Madrid – Castiglia, giugno 2023
In altri tempi, per i figli di mezzo e ultimogeniti non vi era terra da ereditare, ma la via del mondo in battaglia o in chiesa, spada o croce alla ricerca di fortuna, conoscenza o perfino di gloria.
Un’amica dall’occhio di maga mi intravide avvolto da una lucente armatura in una delle vite passate, senza dubbio un’immagine ricorrente nella mia fervida immaginazione di secondogenito piena da sempre di torri da difendere e cieli da esplorare.
Si creda o meno nella trasmigrazione dell’anima, in questa vita il destino ramingo di mio fratello minore, al quale in altri tempi sarebbe probabilmente toccato il convento, l’ha portato a lavorare in un elegante e costoso ristorante italiano tra le vie di Madrid; ed è qui, davanti a un buon vino rosso del Sud Italia, che ha inizio questa storia di sante e di guerrieri.
Il dolce arriva già con due cucchiaini “Perché gli spagnoli dividono tutto”, mi spiega hermano con l’immancabile aria di benevola sufficienza, resa più acuta dal ruolo di ospite e cicerone. In una manciata di mesi da quando ha lasciato la provincia natìa ha imparato perfettamente la lingua e come muoversi in una grande capitale: d’altra parte era da sempre evidente come il paese gli stesse stretto; il Paese, strettissimo.

“Il re resterà per sempre” vuole la Costituzione democratica, mi spiega Borja, collega di hermano e socialista battagliero il quale ha deciso di istruirmi subito e senza fronzoli su questa terra di Castiglia: Valladolid? Capitale dei fascistas, sentenzia, accompagnando il giudizio con una delle bestemmie imparate dai colleghi italiani alla quale il castigliano dona un’inflessione veneta, ma più sorridente.
La serata prosegue in una taberna lì vicino. Tipico locale castigliano: aria greve, bancone con lo jamòn iberico sull’affettatrice, tavolini in fòrmica vecchio stile, chitarre e femori appesi in bella vista; e foto di corride alle pareti e ritratti dei grandi matadores, Enrique Ponce ma soprattutto Manolete, inimitabile con quel viso da eterno provinciale buono solo per il bar o l’arena, morto a trent’anni dopo l’ultimo spettacolo di sangue e sabbia. Borja intercetta la lenta parabola del mio sguardo e sorride guascone spalancando le braccia, “Bienvenido!”: questa è la Spagna tradizionale.
Non ci posso fare niente, nei musei mi commuovo.
“Certo che il Cristianesimo è super truce”: sussurro a hermano la grande intuizione arrivata nel mezzo di una temporanea su Guido Reni ospitata al piano terra del Prado, dopo l’ennesimo crocefisso, l’ennesima strage di bambini, l’ennesimo San Sebastiano crivellato di frecce. “Hanno chiaramente qualche issue sulla distinzione tra dolore e piacere”, aggiunge egli davanti all’espressione estatica del martoriato di turno.
Sangue dappertutto in queste tele. Sangue e lotta dai tempi pagani del mito, Ercole dal corpo divino che se la vede direttamente con i mostri, e prima ancora Zeus contro i giganti. Dolore e sensualità che si sporcano a vicenda, seppure, leggo dalle descrizioni, Reni si fosse condannato alla castità e alla repressione di sé; come non si sentisse creatura di questo mondo. Negli ultimi anni un cambio di stile drastico, forme meno definite, sfocate e diverse opere lasciate nel non finito, mentre i debiti di gioco lo trascinavano via. La vista che si fa sfocata mentre si perde sempre più la presa sul mondo terreno.
Esperia. Terra delle prime stelle, terra sulla quale il sole scende a tramontare lentamente; tana, secondo gli antichi, dei peggiori e più misteriosi mostri. Terra delle visioni di Goya, sabba di streghe e colossi grandi quanto l’orizzonte, landa su cui il cielo fosco lascia presagire sempre nuova guerra.
“Avete visto il quadro di Goya con i due contadini che lottano?”, ci chiede Borja all’uscita del museo. “Quel quadro rappresenta la Spagna”.

