Sui passi dello Slavo

Sentiero ad anello “Giovanni lo Slavo” presso Morfasso (PC), a cura del Museo della Resistenza Piacentina. Informazioni e traccia sono scaricabili da qui.

“Io questi posti li conosco”.

Risalgo lentamente le provinciali della Val d’Arda piacentina, è una mattina d’inizio aprile che sembra voler far piovere da un momento all’altro. Sotto questo cielo in transizione di grigi mi ritrovano i nomi dei paesi, gli incroci, una mastodontica cementeria a fianco del torrente, la grande diga come un confine tra collina e montagna. I profili dei monti sullo sfondo, il Lama, il Moria non mi sono estranei e non solo perché questa zona è così simile alla mia. D’altra parte siamo solo a una manciata di vallate da casa.

Ritorno “Come un biondo straniero”, recitava una poesia di cui non ricordo altro, in un vecchio spettacolo sulla Resistenza fatto da adolescente.

Sarà una giornata di continue risonanze e dimenticanze sfumate di questo tipo, intuisco scendendo davanti al Museo della Resistenza piacentina a Sperongia, a pochi chilometri da Morfasso (PC).

Morfasso (PC), un soldato a terra di vedetta sulle vallate davanti al Monumento ai caduti. Sia chiaro da subito che qui la memoria è una cosa seria.

Perché sono qui?

Una specie di missione, mi piace pensare. Tendere ponti tra il nostro museo di Sasso (Pr) ed altre realtà simili dell’Appennino Tosco-emiliano, cercare contatti e buone pratiche da convidere e mettere in atto.

La storica e curatrice volontaria del museo piacentino Iara, nome che già sembra di battaglia, mi ha consigliato per la mattinata un sentiero storico chiamato “Giovanni lo Slavo”: dieci chilometri ad anello tra i boschi e i paesi sui fianchi di questi monti. Si tratta di uno dei venticinque percorsi che negli ultimi anni un gruppo di trekker volontari ha tracciato per il museo in tutta la montagna piacentina, ognuno sulle tracce di un evento storico, di un tema, di un personaggio legato alla Lotta di Liberazione.

Se non sono buone pratiche queste.

Sentieri della Libertà – Zona Val d’Arda

Sperongia, chiesa, cimitero e monumento ai caduti arroccati dirimpetto alla chiesa di Settesorelle, distante alcuni chilometri sull’altro versante dell’Arda. Il campanile si staglia contro il cielo cupo di questa mattina, una linea netta a dividere da un lato la piccola grotta dedicata alla Madonna di Lourdes, dall’altro il museo con le sue foto di anarchici, teste calde e cartuccere a tracolla: diavolo e acqua santa a distanza di un segno della croce, la definizione perfetta di provincia.

Sperongia (PC)

Per unirmi al tracciato del sentiero, che inizia nel paese di Dadomo presso Settesorelle, devo compiere una piccola variante prevista per chi parte dal piazzale del museo. Inizio a scendere verso il primo torrente, e a scoprire un passo dopo l’altro la storia dello Slavo.

Giovanni Grkavac, ufficiale della marina iugoslava, nato in Dalmazia nel 1910. La sua prima apparizione nella Storia è da fuggiasco dal campo di prigionia di Cortemaggiore, nella bassa piacentina, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Come tanti altri dissidenti, ex prigionieri, renitenti o semplicemente stranieri, prende la difficile via verso la montagna e così arriva a Osteria di Settesorelle. Qui, complice una buona conoscenza dell’italiano e un carattere affascinante, inizia a riunire intorno a sé una delle prime bande di ribelli, in quella fase iniziale della Resistenza in cui la lotta è atto spontaneo e inevitabile, aggregazione di volontari locali e foresti intorno a antifascisti della prima ora, militari del disciolto esercito e, come in questo caso, ex prigionieri dei campi. Tra aprile e maggio del ’44, i ribelli di Giovanni Lo Slavo, questo il nome che assume, compiono alcune importanti azioni di sabotaggio e attacco ai presidi fascisti locali,e la banda si trasforma in un vero e proprio distaccamento che entra a far parte della 38.ma brigata Garibaldi.


“Dopo aver mangiato, Giovanni si trattenne con me. Vide la falce e martello incrociati scolpiti sul calcio
del fucile e mi parlò subito di politica. Parlammo della rivoluzione russa e anche del maresciallo Tito
che conduceva la lotta armata nel suo paese, contro i nostri stessi nemici.

Lui condivideva l’ideologia comunista per cui solo la lotta armata era l’unico mezzo per la conquista del potere”.

Così lo ricorderà Nino Fagnoni, nome di battaglia Stalin, nelle proprie memorie partigiane.

