Germania/Olanda. 18-25 ottobre 2019
Tell me why
Ain’t nothin’ but a heartache…
Insomma, va così.
Un giorno hai una routine che stenta a ingranare, velleità di stabilirti (qualunque cosa voglia dire) e di cercare una vita più salutare ed equilibrata.
Tell me why
Ain’t nothin’ but a mistake…
E qualche giorno dopo ti trovi a spacciarti per fotografo ad una festa a tema Anni Venti, vestito come Kurt Cobain e altrettanto pertinente, in mezzo a tedeschi attempati che non conosci e che si contorcono sulle note dei Backstreet boys.
Tell me why
I never want to hear you say…
Così, tra un bicchiere di vino e una foto scattata atteggiandoti dal professionista che non sei, osservi collane di perle, coroncine piumate e bretelle, e mentre per qualche oscuro motivo ti torna alla mente la scena del cinema incendiato in Bastardi senza gloria, ti dici che, tutto sommato, va bene così.
I want it that way…
E allora tanti auguri per i tuoi sessant’anni, Janette. Alles gute zum geburstag!
Tell me why…

“Non è un buon inizio”. Prenotare due bus per Monaco e poi Amsterdam e un aereo per il ritorno, aspettare le ultime ore la sera prima per preparare uno zaino con quello che capita, svegliarsi prima dell’alba e affidarsi ai mezzi pubblici da un’estrema periferia della città all’altra, tutto ciò è possibile. Sbagliare i calcoli, le fermate e soprattutto non mettere in conto preziosi minuti di ritardo per i suddetti mezzi, anche questo è possibile.

“Non è un buon inizio”, certamente. Ma è un inizio.
Ancora una volta, montagne svizzere al di là del finestrino. Monaco attende il tuo arrivo non prima di sera, nessun programma preciso, solo il divano di un amico ad attenderti e una festa a cui imbucarsi, che solo durante il viaggio scopri essere a tema Anni Venti.
Nessuna aspettativa, nessuna road map, nessun obiettivo ad attenderti nel nord Europa.
Nulla di nulla.
Solo vallate che scorrono, e nulla oltre lo sguardo.

In Austria realizzi che tra un brano e l’altro Spotify ti sta invitando ad arruolarti mercenario “per fare qualcosa per il tuo paese”.
Spiacenti, ci abbiamo già provato dieci anni fa a fare qualcosa per il nostro Paese e il nostro Paese ci ha rimandato a casa tramite un medico con i gradi militari sul camice. Anche allora c’era stato un viaggio di ritorno, in treno, come oggi a mente vuota, a mente stanca e incerta sul futuro e tuttavia inspiegabilmente serena.
Ma quella è una storia che ancora non è uscita da dove l’ho lasciata quel giorno.
È sempre una questione di parole che rimangono da qualche parte fino a quando non sono pronte e ce ne sono alcune che pronte non lo saranno forse mai.
Cielo plumbeo fuori dalla finestra a Monaco, un leggero hangover dal dopo-festa di compleanno di Janette e una voce che canta dal bagno.
Lei è tutta entusiasmo ed empatia: si concentra profondamente quando cerca una parola da dire in italiano, si entusiasma quando ci azzecca e si infuria quando sbaglia, e poi saltella, corre, canticchia. Sono carini quando si baciano leggermente, quasi di nascosto. Lui a volte è puntiglioso sul suo italiano; ma puntiglioso, in fondo, lo è sempre stato. È per questo che gli si vuole bene.
Dal divano su cui ti sveglierai in questi due giorni ti godi la serenità di questo momento di vita insieme. Puoi già sentirla risalire, grigia, quella voce che si chiede sfottendoti se saresti in grado di trovare una simile serenità.
È in quel momento che decidi di dargli un nome a quella voce interiore. Iniziare a dialogarci, tenertela accanto anziché dentro, lottarci frase su frase finché sarà necessario.
Il fine settimana trascorre così tra i colori autunnali di Monaco e la sua Notte dei Musei, scalando per gioco le rocce davanti al museo dell’Alpinismo e perdendosi per lunghi minuti davanti a Kandisky e ai suoi angeli variopinti e diversi, e camminando a lato del Tegernsee di domenica, in attesa dell’ennesima birra.
Quando, dopo averli salutati, ti appoggi al finestrino del bus notturno e lasci che la notte scorra la fuori, inizi a capire che questo viaggio è una lunga affabulazione solitaria.
Amsterdam al mattino sembra subito diversa da come credevi di ricordarla.
Cinque anni fa hai conosciuto per la prima volta i suoi canali, i suoi muri colorati e un po’ storti, la sua notte sempre luminosa e ammiccante e il suo inconfondibile profumo. Ti ci lasci perdere strada dopo strada, ritrovando ogni tanto immagini di ricordi a cui non pensavi da tanto.
Sorridi davanti all’autoritratto inciso da Rembrandt nella sua casa in città, piena di attrezzi del mestiere e di tesori dal mondo. Cristallizzato in quell’espressione eternamente confusa. L’espressione di chi si rende conto di non aver mai davvero capito dove stare. O almeno così ti piace pensarla, in modo buffo e leggermente confortante.

