Tre irriducibili parmensi sulla Rotta dei due mari
Puglia, 21 – 25 Settembre 2020
GIORNO 0
Taranto – Polignano a mare
Luana e Luca scendono ridendo dalla Panda di lei, arrivata fieramente a destinazione dopo un giorno di viaggio da Parma all’Auchan di Taranto. Mi fanno un po’ strano due volti conosciuti dopo tre giorni di solitaria on the road avanti e indietro per la Puglia: da adesso e per una settimana condivideremo 120 chilometri di cammino dall’Adriatico allo Ionio, ed il viaggio di ritorno da qui all’Emilia.
Mentre mi chiedo se sarò in grado di sopportare la stretta compagnia di due esseri umani per così tanto tempo, li osservo tirare giù gli zaini dalla Panda per caricarli sulla macchina che ho preso a noleggio in questi giorni. Quello blu di mia cugina, già due cammini in solitaria sull’Appennino tosco-emiliano alle spalle, con tutto l’essenziale per il vero trekker: è stata lei, mente pianificatrice, a proporre questo cammino inaugurato da poco in questa regione, così diversa dalle salite su cui siamo abituati a inerpicarci noi. E quello verde militare di lui, pesante quanto il mio e quello di Luana messi insieme ed equipaggiato di tutti gli strumenti per la sopravvivenza, la difesa e l’offesa da aspirante ranger: nessun dubbio su chi sia quello forte, il braccio, del gruppo. E poi tra la mente e il braccio ci sono io, che l’altra sera imprecavo cercando di far stare nello zaino roba che per la maggior parte temo si rivelerà inutile e che solitamente parto confidando nel bel tempo, nell’improvvisazione, nella gentilezza altrui e tutto sommato nelle botte di c… Ecco, forse è chiaro quale parte del corpo rappresento.
Per stasera decidiamo di restare comodi, cena lungo la strada e appartamento a Polignano, da cui partire direttamente domani non appena avrò restituito la macchina a Bari. Non mi rimane quindi che l’ultima traversata di regione su questa vettura, un mezzo molto migliore di quanto potrò mai permettermi di comprare. E perché non salutarlo andando ad infilarsi dritti nel labirinto di viuzze del centro di Martina Franca? Miracoli del navigatore. Un attimo prima le curve delle basse colline pugliesi cullavano il riposo dei miei ospiti reduci dal viaggio e un attimo dopo ci troviamo, occhi sbarrati su muri bianchi sempre più stretti, a pregare grondanti ad ogni stridere di pneumatico contro i gradini delle porte, mentre i passanti ci guardano esattamente come si guarderebbero tre turisti e una berlina su del selciato secolare.
L’ultima strettoia prima di ritornare sull’asfalto ci appare come la prima boccata d’aria dopo un tuffo profondo: per stasera è andato tutto bene. Da domani, niente più ruote nè problemi di questo genere per noi. Da domani solo zaini sulle spalle e scarpe ai piedi. Cosa potrà mai andare storto?
GIORNO 1
Polignano a mare – Castellana Grotte
Io sono sicuro di avercela messa, l’acqua nella moka.
Ma sicuro sicuro. Luana mi guarda e se la ride, sullo sfondo del mare che s’interrompe sulle scogliere sotto Polignano.
Lei e Luca hanno trascorso la mattinata in paese, svegliati piacevolmente dall’aroma di caffè che mi sono lasciato dietro uscendo stamattina. Aroma di caffè e plastica fusa, insieme a un bigliettino di spiegazioni.
Io non so perché mi accadono sempre queste cose. Davvero non lo so. “Ma che credi, che io non sappia preparare una moka!?”: Luana mi guarda e se la ride.

In ogni caso il sole è alto e la giornata si presenta piacevolissima. Rimediato con gli interessi al bar il caffè mancato di stamattina, e ritirati i passaporti da far timbrare al raggiungimento di ogni tappa, siamo pronti a dare inizio al rituale che segna l’inizio della Rotta dei due mari: scendere sulla spiaggia di Lama Monachile e scegliere un sassolino a testa, da portare nello zaino fino alla nostra destinazione; ritornare in paese per omaggiare Domenico Modugno, che distende benaugurante le braccia spiccando il volo verso l’entroterra; e ritornare vicino alla spiaggia per iniziare a seguire le indicazioni rossoblù e le frecce azzurre a forma di onda che segnano il cammino.
E già qui, un mezzo chilometro tra salite e discese lo abbiamo portato a casa.

