazza divertente e sveglia. D’altra parte a soli 19 anni sta viaggiando per la prima volta da sola, per ostelli e coi mezzi pubblici, mentre i suoi amici, a detta sua, vanno tutti in posti come Ibiza a fare festa. I suoi sono polacchi, ma ha sempre vissuto in Germania: questo le dà la possibilità di poter parlare male di entrambe le nazionalità con i loro stereotipi.
Io a 19 anni ero ancora ben lontano dall’iniziare a viaggiare. Facevo quel che potevo, proprio come ora. Ma ci sarebbero voluti ancora anni e scelte drastiche prima di avventurarmi sulla strada da solo.
A volte mi chiedo se dovrei rimpiangere di non avere iniziato prima. Per fortuna però torno a pensare che si incontrano viaggiatori di ogni età, per cui non ha così importanza quando hai iniziato. Anche Mike, che insiste nel voler essere chiamato solo BJ, mi dice che alla mia età loro non pensavano a viaggiare, ma a lavorare e sistemarsi.
Ognuno trova in momenti diversi la libertà e la voglia di partire.
Anna farà strada, ne sono sicuro, e sarà una bella strada.
Ancora una volta mi piace rendermi conto di quanti viaggiatori si incontrano, e quanto siano diversi tra loro. E’ un piacere condividere con loro la propria storia e sentire le loro. Apre la mente.
Al solito, Matteo e le scelte sbagliate: è passata mezzanotte, ho bevuto birra e whisky finora, e domani pensavo di partire alle 7 per i 30 chilometri che ci sono tra qui e Inverness. Sarà meglio finire quest’ultima Ipa e mettersi a letto, sperando di non essere troppo messi male tra qualche ora prima di partire.

 

 

Giorno 6

“The way it is”

 

Volti. Parole. Storie.

Sulla strada, quanto è possibile incontrare, se solo si cambia la prospettiva e il modo di pensare il viaggio come esperienza.

Stamattina sveglio alle 6, nonostante un leggero ma fastidioso hangover, e alle 7 ero fuori dall’ostello di Drumnadrochit, dopo aver salutato BJ, Anna con cui ci siamo dati appuntamento, forse, a Inverness dal momento che arriverà domani nel mio stesso ostello, e la coppia tedesca. A quanto pare, o erano già tutti svegli o li ho svegliati io nonostante cercassi di fare meno rumore possibile.

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L’alba mi saluta a Drumnadrochit, insieme a un lieve giramento di testa.

La Great Glen Way da Drumnadrochit prosegue per un certo pezzo a fianco della strada principale. E’ stato qui che ho dovuto rendermi definitivamente conto che la mia nuova fotocamera mi ha praticamente abbandonato del tutto, cioè funziona male e quando vuole lei. Probabilmente dovrò cercare di farmi rimborsare, per adesso proseguirò facendo foto col telefono.

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Si ricomincia a salire. Ultimo sguardo al lago e al castello.

La prima parte, inutile negarlo, è dura. Vuoi per la scelta sbagliata di bere ieri sera, vuoi per i piedi doloranti, vuoi perché non sono molto allenato a dirla tutta, la maggior parte della mattina trascorre tra pause frequenti durante la salita attraverso il bosco, dopo un primo momento lungo i pascoli circondato da pecore. Lungo la strada decido di cercarmi un bastone con il quale aiutarmi soprattutto nelle salite, quando le spalle fanno più male. Dopo aver dimenticato il primo ad una delle prime soste, ne trovo uno semplicemente perfetto.

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Life is but a walking shadow (Shakespeare, Macbeth)

Al termine della salita più impegnativa, in mezzo al bosco mi imbatto in una cassetta blu, il colore che contraddistingue la Great Glen Way, per fogli e dediche, e decido di lasciare la mia: ovviamente firmata bornisi, #thebluebackpacker.
Finita la salita l’ultima veramente difficile di tutto il percorso, raggiungo la Foresta di Abrachan: qui mi rendo conto di essere a un terzo del percorso per Inverness.

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Ah. Ok.

Però, qui è anche dove ha inizio la discesa: l’ultima della Great Glen Way, che porta fino alla città di Inverness,
Dopo aver attraversato boschi e boschi di abeti, ritrovo la strada asfaltata, e nell’entrare nel nuovo bosco inizio a incontrare strani segnali. Il primo, subito sulla destra, è una vecchia roulotte bianca abbandonata in mezzo agli alberi. Subito mi fa pensare a Christopher McCandless e al suo magic bus, quello della famosa fotografia con autoscatto fatta poco prima di morire, in Alaska. Che ironia, che proprio ieri su quella rupe ci stessi pensando. Proprio a fianco della roulotte c’è pure un secchio, su cui mettersi in posa con una gamba accavallata sull’altra proprio come Alexander Supertrump in quella foto.