Mentre per due volte fiancheggio il torrente e risalgo il sentiero prima di unirmi al tracciato ufficiale, rincorro senza ricordarle le parole di quella canzone di Mannarino sui comunisti pieni di baffi presi a schiaffi dalla Bora:

“e per non dargli la soddisfazione
fecero finta di non sentire
chi strinse i denti, chi i pugni
chi il rosario prima di morire”.

Giungo in vista dei muri in rovina di Gariboia, frazione oggi abbandonata dove il 16 aprile del ’44, una domenica notte di luna piena, nacque ufficialmente la 38.ma Brigata Garibaldi. Giuseppe Prati, comandate della divisione partigiana Valdarda, lo racconterà nel suo “Figli di nessuno“:


“Non vi fu bisogno di molte parole.
I moschetti allineati sul rustico tavolo della cucina erano quindici, qualcuno scassato, poche munizioni
e soltanto una ventina di bombe a mano tipo “Balilla”. Tutto lì il nostro arsenale.

(…) Era circa mezzanotte quando in fila indiana ci incamminammo verso il Lama. In quel preciso momento nasceva anche di fatto la 38.ma Brigata Garibaldi. Ricordo ancora il grande silenzio e l’immensa profondità del cielo di quella notte; la luna, eterna propiziatrice e testimone delle vicende umane, sembrava voler proteggere i nostri passi: era piena, lucente come poche volte”.

La porta dell’edificio principale è semiaperta, non resisto alla tentazione di buttare un occhio dentro.

Sul tavolaccio, che mi piace pensare sia lo stesso dei quindici moschetti scassati, un grande e vecchio televisore, già antico pure lui tra questi muri abbandonati.

Ma se poi abbiamo vinto – non posso che continuare a chiedermi -, se abbiamo vinto che cos’è questo senso di desolazione?

Il sentiero prosegue in mezzo a castagni secolari, spezzati, contorti come testimoni sileziosi e sofferenti degli eventi di quegli anni: leggo del grande rastrellamento nazifascista del luglio 1944, tempesta che si abbattè anche su queste frazioni come nel resto dell’Appennino.

Della Casa del Cucù, nascondiglio nel mezzo di questi castagneti usato come riparo probabilmente anche durante queste operazioni di rappresaglia, non rimangono che i resti dei muri, già abitati da alberi più giovani.

Pochi mesi dopo quella dura estate, nell’autunno del ’44, grazie all’arrivo di nuovi giovani combattenti la vecchia formazione della 38.ma si trasforma nella 62a brigata Garibaldi “Luigi Evangelista”.

Ma a dicembre dello stesso anno Lo Slavo viene destituito dal suo ruolo di comandante di brigata: a sostituirlo è l’ex ufficiale dell’Esercito Emilio Verani. Secondo una versione dei fatti, Giovanni fu rimosso con l’accusa di aver fatto ritirare anzitempo il suo distaccamento a fronte della minaccia di un vasto rastrellamento “nazimongolo”, ad opera cioè dei famigerati soldati provenienti dall’Est che nell’ultimo inverno furono al centro delle ultime violente rappresaglie. Ma secondo altre versioni, tra i comandi non si aspettava altro che un pretesto qualsiasi per destituire lo Slavo. Rimaneva pur sempre uno straniero, pure nettamente schierato politicamente.

Si tratta di un destino comune ad altri comandanti e ribelli della prima ora, o troppo schierati o non inclini ad accettare le gerarchie imposte nella fase avanzata della guerra. Personalità rimaste incastrate tra i chiaroscuri della Guerra di Liberazione. Il mio pensiero non può che andare alla Quarantasettesima Garibaldi operante nella mia Val d’Enza, e a Juan, comandante di distaccamento processato allo stesso modo per una ritirata inopportuna; la sua storia, però, finì con la fucilazione.

In lontananza oltre l’Arda l’abitato e la chiesa di Pedina.

Una leggera pioggia ha iniziato da qualche minuto a accompagnare il flusso di questi pensieri.

Ma è sul tratto che dal sentiero si fa poco più impervio e porta alla grotta dell’eccidio che inizio a sentire più freddo.

L’8 Gennaio 1945, una squadra di ribelli in sganciamento verso la sovrastante Rocca dei Casali fu intercettata qui dalle raffiche di mitragliatrice provenienti da Pedina, sul versante opposto del torrente. Il gruppo riparò in quella che è effettivamente una piccola grotta, ma qui, bloccato dalla neve e dal fuoco, fu raggiunto e finito sul posto dalle truppe nazifasciste. Per un mese, a causa della permanenza in zona dei “mongoli”, ai compagni dei distaccamenti non fu possibile venire a recuperare i corpi.