Usciamo dall’abitato in un trionfo di fichi d’india ai lati del sentiero, per addentrarci tra muretti e stradine secondarie circondati da frutti che non aspettano altro che di essere colti. Cosa che i miei compagni, coltellini alla mano, non disdegnano assolutamente.

I primi venti chilometri trascorrono così in un pomeriggio, tra pause per cogliere frutta, le prime sfide a chi trova la strada tra Luca con la traccia Gps sull’orologio e noi dotati di sola vista e volontà (e grazie al – ma ci piacciono le sfide), soste per assaggiare frutta, foto agli ulivi, pause per fare scorta di frutta e vecchi cortili che sembrano catapultarci in Messico, tra mese e fuorilegge; e alberi da frutto, ovviamente.


Il tramonto ci sorprende ancora lontani da Castellana Grotte, ed è il momento di iniziare a cercare un posto dove passare la notte: non senza le prime preoccupazioni.

Un’anca di Luana ha iniziato a dare segni non confortanti da qualche chilometro. Forse avremmo dovuto avvertirla prima del sasso che le abbiamo nascosto per scherzo nello zaino durante l’ultima pausa. Forse avremmo potuto non farlo, a pensarci bene. O almeno ricordarcene. Pensieri che mi si presentano tutti insieme nel breve istante in cui la vedo piegarsi a fatica, rovistare nello zaino in cerca di altro e tirar fuori invece quei due chili aggiuntivi, volgendo verso di noi un’espressione allibita che mi fa pensare “Luca, non vorrei essere nei tuoi panni in questo momento”.
Persone spregevoli.

Alla fine manchiamo la prima tappa di due chilometri, iniziando a cercare un posto per la notte tra i primi trulli che incontriamo e i campi arati: la scelta ricade su piantare le tende su un terreno abbastanza isolato, affacciato sulle campagne appena superate.

La notte cala del tutto sulla cena da campo illuminata dalle torce frontali. Lampi appaiono di tanto in tanto a disegnare nuvole in movimento all’orizzonte, e noi ci corichiamo, stanchi ma soddisfatti, al rumore dei primi tuoni.
Il corpo si distende grato sul terreno semiduro, lasciando scorrere fuori, nell’aria fresca ed elettrica per il temporale in arrivo, la prima giornata di cammino.
GIORNO 2
Castellana Grotte – Alberobello
Un’alba umida e lattiginosa mi accoglie dall’altra parte di una notte ricca di sogni, in gran parte proprio su questo viaggio, e frequenti risvegli al rumore dei tuoni: il temporale non ci ha investiti, ma ci è sicuramente passato molto vicino. Più tardi sentiremo parlare dei non indifferenti danni avuti per il maltempo non tanto lontano da qui, e ci renderemo conto di quanto la fortuna sia stata dalla nostra.

Per il momento, grazie ad anni di levatacce prima dell’alba mi devo rassegnare ad aspettare che gli altri si sveglino: ne approfitto per osservare il giorno distendersi piano sui campi mentre inizio a smontare la tenda.

Una volta pronti, raggiungiamo Castellana in relativamente poco tempo, spinti più dalla prospettiva di un’abbondante colazione che dalla smania di recuperare velocemente la prima tappa.


Fatta scorta di zuccheri, acqua e focacce per pranzo, siamo pronti a gettarci di nuovo tra i muretti e le prime salite di questo entroterra. Entroterra che finalmente inizia a parlarci e a mostrare il suo volto migliore: la signora che si affaccia al cancello per parlare allegramente delle sue giuggiole, il signore che ci offre da bere e ci indica un vicino convento da visitare, ma soprattutto lei, che vedendoci ferma sorridente la sua Panda rossa in mezzo alla strada, e non ci fa ripartire senza prima averci fatto dono di un sacchetto di taralli destinati a suo figlio, lasciandoci così stupiti e grati per il resto della giornata.