E così eccoti di nuovo qui. A bere e scrivere righe così come capitano nella tua calligrafia incomprensibile. Tracciavi righe a penna in questo modo anni fa a scuola. Lo scrivere in quel modo, in mezzo agli altri, era il tuo modo per isolarti in una bolla dov’eri solo tu, la tua biro perennemente mangiucchiata e le storie a cui cercavi di dare forma. Quanto è cambiato da allora?
Sei capitato qui, in questa città già conosciuta, per dialogare con il passato dal tuo strano presente.
C’è un pensiero dai contorni non ancora definiti che ti vaga in testa fin da quando sei partito. Lo disegni lentamente come uno scarabocchio, seguendo la penna sul foglio. È un pensiero sulle parole che ci tradiscono, venendoci a mancare per poi scomparire o rimanere conficcate nella pelle; e magari talvolta tornarci a trovare tempo dopo, quando non servirebbero comunque più, e solo allora uscire, sussurrate.

I bicchieri ti si sono accumulati davanti come i pensieri, dichiari armistizio ad entrambi e saluti questa strana notte solitaria.
“Tanto, finirai sempre per imbatterti in te stesso”.
Il messaggio arriva nel mezzo delle cinque ore trascorse passeggiando tra le sale del Rijksmuseum. Fermandosi spesso ad osservare volti di gente umile o aristocratica, corpi di santi come accarezzati dal sangue e ricchi merletti seicenteschi, antiche statue di divinità orientali, nuvole in tempesta sui mari del Nord accese dal tramonto, e ancora lui, Rembrandt affiancato a Velasquez e ai maestri di un secolo alla ricerca di Dio qualsiasi forma avesse; restando a esplorare il grande dipinto della battaglia di Waterloo con i caduti stretti in un abbraccio sotto gli zoccoli dei cavalli e lettere d’amore che spuntano, in primo piano, da un elmetto rovesciato. E sussurrando spesso di solitaria meraviglia davanti a tutto questo.
“Tanto, finirai sempre per imbatterti in te stesso”. Sì. probabilmente è così. Ma qui, in mezzo a tanta bellezza, camminando in silenzio, non sembra poi così male.
La seconda serata in città trascorre finalmente in compagnia dei tuoi generosi ospiti, parlando di cucina italiana, del cibo italiano, di come il cibo italiano sia migliore di quello olandese che fondamentalmente non esiste, di come il cibo italiano sia a tutti gli effetti migliore di ogni cibo in ogni parte del mondo.
Probabilmente non hai mai trovato tanto sincero amore per l’Italia come in questa casa di Amsterdam. Qui dove il sistema funziona grazie ad una generale rettitudine e a una serena fiducia reciproca tra cittadini e nel sistema stesso; qui dove è innegabile quanto si viva meglio, dove giovani che non hanno potuto che andarsene possono fare il mestiere per cui hanno studiato e che meritano. Ragazzi che da qui si informano ogni giorno su cosa succede a casa grazie a La Zanzara, a Crozza nel Paese delle meraviglie, ai deliranti editoriali di un Vittorio Feltri o di un Mario Giordano, ai fenomeni trash e a tutto ciò che dia un quadro quanto più grottesco: perché la nostra realtà è effettivamente grottesca, soprattutto se vista da lontano.
Eppure si respira la mancanza dell’Italia con i suoi piatti cucinati per il gusto di cucinare, con il suo sistema corrotto, furbo, disonesto e auto cannibalistico, la sua coloratissima, sporchissima, scorrettissima non-cultura e il suo scriteriato cattivo gusto nella scelta di governanti, opinionisti, leader di ogni tipo, esempi umani e, fondamentalmente, nella scelta di tutto quanto.
Quello che l’Italia non sa, e che sarebbe comunque troppo ottusa per capire, è quanto i suoi figli denigrati, banalmente giudicati, respinti, in fuga per città dove lavorano più e meglio di tanti, quello che la sporca e ottusa Italia non sa è quanto amore per lei si respiri in quegli appartamenti condivisi di città lontane, dove il profumo di un Parmigiano 30 mesi portato in aereo inebria più dell’odore di erba che sale dalla strada.

