Radici e Catene

Polonia, 16 -22 settembre 2019

Dicono che la Polonia sia la terra delle contraddizioni.

Basta una giornata a Varsavia per rendersene conto.

Sulla riva sinistra della Vistola, una delle più grandi e moderne concentrazioni di grattacieli si affianca ai campanili di una città distrutta e ricostruita. Tra gli uni e gli altri, il colossale Palazzo della Cultura, dono dell’Unione Sovietica che ancora sperava di ingraziarsi questa parte d’Europa in cui aveva tanto da perdere e da farsi perdonare.
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Sulla riva destra, la parte della città chiamata Praga porta ancora i segni del controllo russo durante la guerra e gli anni a seguire, con quartieri che iniziano solo ora a essere considerati percorribili senza rischio, muri distrutti e piccoli market che non possono non spingerti a pensare “Wow, è tutto così… sovietico qui”.

Una divisione, anche storica, ancora forte. Perché Varsavia è una città che non dimentica. Non rinnova, non cancella.

I polacchi ricostruiscono le cose proprio come erano prima. Come la città vecchia, completamente rasa al suolo e teatro di mesi di battaglia contro i nazisti prima e i russi dopo, dall’estate della grande Sollevazione dell’estate 1944.

Ancora oggi viene ogni giorno ripetuto, nel museo dell’Insurrezione e in quello della Ricostruzione, il racconto di una città che ha combattuto per difendere le sue macerie contro tutto e tutti. I tedeschi volevano cancellarla dalle mappe, i russi volevano inglobarla: Varsavia con le sue bandiere rosse e bianche sulle braccia, con le sue fognature dove riparare quando tutto il resto era crollato, con i suoi lanciafiamme artigianali e i suoi messaggi nascosti nei trenini in legno, Varsavia con la sua gente ha resistito.

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E in una manciata di anni, è rinata esattamente com’era prima. Muratori, architetti, restauratori d’opere d’arte, hanno ricreato con cura del dettaglio ogni facciata, ogni muro, ogni piazza, hanno conservato i luoghi crivellati di pallottole incidendo il nome di ogni caduto da ricordare, e hanno ripreso a vivere.

La Polonia è questo. Orgoglio, resistenza, contraddizioni, idee chiare e voglia di tirarsi su le maniche. Per menare le mani, oppure per unirle a costruire qualcosa insieme.


Tychy è una cittadina a pochi chilometri da Katowice.

Ricordi anneriti come i muri del quartiere dove capita di crescere.

Spettatore inconsapevole e muto di una rimpatriata col passato, tra scuole, centri civici, parchetti gioco e supermercati. Una chiesa circondata da tombe che sembrava così grande nel giorno della Comunione.

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Potersi affacciare con delicatezza e in silenzio sulle vite degli altri è un regalo e un privilegio.

Il passato a volte viene a cercarti, a volte sei tu che vai a trovarlo. Come un vecchio amico col quale non parli da un po’. Lo ritrovi lì, e non ha importanza se non vi frequentate da tanto o se il vostro rapporto non è esattamente dei migliori, l’incontro non è mai come lo immaginavi.

Così, mentre osservo e assisto come a un bel film all’incontro con un passato che non mi appartiene, non trovo parole da usare se non qualche citazione.

[…] Pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… sulle sue credenze e i suoi desideri. […] È bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota.

(Stephen King, It)


Arrivare ad Auschwitz in un giorno di sole è come arrivare in un qualsiasi altro posto di provincia. Ed è per questo che fa così male.

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Si tratta soltanto di un posto sulla Terra, come un altro. I suoi capannoni, il filo spinato, le fotografie di volti così diversi tra loro raccolti uno a fianco all’altro raccontano la semplice e tremenda realtà che questo è stato. Qualcosa che una parte di te non vuole realizzare fino in fondo per non aprire la via all’orrore.

Perché questo orrore ci appartiene come un’inaccettabile disumanità.

Dire di più è impossibile, ad Auschwitz in un giorno di sole.

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I Tatra.

La catena montuosa del sud, al confine con la Slovacchia. Casa dei più forti alpinisti e scalatori al mondo, a detta di molti.