Due nature in eterna lotta, centro contro periferia, Madrid contro il resto del mondo: una città fatta prosperare ex novo a Rinascimento inoltrato, con il Palazzo Reale che doveva essere la “Nuova Versailles” di FIlippo II dalle chiare influenze asburgiche, che cancellano il passato mussulmano di piccolo crocevia sull’acqua dell’originaria Mayrit. Plaza Mayor è la frontiera, ci spiega Borja, tra la “nuova” Madrid della corte e la Madrid sopravvissuta lungo l’asse di Calle del Las Huertas, le sue taberne tipiche, le vie strette all’uso berbero per riparare dal sole, le targhe a ricordo di scrittori e poeti che tra le Huertas hanno abitato. “La piazza è l’ultimo simbolo popolare di una Madrid di puttane e artisti”, ci dice con rancorosa nostalgia indicandoci una delle otto entrate della piazza (ogni Plaza Mayor di Spagna ne ha otto): la porta presso la quale, durante la guerra civile degli anni Trenta, i repubblicani in attesa delle truppe franchiste appesero il celebre striscione “No pasaran! Il fascismo vuole conquistare Madrid, Madrid sarà la tomba del fascismo.”
E invece.
A Plaza d’Oriente, nella quale Franco tenne il suo ultimo discorso ad una folla osannante nel ’75, ci fermiamo giusto il tempo di una brutta foto alla facciata del Palazzo Reale. Brutto posto, per i progressisti.
Ci salutiamo a Puerta del Sol, piazza simbolo del movimento giovanile degli “Indignados”: una delle voci di crisi del modello democratico, voci di protesta contro l’ingiustizia del presente e l’incertezza del futuro. Era il 2011, il tempo delle Primavere arabe. Era prima di Podemos, prima di Vox. Tra pochi giorni si terranno le elezioni anticipate in Spagna, indette da Sanchez al culmine della crisi dell’attuale governo socialista, sull’onda dell’avanzamento delle destre in tutta Europa.
Puerta del Sol era piena delle tende degli studenti, ci racconta Borja che quell’occupazione l’ha vissuta. E gli si illumina lo sguardo al punto che sembra quasi di scorgerle ancora, le tende dai colori variopinti; lì dove ora camminano mollemente i turisti, e dove la sera i venditori ambulanti sparano in aria quei giochini luminosi dai fischi come queruli lamenti: elemento immancabile nelle piazze di tutta Europa, l’unica cosa rimasta, dodici anni dopo, ad accomunarle.

In un parchetto di Avila, un piccolo totem di guerriero Choroteca proveniente dal Nicaragua ci ricorda che siamo in Paese che ha conquistato, e poi perso, un Impero sul quale il sole non tramontava mai.
Ma non è per i totem indios che abbiamo preso un treno sotto la pioggia anomala di questo giugno castigliano e raggiunto la cittadina dalle maestose mura dorate. Ávila è legata indissolubilmente a Lei, la ragione per cui ogni cittadina castigliana ha almeno un monastero oltre alle almeno tre cattedrale/basilica/chiesa d’obbligo; l’indiscussa celebrità della spiritualità spagnola, San Francesco senza animali e con più sangue e intrighi; stiamo parlando di Teresa di Ávila, Santa Teresa, che la cittadina natale replica ad ogni angolo anche nelle insegne e nei biscotti. Mentre fuori dal treno scorreva un paesaggio piovoso che sapeva più di Highlands scozzesi che di Castiglia, mi sono in breve appassionato a questa figura seguendone le controverse vicende su Wikipedia, e riportandole a hermano in cambio di uno sporadico “hm hm” e dell’aria contraddetta di chi non è solito alzarsi al mattino presto.
In breve: quando sei una ragazza castigliana del Cinquecento e da un momento all’altro il Signore inizia a presentartisi sotto forma di visioni, cuori trafitti e crisi estatiche la cui descrizione si avvicina pericolosamente a quella di un’orgasmo, le strade sono due: o ti segue abbastanza gente da iniziare a fondare un monastero dopo l’altro per tutta la nazione, o vieni accusata di possessione demoniaca e inquisita. Ecco, a Teresa sono successe entrambe le cose.