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Ovviamente la tentazione è forte. Ma l’impressione principale è che sia tutto troppo ovvio, troppo scontato. Troppo facile. Non so come sia finita qui questa roulotte, ma qui non è l’Alaska, non siamo così lontani dalla civiltà, non morirò a breve e io sono The blue backpacker, con la mia storia che non è la stessa di quella foto.
Perciò scarto l’idea e continuo per la mia strada.
La strada in mezzo ai pini, che sembra essere inizialmente nel mezzo del nulla come altre durante il percorso, inizia ad essere circondata man mano da cartelli sempre più invitanti, che promettono, con lettere colorate e disegni sul legno, caffè, the, torte, panini, cioccolata calda… Impossibile per me non pensare subito ad Hansel e Gretel e alla loro strega, o alle streghe scozzesi di Macbeth… Insomma qualcosa che abbia a che fare con inganni, magia e streghe. Ma nel frattempo la curiosità aumenta, anche perché la strada si inoltra sempre più nel bosco.

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Ok… Where’s the trick?

Quando arrivo all’incrocio che indica, sulla destra, che siamo quasi arrivati al posto che promette così tanti ben di dio, rimango un attimo a chiedermi se non valga la pena dare un’occhiata, a questo punto. Non ho fame, e nel caso, avrei uno dei soliti sandwiches da discount.. Però un caffè, con la cera che ancora devo avere e visto la velocità rasente lo zero a cui sto andando, potrebbe essermi d’aiuto. La curiosità ha la meglio, e mi inoltro nel bosco tra i cartelli di benvenuto.

Nessuno in vista, solo tavoli in legno tra gli alberi. Un pennacchio di fumo compare quasi dal nulla sopra il bosco, finalmente. Ancora pochi passi ed eccola lì: una casa, o meglio una grande, ma a suo modo carina baracca in legno che sembra essere stata messa insieme con mezzi di fortuna, circondata da galline e fiancheggiata da un recinto nel quale un grande cane bianco dorme tranquillamente. Al cancello, una campana e la scritta “Please ring”.

Tutto così strano, così, in un certo senso, fiabesco.

Insieme alla streda di Hansel e Gretel, inizia a tornarmi in mente anche quel momento ne “Il Signore degli anelli” in cui la compagnia degli hobbit si imbatte nella casa di Tom Bombadil e della ninfa Baccador, in mezzo al bosco.
Caffè in mezzo al bosco. Ormai sono qui, mi dico, e vincendo l’ultima esitazione suono la campana. Il cane si sveglia, mi guarda svogliatamente, e con tutta la sua flemma riprende a dormire.
Dalla casa, raggiante, esce esattamente il tipo di persona che ti aspetteresti dopo simili premesse: “Hello dairling, how are you?” esclama con voce squillante e bonaria Baccador, in questo caso è una signora con le trecce, un grande grembiule colorato e pantofole e occhi grandi e chiari. La saluto cordialmente e chiedo timidamente se posso avere un caffè, ancora spaesato dalla situazione e ancora chiedendomi dove sia la fregatura. Amabilmente mi riaccompagna ai tavoli, mi chiede da dove vengo, se desidero un pezzo di torta o altro. Nel frattempo un altro gruppo di camminatori, o meglio di corridori proveniente da Inverness, è arrivato tra i tavoli dove soltanto un minuto prima mi sembrava ancora di essere solo nel raggio di chilometri. Dopo avermi fatto accomodare, la signora va ad accoglierli con la stessa affabilità. Rimango lì, in attesa, appoggiando lo zaino e la giacca vicino a me sul tavolo.
Arrivano altre persone nel frattempo, due donne e una coppia proveniente dal Canada.
Pochi istanti di attesa, ed ecco arrivare il nostro Tom: un signore grande e grosso con barba e capelli lunghi e con gli occhiali, dalla voce profonda e gentile. Anche lui mi chiede da dove vengo, mi racconta di quando sono stati in Italia, mi dice che sono un ragazzo fortunato. Mi lascia una tazza e un intero bricco di caffè, e latte.
Nonostante qualche goccia di pioggia, mi gusto con calma quell’ottimo caffè colombiano.

