Tardo autunno dei giorni che precedono l’avvento. Zagabria ci accoglie sospesa in questi giorni da pre-attesa, un prima del prima, tra cantieri, lavori in corso, posti chiusi temporaneamente o per sempre.
Gli ultimi giorni spendibili di ferie in un anno che pare correre verso la sua conclusione, siamo già quasi a dicembre? Il tempo vola quando le notizie atroci si accumulano all’orizzonte. Bisogno di lontananza, di far scorrere chilometri sconosciuti dal finestrino di un treno.
La cattedrale devastata e chiusa, di nuovo, per il terremoto di tre anni fa, la piazza della chiesa di San Marco dal tetto variopinto dai colori croati transennata e sorvegliata da guardie armate; non resta che rifugiarsi altrove, tra i giochi di luce dell’autunno che sembra vivere solo per il tramonto; tra notti tirate fino all’alba nei club e giorni spesi tra i numerosi caffè e i musei veramente unici di Zagabria.
Museo degli hangover, tappa ideale dopo una notte impegnativa. Il racconto di una serie di blackout alcolici e delle tragicomiche storie raccolte tra i frammenti delle mattine successive. Museo delle relazioni interrotte, storie di amori infranti, ricordi a volte dolorosi, a volte comici. Sullo sfondo, solo sullo sfondo, in entrambi, il lontano fantasma di una guerra solo trent’anni fa. Mondi diversi, abitudini diverse. Troppa vodka, o troppo sentimento. Luoghi che raccolgono storie. Piccole, umane: blackout dell’anima, sporadiche età oscure che capitano e che ognuno conosce a fondo; ma di cui, di solito, non si parla.
Questa città ne parla, dà voce a queste piccole storie da nulla, aneddotica da poco del semplice essere umani. Leggendole, col sorriso a volte incrinato da inspiegabile voglia di piangere, qualcosa risuona da qualche parte, dentro. La capacità di riconoscersi nelle vite degli altri, quel minimo di empatia, dura, talvolta ghignante, spesso noncurante; balcanica.










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