Sull’onda di questa spiritualità da grandi cattedrali, grandi inquisitori, e grandi demoni senza grandi angeli, le nostre strade si separano per il fine settimana. Proseguo il viaggio alla ricerca della vera Castiglia medievale, con tanto di podcast storico di Franco Cardini in sottofondo per i momenti di pausa.
Arrivo a Segovia mentre un tramonto infuocato si riversa sull’arena dei tori deserta e sulla strada che porta al maestoso acquedotto romano, tra i gridi delle rondini che vi si affollano intorno. Le ritrovo al mattino, le rondini, mentre mi incammino dalla piazza dell’acquedotto per un giro tra i resti dei vecchi mulini ad acqua e i campi, con l’unico scopo di schivare il più possibile il centro affollato e chiassoso.



Segovia, acqua e acciaio: a valle del centro storico l’antico acquedotto, a monte il grande palazzo dell’Alcazar pieno di armature, picche, scudi, cannoni e re e regine dei secoli scorsi affacciati su uno dei saloni. In mezzo, la grande cattedrale con la torre medievale più alta di Spagna, imponente come una fortezza rivale del palazzo, dalla cui sommità si può ammirare un paesaggio che solo da una manciata di decenni si sta riprendendo dalla desertificazione.
Già, perché con la Reconquista, una volta arginati e poi cacciati i mussulmani che sapevano come rendere fertile una terra come questa, i nostri nobili vestiti d’acciaio e di fede pensarono bene di puntare interamente su un’economia basata sull’allevamento intensivo, massimo guadagno in tempi veloci. Il risultato sul lungo tempo è stato guardarsi intorno in pieno Ventesimo secolo e rendersi conto di avere creato il deserto in larga parte della nazione. Ma cosa poteva importare a chi a suon di crociate si era già guadagnato il Regno dei Cieli.


Togli Dio da tutto questo, mi dico tra i campi di papaveri affacciati sulla migliore vista panoramica di Segovia, e cosa rimane?



La scritta “Todo por la patria” campeggia sopra al portone dell’Accademia della Cavalleria. Valladolid, ex capitale del Regno, come d’altra parte affermano di essere state a turno tutte le città che ospitano un Alcazar: centro principale dell’Inquisizione, decaduta nel corso del Seicento e poi ripresasi con l’industrializzazione ottocentesca, la sua grande cattedrale incompleta ha il fascino delle cose iniziate con ambizione e poi abbandonate, tra le vie dall’aria marcatamente mitteleuropea e piene di studenti che la sera affollano i bar e i pub.


Qui visse i suoi ultimi giorni Cristoforo Colombo, nella speranza e attesa di un altro viaggio verso il Nuovo Mondo; e qui visse, in un’elegante villetta con giardino e biblioteca, Miguel de Cervantes. A loro sono dedicati due piccoli e ben curati musei, che parlano, in modi molto diversi, di come prima lungo l’Oceano e poi tra le pagine di un romanzo andò allontanandosi sempre più il Medioevo, con le sue vaste, sacre, eroiche certezze e suoi così limitati orizzonti.



Domenica. Bambine vestite da sposa per la Comunione e famiglie eleganti percorrono il centro della vicina cittadina di Simancas, il cui castello ospita il grande e importante Archivio Generale fondato nel 1540 per riunire i documenti della Corona di Castiglia. Una vera miniera d’oro per storici e studiosi, un ricordo dei tempi e delle amicizie dell’università a cui vado a dedicare un sorriso silenzioso tra vecchi tomi e bauli secolari.


Ma la domenica è lunga, il centro storico di Simancas è affascinante ma piccolo, per cui decido di ritornare verso Valladolid a piedi percorrendo i 13 chilometri che separano i due centri, prima sul tracciato del Cammino di Santiago che passa da qui e poi improvvisando tra i campi e lungo le sponde della Pisuerga.
La domenica sera, la città che fu capitale dell’Inquisizione domenicana è silenziosa, i locali affollati la sera prima chiudono presto ai pochi avventori. Mi aggiro sull’onda della suggestione verso il palazzo di Giustizia, immaginandone il passato di tribunale del terrore, proprio dirimpetto alla mastodontica facciata del collegio domenicano di San Gregorio. Mi chiedo quali e quanti fantasmi invendicati girino ancora per queste vie.