Vuoi per il potere benefico di certi incontri, vuoi perché siamo già al secondo giorno, il cammino di oggi si fa sentire meno su spalle e gambe ed arriviamo ad Alberobello prima di sera: sorridenti e sicuri nonostante il bisogno di una doccia, il non sapere ancora dove passeremo la notte e, ultimo ma non ultimo, il temporale di nuovo in arrivo.



Dopo la tappa d’obbligo in centro per vedere i trulli e un birra-briefing sul da farsi al supermercato, rimediamo al primo problema grazie all’idea di Luana che ci porta a tentare al vicino campo sportivo nonostante sia in corso un allenamento, e alla lingua sciolta di Luca che ci procura l’accesso alle docce mostrando una faccia e dei modi da bravo ragazzo che solo noi sappiamo essere completamente fuorvianti.
Di nuovo in strada alle prime gocce di pioggia, ma puliti e rilassati come dopo una giornata in Spa, la risposta alla seconda incognita si presenta ai nostri occhi esattamente sotto le nuvole più scure: un palazzo di tre piani in costruzione a fianco della strada, niente meno che un tetto a nostra disposizione.
Così, tra frontali accese, tende appoggiate sul cemento e bobine in legno adattate a tavolo e sedute, la seconda cena da campo si svolge in un tipico scenario post-apocalittico da fine della civiltà, mentre noi bisbigliamo e tendiamo l’orecchio ad ogni rumore dalla strada e la pioggia bagna le impalcature deserte e silenziose.


Coricandomi rifletto su quanto siano audaci e in gamba i miei compagni di viaggio, ed è allora che Luca si sente in dovere di precisare: “Non temete, la sorveglianza è sempre tenuta a dare il Chi va là prima di aprire il fuoco!”
Consolante. Decisamente consolante.
GIORNO 3
Alberobello – Locorotondo – Martina Franca
I primi suoni del giorno nascente si insinuano ovattati in quella fase di tranquillo dormiveglia in cui il corpo recupera poco per volta le informazioni su chi sei e in quale dimensione spaziotemporale ti trovi. Macchine in movimento. Voci. Un cancello trascinato sulla ghiaia. Cancello tipo quelli da cantiere. Tipo quello che abbiamo visto ieri sera quando-
Passo da coricato a seduto in una frazione di secondo alla “Notte dei morti viventi”. Meno male che sembrava abbandonato da anni questo cantiere. Alla faccia di Luca e delle sue battute sui lavoratori del sud.
Vaglio per un istante l’ipotesi di abbandonare al loro destino di fuorilegge i miei compagni, ancora ovviamente tra le braccia del sonno, ma decido di assolvere al mio compito di sentinella ed avvertirli: in fondo è la macchina di Luana che ci dovrà riportare a casa.
Cinque minuti dopo indossiamo la nostra migliore nonchalanche sotto gli zaini e passiamo dal cancello come fosse la nostra solita passeggiata mattutina. Dieci passi, venti, trenta, e siamo in strada.


La tappa di oggi si svolge per la maggior parte parte lungo i ponti dell’acquedotto pugliese, circondati da leggera boscaglia e lontani dal traffico.



Ci fermiamo per pranzo sui tetti di una grande villa in vendita nel mezzo del bosco, scelta che si rivela provvidenziale quando le nuvole si accumulano e iniziano a cadere le prime gocce: una volta al riparo, non ci resta che attendere, tra un’arrampicata sui muri e l’altra, che l’arcobaleno arrivi a darci di nuovo il via libera.



Raggiugiamo la tappa di oggi, Locorotondo, in buon vantaggio sul calare del sole, e valutiamo l’ipotesi di tagliare anche la tappa di domani in notturna così da chiudere il cammino con un giorno di vantaggio. Fosse per me mi tratterrei volentieri nel bar del timbro e dell’aperitivo d’obbligo, più per continuare ad ammiccare alla barista che per stanchezza.