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A un certo punto smetti di farti domande e sorseggi.

Poco prima che vada, al momento di lasciarmi il conto (non salato come temevo, sospettando che magari la fregatura fosse proprio lì), il padrone di casa mi chiede se può farmi una foto per la loro pagina Facebook, e mi dice di lasciare con calma i soldi sul tavolo prima di andare. Non me ne vado senza prima averli ringraziati per la bellissima sorpresa, e Tom mi restituisce alla strada raccomandandomi “If you find noisy people, just remind them that the world is open”.
Sono decisamente contento di aver seguito la mia curiosità e aver trovato questo posto. Sorridente, ricaricato di nuova energia positiva, ritorno al sentiero.
Solo pochi passi avanti a me ci sono ora due signori di terza età o quasi, si mettono a lato per farmi passare, ma io non ho fretta e in fondo siamo sulla stessa strada.

Inizia così la parte del percorso, l’ultima, insieme a Steve e Paul, dallo Yorkshire.
Loro hanno camminato la Great Glen Way dal principio, cioè da Fort William: stamattina hanno lasciato Drumnadrochit alle 8, 30, e questo mi rende finalmente chiaro quanto rallentato dall’hangover, dalle frequenti pause e dalla fatica nelle salite io sia stato in queste prime ore di cammino. E in effetti, dopo la prima ora insieme, nonostante siano finite le salite impegnative e la strada prosegua nell’aperta campagna tra pascoli e colline, riesco a malapena a tenere il loro passo e solo per orgoglio non chiedo una pausa finché non si fermano per mangiare qualcosa o scattare una foto.

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Già detto che qui ci sono un sacco di nuvole e di pecore?

Paul è in pensione, ha lavorato nelle costruzioni: cammina aiutandosi con due sticks, a causa di un problema alle ginocchia; Steve è più giovane, lavora nel campo della plastica. Mi consiglia di fare sempre un lavoro che mi appassioni, perché non vale la pena guadagnare per spendere soldi nel fuggire dalla propria vita quotidiana.

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Parliamo molto durante la strada, dei paesaggi qui, in Inghilterra e in Italia, e di molto altro: li intrattengo con una piccola lezione in inglese sulla lingua italiana e la sua storia.
Quando, all’uscita dall’ultimo bosco, Inverness inizia a intravedersi a valle, siamo ormai abbastanza provati: io cammino da dieci ore, e loro da poco meno.

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Finalmente, Inverness all’orizzonte!
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Non so perché, ma trovo che questa sia una foto molto bbritish.

La GGW prosegue direttamente in città, passando per le periferie in costruzione, oltrepassando il canale caledone e arrivando al fiume Ness, nel centro della città su cui è affacciato il castello. Nel momento in cui una deviazione, a causa di un ponte inutilizzabile, ci costringe a fiancheggiare il fiume senza la certezza di essere sulla direzione giusta, Steve e Paul, leggermente preoccupati, tirano fuori la proverbiale flemma inglese con un semplice “Oh, well, that’s the way it is”. “It is”.
Superato il ponte giusto, le nostre strade si separano: loro hanno un bed and breakfast vicino, da cui partiranno domani per tornare in Inghilterra, mentre la Great Glen Way per me prosegue fino al castello.
Li saluto dopo una foto ricordo, la prima che decido di fare insieme a qualcuno da quando sono qui.

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Da lì al castello il percorso è breve, solo un’ultima salita sull’asfalto per raggiungere il castello di Inverness: il quale, come ho modo di rendermi conto subito, non ha nulla a che fare con Macbeth (scoprirò più tardi che una prima fortezza, quella dove è avvenuto l’assassinio di Re Duncan che ha ispirato la grande tragedia di Shakespeare, era su una collina a nord est di qui, e che questo castello risale al diciottesimo secolo).
Comunque sia, l’ultimo obiettivo è stato raggiunto. La strada per Inverness, per quanto quasi dimezzata a causa dei contrattempi e delle incertezze del primo giorno, è stata percorsa.

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Final goal!

Fotografo la facciata del castello, e dopo il secondo scatto sento chiaramente pronunciare il mio nome, “Mattheo”, con quella “e” che sembra una “i” come lo dicono tutti qua: per la terza volta, il mio percorso si è andato a incrociare con quello di Alin e Jenny, e ancora una volta il caso ci ha messi nello stesso posto e nello stesso momento.