A Zakopane fa decisamente freddo per chi è partito da un’Italia ancora in estate. Arriviamo col buio in un albergo rimasto fermamente in piena Guerra fredda, con manifesti patriottici che spronano a difendere le Nostre patate dai parassiti, e a impegnarsi per la Causa (quale fosse questa Causa, non è specificato).

In un locale di questa strana Cortina (di ferro?) in versione polacca, la piacevole sorpresa di una balera che unisce giovani, gente di mezz’età e anziani tra una portata e l’altra di una grigliata infinita. Balli di persone che si godono la serata sulle note di vecchie canzoni popolari. A sorpresa uno dei musicisti intona “Bella ciao” con il suo accento dell’Est ed è quasi commovente, quasi magico osservare la pista divertirsi tra un litro di birra e un grappino.

I Tatry ci accolgono la mattina seguente avvolti dalla nebbia, ricoperti dalla prima neve e dal gelo.

Il nostro outfit fuori luogo non è comunque un deterrente abbastanza forte per non tentare con la funivia la risalita fino alla cima Kasprowy Wierch, 1987 metri sul livello del mare.

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Fortunatamente, però, la costanza viene premiata e il cielo inizia ad aprirsi sul panorama dei maestosi Tatra.

Niente di meglio, per premiarsi dopo l’impresa, di concedersi un salto alla Piwne Spa. Piwne significa birra, ed è proprio quello che sembra: bagno caldo alla birra e birra no-limits.

Monti da esplorare, birra, Bella ciao nei locali e di nuovo birra. Lasciatemi qui, potrei anche impegnarmi a imparare il polacco e smettere di comunicare solo con sguardi ebeti.


Ma la strada chiama di nuovo, e Cracovia ci aspetta per procedere nel nostro anello. Dopo una tappa intermedia: Dobczyce, un paesino sul lago con il suo castello.

L’albergo ricorda sinistramente, in alcuni momenti, l’Overlook di Shining (è già il secondo riferimento a King di questo viaggio… Coincidenze?)… Per il resto, la nostra permanenza qui si limita a cercare un posto dove mangiare che non troveremo, tra rettilinei e capannoni immersi nel buio.

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In una delle (tante) torri che abbiamo risalito in questi giorni, scopro che Cracovia possedeva un suo Tempo. Il che significa che varcate le mura della città, il tempo aveva un suo modo, un modo “di Cracovia” di essere registrato e di regolare la vita quotidiana di cuochi, mercanti, e mercenari da osteria in questa città di passaggio e scambio tra culture e Storie diverse.

Cracovia con il suo castello enorme, le sue torri, il suo medioevo rimasto rintanato in alcuni angoli e il suo quartiere ebraico dove l’atmosfera sembra cambiare.

Cracovia che salutiamo una sera, mentre su una barca che naviga verso il tramonto si sta ballando sulle note di “Kalinka” in versione remixata: una bella immagine per capire come passato, presente, il concetto stesso di Tempo si mischino in questa città.

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L’ultima sosta improvvisata sulla via del ritorno verso Katowice ci fa ritrovare nel bel mezzo di Juromania, dopo aver risalito il bosco fino al Castello di Tenczyn, che scoprirò essere stato costruito su un vulcano spento: bambini che si rincorrono con spade, archi e asce bipenni, duelli, bambine vestite da principesse ci trotterellano intorno tra vecchie mura secolari. Il tutto è molto affascinante, peccato non avere un marmocchio con noi da usare come pretesto per unirci ai giochi e ai duelli.

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Chiudiamo questo anello sulle strade polacche a Katowice, dove ci aspetta un treno per tornare a Varsavia.

Abbiamo giusto il tempo per assecondare il mio inarrestabile fascino per le cattedrali.

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E così, ultima, lunga notte a Varsavia prima di prendere un aereo all’alba.

Finisce davanti a un vin brulè questo viaggio passato a non capire una parola, a salire e scendere scalini, a sentire storie di draghi, soldati, distruzioni e ricostruzioni.

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Dicono che la Polonia sia terra di contraddizioni.

In verità la contraddizione è un’arte.

E bisogna avere le idee molto chiare per praticarla come si deve.

O almeno credo.

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