Scegliamo comunque di avvallare l’ipotesi del “taglione” notturno dopo cena e ci infiliamo in una pizzeria dieci minuti prima che inizi il diluvio del millennio, uno dei più epici, a sentire i camerieri, della storia salentina. Fa già buio, la strada sotto la finestra è un fiume in piena e noi, ovviamente, non sappiamo dove saremo stanotte. Mentre ci ridiamo su iniziamo a conversare con i nostri eccentrici vicini di tavolo: lei olandese, lui portoghese, hanno fino al primo di dicembre per girare per l’Europa in totale libertà, chiusure per il virus a parte, fino al Portogallo. Il genere di persone che si ha talvolta la fortuna di incontrare in viaggio e con le quali i discorsi finiscono in breve sui massimi sistemi, la vita, le scelte, la libertà ed il tempo che fugge. Il tempo, a proposito, di guadagnare un nuovo contatto per Instagram, che ha già finito di piovere.
I camerieri ci circondano curiosi al momento della partenza, ci danno dritte per raggiungere Martina Franca nel minor tempo possibile e su dove cercare un riparo, mentre gli sguardi del locale sono tutti per noi: niente da fare, dobbiamo fare la nostra figura con gli zaini.
Fuochi d’artificio del temporale ormai lontano illuminano a tratti il panorama notturno intorno alla Statale. Portiamo avanti l’ultima fatica di oggi a denti stretti, sperando nella comparsa di un riparo che alla fine si presenta, un grande casolare abbandonato a fianco della strada ormai sotto Martina Franca. Come ieri mettiamo le tende sul duro pavimento del primo piano, quasi senza una parola: il prezzo di due tappe in un giorno solo, tra chilometri e colpi di fortuna, si fa sentire.
GIORNO 4
Martina Franca – Crispiano
Nell’oro di un’alba perfetta e cristallina, come solo le albe dopo i temporali possono essere, riesco ad esplorare meglio il nostro particolare resort. Gli ampi saloni, quello che rimane di pareti affrescate e la vista dal tetto dell’edificio, le colline intorno a Martina Franca baciate dal primo sole, mi fanno dimenticare in un attimo la seconda notte passata sul duro pavimento.





Non sono ancora le sette e Ricci mi chiede se ho intenzione di prendere la colazione direttamente dai fornai. Come se non sapessimo tutti e tre che anche oggi non saremo sulla traccia del giorno, tra colazioni, timbri e pause di riflessione, prima delle dieci.
E infatti.
Il primo dato di fatto, mentre stiamo per lasciare Martina e la sua bellissima piazza vista di sfuggita, è che oggi non correremo il rischio di incorrere in pioggia e temporale. Il secondo è che quella di oggi sarà la tappa più lunga, 28 chilometri fino a Crispiano.

Il terzo dato di fatto è che andremo molto, molto piano: l’anca di Luana ha smesso da un pezzo di darle noia, sostituita in compenso da una strage di vesciche per lei e per me. Dobbiamo quindi aggiungere un’ulteriore sosta in farmacia prima di addentrarci fuori dal paese. Il che non sarebbe neanche così fastidioso, non fosse per Luca che non perde l’occasione per usare questo svantaggio fisico come prova della superiorità dei Ricci sulla nostra famiglia. D’altra parte, per Luca ogni cosa prova la superiorità dei Ricci.
Ventotto chilometri sono un’infinità. Ma nella verde cornice del bosco delle Pianelle, finalmente lontano da strade e immersi nella natura, sono ben più che sopportabili: sono piacevoli. Un passo dopo l’altro e una pausa dopo l’altra ci addentriamo in questo nuovo paesaggio, il peso più forte sulle spalle ma la mente ancora più leggera che nei giorni scorsi, tra aneddoti, storie di vita e racconti famigliari.




Non siamo ancora fuori dal bosco quando inizia a far buio. Iniziamo a discutere della possibilità di fare autostop, tagliare il percorso o mandare uno di noi in avanscoperta senza zaino. Non abbiamo però fatto i conti con l’orgoglio smisurato che accomuna tutti e tre: o forse è proprio che ormai ci conosciamo e sappiamo che è sufficiente questo orgoglio per andare avanti fino in fondo insieme.

Usciamo dal bosco alle ultime luci del giorno e con ancora un bel pezzo di strada davanti. Ventotto chilometri sono veramente un’infinità, ma per stasera abbiamo prenotato un appartamento e l’idea di sentire di nuovo il contatto con qualcosa di morbido è sufficiente per continuare a camminare. Anche a costo di tagliare per i binari del treno, andando così a spuntare un’altra x nella nostra particolare “to do list” del viaggio improvvisato.