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Togheter again!

Insieme a loro, da davanti al castello scende un terzo ragazzo, che si presenta come Kyle, americano, arrivato a Inverness da poco dopo aver visitato Aberdeen sulla costa. Alloggia nel mio stesso ostello, allora, dopo esserci dati appuntamento per più tardi con gli altri, lo cerchiamo insieme.

Kyle ha 31 anni, lavora in un ospedale, ma la sua passione è un’altra: insieme ad altri ragazzi e ragazze, costruisce marionette, si esibiscono in stand up shows dal vivo, e hanno un o show tutto loro su Youtube.
L’ostello è carino, ma più simile a un hotel: niente di raccolto o domestico come gli scorsi, ma funzionale, pieno di ragazzi. Per ora, la mia camera è completamente vuota.
Dopo una doccia e il necessario riposo dopo la camminata più lunga di questi giorni, ci si ritrova con Kyle nella lounge dell’ostello, e insieme raggiungiamo Alin e Jenny nel centro.
Finalmente, una cena degna di questo nome: dopo aver provato vari posti, tutti pieni, troviamo un locale dove mi servono un triplo hamburger. Si parla, si ride, si condividono impressioni, nonostante talvolta faccio fatica a capire. La seconda tappa della serata è un music pub tradizionale, dove facciamo un primo giro di Guinness mentre un trio con chitarre e violino si esibisce in una serie di pezzi immancabili, a quanto pare, in ogni pub del Regno Unito: “Dirty old town”, “Proud Mary”.

Anche “Galway Girl”, quella resa famosa dal film “Ps I Love you” che mi aveva ispirato il viaggio in Irlanda; la canzone di cui ogni suonatore si lamenta prima di suonarla, che evidentemente è richiestissima non solo in Irlanda.
Secondo giro nel locale, per me una Red Kite, la birra che avevo già provato nell’ostello a Fort Augustus, poi Alin e Jenny ci salutano per fare in tempo a prendere un bus verso il loro campeggio.
Sia io che Kyle siamo abbastanza stanchi ormai, quindi ci dirigiamo anche noi all’ostello.
Non so ancora bene cosa farò domani, sto pensando ad un’altra giornata da turista per esplorare meglio la città e i dintorni. Gli altri mi hanno parlato bene di un campo di battaglia qui vicino, dove loro tre si sono incontrati oggi. Penso proprio che sarà la mia prima tappa.

 

 

Giorno 7

“Alla battaglia!”

 

Nella sala della colazione ho proposto a Kyle di prendere una bicicletta a noleggio, per oggi. L’idea gli è piaciuta, però lui il campo di battaglia di Culloden l’ha già visto ieri, mentre non è ancora stato sulle rive di Loch Ness. Così, le nostre strade si sarebbero dovute dividere appena saliti in sella.
Come prima cosa stamattina, per il resto, mentre mi preparavo a uscire ho fatto conoscenza con il mio unico compagno di stanza, che dopo colazione ho ritrovato davanti allo specchio con la bocca letteralmente ricoperta di dentifricio: si è presentato come Keith, sorridendomi con quei trentadue denti al mentolo. Viene dall’Inghilterra e sta viaggiando in bicicletta: tuttavia ha avuto qualche problema con il suo mezzo, quindi, dopo essersi fermato un’altra notte, domani ripartirà col treno. Credo verso nord, se non ho capito male.
Ultimo dettaglio, Keith deve avere almeno una settantina d’anni.
Con Kyle ci orientiamo fino al noleggio di bici in un parco vicino al castello, e dopo le spiegazioni di rito saliamo in sella a due mountain bike che saranno nostre fino alle 18 di oggi.

 

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Good morning, Inverness!

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Io scelgo di seguire la strada fino al campo di battaglia di Culloden, e da lì verso le tombe di Clava Cairns, un anello sulle colline di trenta chilometri tra andata e ritorno. Lui pedala invece verso sud, seguendo la strada pianeggiante fino alle rive del lago. Ci diamo appuntamento alle 17 di nuovo qui, e ci separiamo.

All’inizio faccio non poca fatica a orientarmi in città: scoprirò, soprattutto dopo, che la cartina fornita dal noleggio non è delle migliori. Ma grazie al provvidenziale e ormai immancabile signore scozzese che mi offre aiuto, riesco a trovare la via giusta per uscire dalla città e cominciare a risalire le colline a sud est, fino al campo di battaglia di Culloden.