Passi i restanti due giorni cercando di non stare fermo per troppo tempo in nessun posto, saltando da un treno all’altro e da una bicicletta a noleggio all’altra.
Pedali sotto i famosi mulini olandesi, in una giornata in cui talvolta è perfino concesso di vedere il sole presentarsi in mezzo all’immancabile coltre di nuvole. Ma finisci presto col preferire, alle comitive di turisti orientali che cantano nel mezzo di un villaggio fin troppo da cartolina, vagare tra paesi e canali.
A Rotterdam arrivi prima dell’alba. Nella città ancora buia non si muove nulla, e mentre la giornata si illumina e si anima lentamente osservi il gigantesco porto dall’alto, il suo parco, le sue costruzioni di stampo orientale che si sposano così bene alla particolare anima di questa città: un crocevia moderno tra più mondi, luogo per mercanti, esploratori e viaggiatori.
A L’Aia ti fermi a causa di una coincidenza mancata. Poco male, può diventare l’occasione per rimettersi in sella ad una bicicletta e, finalmente, cercare di raggiungere il mare. Di fianco ad una grande ruota panoramica alcuni ragazzi saltano col bungee jumping. Il vento si fa sempre più forte sulla spiaggia, mentre il sole tramonta.
La terza e ultima serata all’italiana trascorre guardando satira italiana e remix degli interventi di Feltri alla Zanzara.
Il tutto sulle note delle canzoni di Ruggero dei Timidi.
Finché inizia a formarsi un’idea tra i tuoi ospiti: proporre al cantante una data in concerto proprio qui ad Amsterdam, un evento per tutti i patrioti espatriati amanti del vero trash e del cattivo gusto.
Il risultato è svegliarsi al mattino mentre ancora risuonano in testa amenità poetiche come “Papà sta andando a trans”.
Tempo di riempire lo zaino per l’ultima volta e concedersi un’ultima passeggiata intorno al centro: nelle strade ancora non del tutto ripulite passi tra palloncini colorati vuoti a terra, resti dell’ultima frontiera dello sballo da bravi ragazzi.
Come hai scoperto solo ieri, oggi è giorno di scioperi dei trasporti di ogni tipo, dappertutto. Non resta che armarsi di pazienza e filosofia, e ordinare un bianco all’aeroporto.

Quanto pesano le parole?
Abbastanza poco da riempirci uno zaino e farlo comunque passare come bagaglio a mano per una compagnia low cost.
(Titoli di coda. Musica agrodolce. Immagini al rallentatore)
Alla fine nonostante le attese e i treni cancellati fin dalla stazione di Amsterdam, sono riuscito ad arrivare in città con soltanto due ore di ritardo rispetto al previsto. La cosa non mi ha comunque impedito di presentarmi a lavoro con due ore di sonno.
Probabilmente, la mia carriera di fotografo di gruppi musicali si è esaurita al sessantesimo compleanno di Janette.
Qualche giorno dopo essere ritornato, mi è arrivato lo screenshot di una conversazione via mail. Il concerto ad Amsterdam è stato proposto ufficialmente a Produzioni timide, le quali hanno risposto con interesse per accordare una data e tutti i dettagli del caso.
Un giorno forse si ritornerà per vedere questo sogno farsi realtà: gridare al composto Nord Europa tutto lo scomodo e indiscreto amore italiano, sotto forma di un “Papà sta andando a trans”.