Il buio è ormai calato quando, torce puntate sull’asfalto, ci infiliamo per i borghi di Crispiano. Dal modo in cui un anziano offre una sedia a Luana nel mezzo della strada e dagli sguardi compassionevoli che ci riserva la nostra padrona di casa, dobbiamo avere un’aria da pellegrini in cerca della crisi mistica. Ma ormai ci resta solo una tappa, e per stasera abbiamo materassi, doccia, e quel che resta della voglia di camminare per arrivare alla braceria più vicina e iniziare a diluire nella Raffo tutta la stanchezza.
GIORNO 5
Crispiano – Taranto
Dopo l’arrivo trionfante di ieri sera pareva che non saremmo riusciti a mettere un piede davanti all’altro per un altro giorno. Ma un sonno ristoratore e la prospettiva del traguardo ormai vicino possono fare miracoli: allora ci guardiamo per la quinta volta indossare le scarpe e buttare lo zaino sulle spalle, per uscire verso campi, muretti e, per non farci mancare nulla fino in fondo, nuvole cangianti e minacciose.

Dopo le prime ore di cammino scorgiamo i due mari di Taranto dall’alto degli ultimi, larghi campi da superare, con l’erba bruciata dal sole e la terra fine cosparsa di sassi.

Scendiamo a poco a poco per questa particolare brughiera, tra arbusti, ponti e tubature, mentre le ciminiere dell’Ilva si fanno sempre più vicine come un insano miraggio.
Per quattro giorni abbiamo giocato a rimpiattino con la pioggia, uscendone sempre fortunati e asciutti: la accogliamo quindi serenamente quando, finalmente, ci tocca tirare fuori giacche e coperture e prenderla sul serio, nel momento di affrontare gli ultimi chilometri d’asfalto prima della città.

Rientriamo definitivamente nella civiltà direttamente dal porto, tre figure inusuali in mezzo a cani da guardia, baracche e capannoni, attirando velocemente l’attenzione dei lavoratori immersi in un grigio venerdì di mestiere: ci si stringono intorno per scambiare due chiacchiere, curiosi e un pocolpiti, dandoci a modo loro il benvenuto in questa città.

Siamo silenziosi negli ultimi chilometri, ognuno concentrato sul mettere un passo davanti all’altro fino all’ultima tappa o sulle nuvole che promettono un altro breve temporale prima di raggiungere il castello; forse anche ai miei compagni scorrono davanti anche le immagini di questi cinque giorni, questa regione non nostra con le sue contraddizioni e i suoi alti e bassi, i rifiuti a fianco delle strade, i grandi ulivi, i suoi sorrisi, i suoi muretti, la sua voglia di chiacchierare nella sua lingua e la sua frutta invitante a bordo dei campi. Il suo saperti accogliere senza giri di parole e senza benvenuto, semplicemente facendoti sentire che ci sei.
L’ultimo timbro al castello ci viene lasciato da un portuale in divisa che ci racconta dei suoi anni di tribolazioni in treno da Parma a La Spezia, e di quando non più tardi di due mesi fa il ponte girevole del castello ha accolto l’Amerigo Vespucci.

Ora tocca invece a noi passare per quest’ultimo ponte, dall’altra parte del quale scorgiamo già i due marinai di Taranto a braccia spalancate verso l’ovest, il mare e nuove direzioni: proprio come la statua di Modugno che abbiamo salutato solo quattro giorni fa, volgendo le spalle a un altro mare.


A proposito, rimane solo una cosa da fare.
Recuperiamo dallo zaino i tre sassolini scelti a Lama Monachile. Ci affacciamo dalla ringhiera direttamente sul tramonto che sta iniziando a sfumare d’oro il mare ed il castello.
Tre, due, uno. Lanciamo nello stesso momento i sassolini nel mare.
Ognuno di noi li osserva cadere in acqua, assorto.
Ognuno di noi sta guardando qual è arrivato più lontano.
Dannazione, Ricci. Dannazione.

EPILOGO
Istantanee di una risalita d’Italia tra Matera, Altamura, Civita di Bagnoregio. Tra sassi, paesi arroccati, abbandonati, tombaroli, pioggia e terme. Soprattutto pioggia. E terme. E pioggia.