Nonostante l’ingresso non sia esattamente a buon mercato, e io abbia iniziato a contare i pounds che spendo giorno per giorno avendo scoperto che qui è tutto più caro; e nonostante la mia ormai fisiologica repulsione allo stare in mezzo a molti turisti, decido di provare l’esperienza e immergermi in questa parte di storia scozzese.
Il percorso nel museo prima di accedere al campo di battaglia è ben fatto e riesce a catturare la mia attenzione. Altrimenti, in effetti, il tutto sarebbe niente più che un grande campo con delle lapidi.

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Culloden battlefield

1746. Aprile.
A Culloden si scontrano, dopo una notte massacrante e fallimentare per gli uni e di festeggiamenti per gli altri, i ribelli jacobiti fedeli al “giovane pretendente” Charles Edward, ultimo dei Tudor a mirare al trono inglese, e l’esercito dell’Unione inglese comandato dal duca di Cumberland.
Sia Charles Edward che il duca di Cumberland avevano 25 anni all’epoca: la notte precedente, a dirla tutta, Cumberland aveva festeggiato il venticinquesimo compleanno insieme ai suoi soldati; non sapendo che nel frattempo Edward aveva tentato di raggiungere gli inglesi per un’imboscata, non riuscendo tuttavia a raggiungere il campo nemico e trovandosi la mattina dopo con un esercito in minoranza numerica, sfinito e demoralizzato.
Così, dopo un interessante percorso storico sul perché e percome si era arrivati a Culloden, il museo prosegue con una sala circondata da grandi schermi, che permettono di sentirsi letteralmente nel mezzo della battaglia: man mano compaiono prima gli Highlanders, con spadoni, barbe e tartan, e poi l’ordinato esercito inglese con fucili e baionette. In breve ci si trova circondati da scozzesi urlanti e morenti.
Un massacro, una battaglia durata una manciata di minuti.
Uscendo tra le altre armi esposte e i reperti, come una cornamusa che si dice essere stata suonata da un inglese il giorno della battaglia, continuo a ascoltare la guida camminando tra le lapidi con i nomi dei Clan e il memoriale al centro del campo.

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Charles Edward, dopo la sconfitta, andrà in esilio in Francia, ma non prima di una fuga rocambolesca. Non riuscirà mai a tornare per riprovare di nuovo la conquista, nonostante l’essere diventato un emblema vivente di lotta e libertà per i nemici del Regno. Morirà alcolizzato, sessantenne.
Gli Highlanders, nel frattempo, dopo Culloden iniziarono a subire una pesante persecuzione da parte degli inglesi, che avrebbe portato alla quasi totale distruzione della loro cultura.
Cumberland, in particolare, era stato soprannominato “il macellaio”, per i suoi metodi contro gli higlanders: ma dopo Culloden, la sua prima e ultima vittoria, non avrebbe mai più vinto una battaglia. Morirà, obeso, poco più che quarantenne.
Così, mentre ripercorro le storie di due condottieri che avevano venticinque anni nel giorno della battaglia della loro vita, chiudo il percorso ritornando all’esposizione.

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Pranzo nel bar del museo, con uno dei soliti tramezzini confezionati al pollo che si trovano ovunque, e risalgo velocemente in sella. Si sono già fatte quasi le due, e io non sono nemmeno a metà dell’anello di trenta chilometri che vorrei chiudere.
Ritorno a seguire le strade sulle colline, tra una fattoria e qualche gruppetto di case qua e là, passando tra piccoli boschi e torrenti, fino a raggiungere la mia seconda tappa.

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I want to ride my bicycle..

 

Clava Cairns.
Improvvisamente passo dai campi di battaglia settecenteschi e dall’odore di polvere da sparo a un’epoca arcaica, popolata di druidi e popoli adoratori del sole e delle stagioni: queste Cairns sono costruzioni circolari realizzate ammassando grandi pietre, con tutta probabilità con funzione di sepolture, oltre 4000 anni fa.

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Clava Cairns

Un popolo le ha piazzate proprio qui, in quell’ordine e in quella posizione, affinché si trovassero in una precisa angolazione rispetto al sole invernale al tramonto, e alle stelle. A indicare un preciso posto nell’universo, significativo per loro, i morti, i vivi e l’ordine stesso di tutte le cose.
Affascinante. Arcaico. Pagano.

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Esco, e ricomincio a muovermi. Di nuovo in sella, di nuovo colline, di nuovo strade da salire e scendere.

