Di punto in bianco si ha voglia di fermarsi. Sospendere il racconto, sedersi sull’orlo del cielo estivo e iniziare a guardare davvero ciò su cui si stava camminando. Di che cos’era fatto quel racconto che ci teneva in piedi.
Di punto in bianco. Out of the blue: quel modo di dire a cui Neil Young ha aggiunto “and into the black”.
Sull’orlo di un nero d’ebano su cui le cose si fanno più lucide: quell’ebano che si porta dentro senza accorgersene, che arriva un grammo per volta fino a pesare su ogni passo all’altezza del cuore.
Di punto in bianco ci si ferma sotto questo peso, e ci si trova su una strada fatta da chissà quanto tempo di cose che non si dicono, che non si fanno, che non si possono dire o fare. Di desideri e ricordi incoerenti e incoffessabili. Cose da niente, dicono. È solo che a furia di farsi viaggi sul niente si finisce col portarsi dentro quel niente.
Con le verità che escono ormai solo dopo abbastanza bicchieri, e solo per poi ritornare da dove sono venute diluite come ricordi non ancora smaltiti.
Di punto in bianco ci si ferma.

Si lascia andare quel peso un poco per volta.
Si ritrova sotto di esso, nascosto, quel po’ di bene che non si è mai mosso: quel bene che non è forse stato molto, non è sicuramente stato abbastanza, ma che a suo modo era tutto.
Ci si ferma a riassaporarne in fondo alla gola il sapore dolce, di ricordi e desideri che si mescolano, confusi ma luminosi.
Si appoggia il proprio peso. Senza pensare a quando si ripartirà: ma solo che, quando sarà, sarà da un’altra parte.
Out of the blue.
Lascia un commento