Tra i caduti della grotta vi erano due ragazzi di 17 anni. Una stele li ricorda oggi: graffiata, non posso fare a meno di notare. Come se qualcuno avesse voluto fare un ultimo, rabbioso dispetto, o cancellare anche la memoria di quanto tra queste pietre è accaduto.

Sta ricominciando a piovere. Mi fermo qualche minuto sotto la roccia esterna della grotta, nell’attesa che passi.

Il percorso prosegue poi fino alla sommità di Rocca dei Casali (871 m.), punto panoramico affacciato su tutta la Val d’Arda.

Il cielo quassù torna ad aprirsi. Per oggi, ha smesso di piovere.

Incrocio un nutrito gruppo camminatori in gita sullo stesso sentiero e diversi biker sulle moto da cross, lungo la discesa verso l’abitato di Dadomo da cui parte ufficialmente il sentiero di Giovanni Lo Slavo.

“La popolazione di questa montagna è diffidente, certamente chiusa verso l’estraneo”, dice la guida a cura del museo che ho scaricato sul telefono: non fatico a crederlo, osservando il bel borgo di Dadomo chiuso su sé stesso come una piccola fortezza. Dal balcone il padre di uno dei biker di prima mi chiede con sospetto se mi sono perso mentre scrolla la tovaglia del pranzo, salvo poi avere la premura di darmi indicazioni per tornare a Sperongia.

Al termine dei quattordici chilometri in saliscendi tra boschi, rocce e vecchie frazioni abbandonate, sotto il sole del pomeriggio ritorno verso il campanile di Sperongia.

Iara mi accoglie e mi illustra il lavoro fatto dal museo in questi anni: le foto dei combattenti, la raccolta delle testimonianze, i pannelli dedicati ai primi ribelli del ’43 o alla realtà dei partigiani stranieri, Lo Slavo ma anche lo scozzese Mak, il russo Grosni, il Montenegrino, i mongoli disertori Mocache e Torsino.

Chiacchieriamo di cosa voglia dire oggi tenere aperto un museo della Resistenza, tenuto vivo da una variegata realtà di volontari, storici, appassionati, collezionisti, scuole, sportivi come nel nostro caso dei Sentieri della Libertà. Parliamo degli immancabili campioni che per aver letto tre citazioni ritrite di Pansa vengono a dirti “Quello che nessuno ha mai detto della Resistenza” e che viene invece ripetuto da anni. Tutti quelli che vogliono o hanno voluto fare una storia facile della Resistenza, la quale tutto è, tranne che una storia facile. Ma per questo fondamentale.


E Lo Slavo?

Dopo il rastrellamento del gennaio 1945 viene sempre più marginalizzato nella Brigata: sfilerà come semplice partigiano, nel giorno della Liberazione.

Tanti combattenti si tennero stretti dopo la guerra di nomi di battaglia, ma per Giovanni, rimanere per sempre uno Slavo nell’Italia del dopoguerra aveva tutt’altro significato. Si ritorna velocemente ad essere solo uno straniero, per cui non ci sono lavoro nè prospettive, nell’Italia della pace ritrovata.

Sposerà una ragazza di Settesorelle con cui avrà due figli, ma spinta da una situazione economica difficile, la famiglia dovrà andare a cercare fortuna, come tante altre, negli Stati Uniti. Ad aiutarli a trovare sistemazione in America è il pilota alleato Girling John Norman, che durante la guerra Giovanni aveva ospitato dopo un atterraggio di fortuna.

Giovanni Grkavac vivrà da impiegato, un buon lavoro, tra Milwaukee e Chicago. La Jugoslavia in cui era nato cesserà di esistere ben prima di lui. Morirà a 93 anni compiuti, insignito di medaglia d’argento dal Congresso. A un Oceano di spazio e tempo da una terra natale disgregata, dalla falce e martello incise sul calcio dei fucili, dal ruolo di comandante di una banda di ribelli preso per caso tra i monti piacentini e poi perso prima che fosse di nuovo primavera.

Un biondo straniero, per tutta la vita.

Giovanni lo Slavo (seduto) tra i partigiani Luigi Piotti, Giacomo Sorenti e Alfonso Escarini a Settesorelle, il 30 luglio del 1944

Ma non straniero almeno qui, dove il suo nome rimane legato a un sentiero insieme a quello dei suoi compagni e di quello che fecero in quegli anni.

La Resistenza. Una storia che, rifletto ridiscendendo tra la grande diga e la cementeria, forse non si smette mai di imparare, perché non è detto che sia finita; una storia che ci ritrova, nel cuore, in fondo stranieri. Nel cuore, per dirla con Primo Levi nella bellissima “Partigia”, nemici prima di tutto di noi stessi.

(…) Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita.

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