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Una salita da campioni.

Nonostante sia sicuro di essere sulla strada giusta per ritornare a Inverness secondo il percorso della cartina, quando mi ritrovo sulla Statale molto più a sud del dovuto devo rendermi conto di avere sbagliato di brutto.
Non manca tanto ormai all’orario in cui dovrei restituire la bicicletta, e dopo aver valutato le varie possibilità, ritorno indietro affrontando in salita la lunga discesa appena fatta.

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Avanti e indietro, tra colline, boschi e nuvole.

Ritorno, ormai sicuro che qualcosa nella cartina non torni, vicino alle Cairns da cui sono partito, e, ritardo per ritardo, seguo le indicazioni per un altro sito archeologico più piccolo.

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Quando ormai sono vicino alla strada da cui sono arrivato ore fa, arriva il proverbiale aiuto di una persona del posto: una donna in allenamento mi indica finalmente quale collina devo risalire per trovarmi finalmente sulla via giusta.
Da lassù si gode un’ottima vista del mare a nord, e della città. Mi lancio su quest’ultima discesa, respirandola a pieni polmoni, felice.
Libero.

Poche ore dopo, lasciata la bici e con una scorta di dolci presi al supermercato appena ritornato in città, sono nella reception dell’ostello a chiacchierare con Kyle e Keith, prima di uscire.
Si parla di viaggi, di esperienze, della casualità che sembra governarci e indirizzarci tutti quando si parte: per esempio Keith e la sua bici rotta, che l’ha fatto arrivare qui e conoscere altre persone prima di noi.
Ancora una volta mi trovo a parlare di quella particolare filosofia che sembra metterti addosso il viaggio improvvisato, quell’improvvisa, naturale apertura mentale a dirsi “è andata così, vediamo che succede”. La facoltà di prendere anche l’imprevisto e il problema come una sfida che ti possa aprire nuove esperienze.
La stessa apertura mentale che ti permette di vedere possibile compagni di viaggio in ogni parte del mondo.
Qualcosa che non ha nulla a che fare con la situazione che stiamo vedendo crescere in praticamente ogni parte del mondo. Ecco che ci troviamo a parlare di cosa sta accadendo, nel mondo. Kyle parla di come lui, e tanti altri, tanti giovani, non condividono la piega ha preso l’America con questo presidente rampante, e Keith critica la chiusura e le interpretazioni sbagliate che hanno portato la sua nazione sulla strada della Brexit.
Che ne sarà dell’Europa, su questa strada. Mentre il mondo si arma e ritorna a chiudersi in confini, dove finirà questo principio di unione, di scoperta, di condivisione che ha portato noi tre, qui, in questo momento?
Principi, massimi sistemi che cerco di esprimere e fare miei, nel mio inglese stentato da italiano che Keith, da signore inglese qual è, non manca ogni tanto di correggermi garbatamente.

Usciamo.

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Good evening, Inverness!

Ci troviamo, io, Kyle, Alin e Jenny, a un bar specializzato in whisky locali. Io e Kyle ci uniamo alla degustazione con quattro whisky diversi: né io né lui abbiamo ancora cenato, e visto come si sta mettendo la situazione, non lo faremo nemmeno dopo.

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Bad idea.

Siamo già ubriachi quando approdiamo nel bar a fianco.

Al piano di sopra un ragazzo con la chitarra sta cantando da sopra un piccolissimo palco. Rimedio un pacchetto di patatine, insieme alla birra, per mettere qualcosa nello stomaco oltre all’alcool, mentre Alin si è già lanciato nelle danze con un anziano del luogo.
Poco dopo, il nostro rocker svedese è seduto sul bordo del palco con la chitarra in mano, ad improvvisare una jam con Jimmy.
Jimmy, giovane cantautore, bravo sul palco quanto timido non appena sceso. Lo vedo sorridere, raccontare di sé con un’umiltà molto dolce, a modo suo. Stanotte dovrà ritornare fino a Glasgow, e domani partire proprio per Boston, guarda un po’ la città di Kyle, dove parteciperà a un festival.
Chissà che in futuro non finirà proprio al festival che Jenny organizza in Svizzera ogni anno, magari a condividere ancora una canzone con Alin. Si scambiano i contatti, perché i ragazzi pensano davvero che la sua sia ottima musica. E in effetti è così.
Dopo averlo salutato, ritorniamo al bar di inizio serata per un’ultima birra insieme.
Ci salutiamo davanti al taxi che li riporterà al loro campeggio.