Ed è proprio davanti allo stesso portone decorato, reso molto meno minaccioso dalla luce del lunedì mattina, che mi arriva il messaggio di hermano con l’ultimissima ora: è morto Berlusconi.
Lascio Valladolid e i suoi fantasmi, e rimuginando sulla notizia predo il treno per ricongiungermi con mio fratello a Salamanca.

Salamanca! La grande Università medievale, i massicci muri di pietra dorata dalle scritte vermiglie, il lungo Ponte Romano, la Grotta del Diavolo e gli angoli esoterici nascosti, teschi scolpiti nascosti dalle ombre delle grandi chiese.
Sapere, fede e superstizione tutti insieme a pochi passi di distanza, Salamanca mette in mostra tutto, con i suoi musei che vanno dall’art déco, alla Guerra civile, alla Massoneria, lasciando però sempre intendere altri segreti, ancora nascosti.
Percorriamo la città in lungo, in largo e in alto, fin sulla cima della torre della Cattedrale tra uno scroscio di tempesta e l’altro, io sollevato di avere di nuovo un interprete e non dover più rispondere con un vacuo “como?” ad ogni domanda.

“Dei santi non si butta via niente”, commentiamo davanti a un reliquiario pieno di frammenti e ossicini: sempre a un soffio dalla bestemmia, la quale mal nasconde una sorta di religiosità provinciale e perciò più viva, percorriamo le grandi arcate e i chiostri del Convento di Santo Stefano. Immaginandoli, dai nerd che siamo, come teatro perfetto di scontri tra angeli e demoni, tra peccatori e paladini.



Condanna e fortuna di avere una fervida immaginazione, la stessa che popola di dèi e mostri la realtà, e talvolta ti spaventa, ma magari ti fa pure sopravvivere ai paeselli.
Ma non ai ristoranti acchiappaturisti e dai deludenti menù a 15 euro.
Il tramonto scende con tutta calma su Toledo.
Con le sue due sinagoghe e la moschea, riconvertita ma ancora in piedi, l’antica capitale del Regno, piena di spade crociate ad ogni vetrina, lascia ancora intuire un passato di tolleranza e collaborazione, che aveva portato Toledo ad essere un importante centro di traduzioni tra arabo, ebraico e latino.
A Sud di qui si estende la Mancia, nella quale mi riprometto esplorazioni dopo avere letto Cervantes, e ancora più lontano l'”altra” Spagna, quella che vede in Granada il centro di incontro tra diverse culture e influenze, dalla mussulmana alla zingara, e dove in futuro pianificheremo altri viaggi.
“Il mondo è molto più piccolo di come lo immaginiamo”, diceva Colombo. E noi lo riempiamo di cattedrali, per farlo sembrare almeno più spazioso.
Un lunghissimo tramonto scende sulla Castiglia, sulle sue anacronistiche arene da combattimento e sui suoi allevamenti di tori, i suoi grandi palazzi, i monasteri, le spade, le accademie militari. Sui suoi “patrioti” che vogliono ritornare indietro, e che forse tra qualche giorno avranno fatto un passo in più alle urne. È la democrazia, bellezza, e forse è pure la natura umana. Una delle due nature della Spagna, che alla fine sono le nostre, di ovunque siamo. Perché anche guardandola oggi con occhio da progressista, so bene che in quelle armature esposte una parte di me vi si mette, una parte che a diciannove anni in Accademia ci voleva pure entrare.
Una eterna lotta tra tornare indietro e andare avanti, difesa e attacco. Tra Paura e Amore, diceva Bill Hicks, e poi aggiungeva che si tratta soltanto di un giro di giostra. Un giro di arena, dove sulla sabbia, come i due contadini di Goya, siamo sempre noi. Che lottiamo come solo tra fratelli, da piccoli, per un richiamo istintivo di sangue.
Il nostro sangue, di figli cadetti che in altri tempi sarebbero partiti da santi o soldati, comunque disgraziati, rivoluzionari mancati. E che ancora, partiamo.