Questa volta è davvero un arrivederci tra me, Alin e Jenny, dopo che per tre volte in cinque giorni le nostre strade si sono incrociate per puro caso. A ben pensarci è incredibile, come ci si è trovati nello stesso ostello, nello stesso bar, davanti allo stesso castello, in tre momenti così casuali. Fino a condividere due serate di musica, risate, racconti.
Mi ha fatto molto pensare questa coppia di ragazzi che sembra uscita da un altro decennio, con i loro grandi zaini, la loro aria da rocker; che prende e affronta un viaggio, in tenda, in autostop, senza direzione precisa. Sono stato fortunato a poterli incontrare.

“You have a couch in Sweden”, “And in Switzerland”. D’ora in poi, ho un divano in Svezia e in Svizzera.

 

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Keep on rocking!

 

 

Giorno 8

“What is freedom”?

 

Poche ore di treno, con due tappe, per ripercorrere a ritroso il tragitto di sei giorni e ritornare a Glasgow da Inverness.

Una giornata di saluti, chi può sapere se addii o arrivederci. Dopo Alin e Jenny ieri sera, stamattina in camera ci si è stretti la mano con Keith, “K”, per gli amici, come mi ha detto sorridendo: lasciandomi, quindi, con l’onore di considerarmi amico di questo signore che oggi riprendeva la strada verso nord con la sua bicicletta.

Sul treno verso Glasgow, Kyle mi ha fatto vedere alcuni suoi video su YouTube: insieme ai suoi compagni ha creato un muppet show con diversi personaggi, che costruiscono a mano, per live show e video. Sono sinceramente divertenti, e mi piace l’umorismo di questo ragazzo di Boston dalla voce sempre bassa e modulata e dall’aria timida.

Dal momento ch ei nostri biglietti valgono per l’intera giornata sulla tratta percorsa, propongo di fare una o due tappe prima di arrivare a Glasgow: non ho nessuna fretta di ritornare e vorrei vedere ancora il più possibile.

Scendiamo a Aviemore, a circa metà del percorso, un paese nel mezzo dei monti nelle Highlands. Si tratta, come si capisce dai cancelli che fiancheggiano i pochi sentieri nei dintorni, principalmente di una stazione sciistica.

La giornata è più piovosa del solito, ma la cosa non ci impedisce per camminare un po’ per i boschi.

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Ci sono un americano e un italiano in Scozia…

Parliamo, tra un rovescio di pioggia  e una schiarita, un po’ di tutto. Il discorso finisce su letture e film fantasy o storici, e ci ritroviamo a parlare di libertà. Tutti noi abbiamo visto Braveheart, certo, e tutti abbiamo fatto il tifo per gli scozzesi e per il loro grido di libertà contro l’oppressore.. Ma siamo sicuri, oggi, di quel tipo di libertà? Come americano, Kyle sa bene come tanti film e opere abbiano lo scopo di esaltare proprio un’idea americana di libertà, e noi oggi ci chiediamo se è davvero quello che vorremmo. Se no vorremmo, invece, una libertà che non abbia bisogno di un nemico..

Ci rimettiamo in treno dopo pranzo, e scendiamo di nuovo a Perth.

Purtroppo la città, per quanto carina, non ci offre tanto al momento: l’unico castello sarebbe chiuso prima che noi si possa raggiungerlo ormai, e anche le belle chiese che incontriamo sono inaccessibili. Non mi resta che fare qualche scatto camminando lungo il fiume che attraversa la città.

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Perth.

Arrivati a Glasgow, è ormai il momento di salutarci anche per noi. Accompagno Kyle alla stazione più vicina al suo ostello per stanotte, e, come gli altri ragazzi ieri sera, anche lui mi promette un divano a Boston. Non male.

Ed eccomi di nuovo solo in questa città, con lo zaino in spalla e con le idee molto poco chiare sul da farsi.

Ho scritto a Ben, che mi ospita volentieri per una seconda notte, ma che finirà di lavorare tra qualche ora.

Mi infilo in cerca di una cena nel primo pub del centro che mi sembra carino, ma la prima cosa che capisco arrivato al bancone è che la cucina è chiusa. La seconda cosa è che c’è un signore altamente sbronzo alla mia sinistra che mi fissa.

Imbarazzato, sotto lo sguardo scocciato della cameriera, accetto la birra che mi vuole offrire. Si chiama Colin, e oggi è morto il suo cane. Non riesco a capire molto altro dal suo inglese sbiascicato, e mi limito a cercare di finire la birra più velocemente possibile prima di defilarmi.

Non rimane che il solito Subway, ultima spiaggia per mangiare qualcosa e ingannare l’attesa.

“Are you from Spain?”, “No, Italy”, “Ma che, davero?”: Desirèe ha vent’anni e la sua famiglia si è trasferita qui da Roma. Lavora qui da Subway da due anni, ed è felice di poter parlare un po’ italiano. Il locale è ormai in chiusura,  e Desirèe insiste perché rimanga qui ad aspettare e mi prenda anche le polpette avanzate che vogliono regalarmi. Attraverso i suoi “Tu sei un pazzo” e “Io non lo farei mai” mi chiedo che effetto devo fare, con la barba lunga, i pantaloni e giacca da viaggio ormai sporchi, e questo zaino gigante. Probabilmente un po’ pazzo lo sono davvero.

Forse domani ripasserò da qui a pranzo. Ormai chiudono, e Ben sta per finire.

Sono felice di rivedere il mio ospite di appena qualche giorno fa, quando ero nella stessa città ma sicuramente con un’aria più smarrita se non disperata.

Dopo una doccia, sono di nuovo sul divano di Ben. E’ passata una settimana precisa da quando ero esattamente qui, a chiedermi dove fosse il mio zaino, se ce l’avrei fatta a fare il cammino, se non fosse stato tutto un errore, con zero idee su come sarebbe stato il domani.

 

Giorno 9

“Perfect”

 

Ultime ore di buona vecchia flânerie in giro per Glasgow, prima dell’aereo.

 

 

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Glasgow

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Ho salutato Ben, il primo sconosciuto ad avermi accolto sul suo divano, ed il mio primo vero benefattore tra le prime sventure di questo viaggio, una volta scesi dal treno in centro: buoni viaggi, per il futuro, ad entrambi.

Ho sempre avuto un debole, lo ammetto, per le cattedrali. Mi concedo un giro nella Cathedral della città, facendomi come sempre affascinare dal buio e dal sielnzio di questi luoghi.

 

Un dettaglio in particolare mi ha colpito: la spada scolpita sul monumento di di Robert Burn Anderson, nato a Glasgow nel 1833, e morto, mi chiedo in quali circostanze, Cina nel 1860, a ventisette anni.

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Ormai sono le ultime ore di questi nove giorni in Scozia con lo zaino in spalla.

Torno a vagare nel centro, dopo un ultimo sguardo alla città dalla collina del cimitero monumentale dietro alla cattedrale.TW9-8

 

Sta iniziando a piovere leggermente, proprio come una settimana fa. Esattamente in quell’angolo di strada dove una settimana fa cantavano le due ragazze, oggi suona un ragazzo, solo, con la chitarra. Non si cura della pioggia e dei capelli bagnati. Sta cantando “Perfect” di Ed Sheeran.

Mi siedo su una panchina della strada. Sento che sto sorridendo, spontaneamente, leggermente.

Nessun aereo preso da ubriachi all’alba, questa volta. Nessuna voglia di fuggire. Semmai, di scoprire. Semplicemente.

Ormai sta piovendo sul serio. Il ragazzo finisce la canzone, qualcuno gli si avvicina per fargli i complimenti. Sta iniziando a raccogliere le sue cose.

Mi alzo. Tempo di cominciare ad andare verso l’aeroporto.

Ho sempre subito il fascino del viaggatore solitario, quello che quando entra nel bar col cappello calato sugli occhi un piano smette di suonare, e quando se ne va è sempre verso il tramonto, mentre la sua ombra si allunga dietro di lui.
In questi giorni ho capito che, con lo zaino, probabilmente assomiglio più a Bilbo Baggins che a Clint Eastwood.
Ma soprattutto, ho scoperto quanto migliore sia la strada che ti porta a conoscere altri viaggiatori e persone con cui condividere passi, bicchieri, giochi, musica e un breve tratto di vita insieme.

Così questo viaggio per me porta anche i nomi di Ben, Alin, Jenny, Anna, BJ, Paul, Steve, Kyle e Keith.

Questa è solo una delle cose che mi ha regalato la Scozia.

Un’altra cosa, è la sensazione di avere, stavolta, anche buoni motivi per tornare.

I don’t deserve this,

darling, you look perfect tonight.

#thebluebackpacker

 

 

 

 

 

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