Calabria coast to coast, 10 – 14 maggio 2024
Un uomo fatto d’aria e metallo osserva solo e pensieroso l’orizzonte piatto del Tirreno, sul quale in certi giorni limpidi e fortunati è possibile scorgere il profilo dell’isola di Stromboli. Lo chiamano il Collezionista di venti, per la sua natura immobile eppure in continua trasformazione a seconda della luce, dell’angolazione e, appunto, del meteo.

Lo osservo per un attimo e penso che sia una bella metafora, questo gigante dalle mani avviluppate dai rovi, la pelle di metallo trasparente e il vuoto che risuona dentro, lì dove si possono immaginare polmoni pieni di vento e un cuore che batte silenzioso e si vedono invece vecchi mattoni, coste lontane, acqua e nuvole…
Ma stiamo partendo dalla fine. E ci siamo giocati già le metafore meteorologiche e la filosofia da due soldi. Di questo passo cosa ci rimane per il resto del diario?
Passi, e ancora passi.
Sole, e un po’ di pioggia. Due mari, boschi e paesi.
E cibo. Molto cibo. Più cibo che passi di sicuro.
Che altro? Sorrisi. Risate, addirittura. Tante risate.
Abbiamo tutto. Possiamo ripartire. Stavolta dall’inizio.
Giorno 0
Soverato
“Questo è il punto più a Sud a cui sono mai arrivato”, sentenzio solennemente ai miei compagni di viaggio, seduti come ai tempi della scuola sulle ultime file del pullman che dall’aeroporto di Lamezia ci porta a Soverato, nel mezzo del Golfo di Squillace.
Una veloce occhiata a Google Maps per un confronto di latitudini tra qui e il Salento del 2020, che finora aveva detenuto il titolo come mia esplorazione più meridionale, mi ha fatto realizzare quanto sopra: poco entusiasmo in risposta da parte degli altri, in buona parte in stato narcotico per la sveglia di stanotte alle due. Luana, cugina che con me aveva condiviso proprio l’avventura in trekking tra i due mari, tra trulli e palazzi abbandonati, sonnecchia qualche posto più avanti, dopo aver già dato prova di poca compagnia in autostrada. Per questo giro abbiamo raddoppiato la quota famigliare: stavolta viene con noi anche Laila, mia compagna bambina di giochi e scoperte da che ho memoria, oggi giovane donna in carriera con all’attivo il titolo di paracadutista più giovane d’Italia a sedici anni e, pochi possono dirlo, un frontale in parapendio con le colline parmensi da cui è uscita “soltanto” con un set di caviglie bioniche; dal nostro paese è sceso con me anche il loro papà Domenico, camminatore e viaggiatore di grado leggendario che, su questo nessuno ha dubbi, ci farà mangiare la polvere per tutta la durata del trekking. Verrebbe da pensare che di fronte a tanta potenza famigliare pochi avrebbero il coraggio di unirsi all’avventura, eppure avremo quattro degni compagni di cammino: Eleonora, amica conosciuta l’anno scorso in un trekking di due giorni in Toscana che sono stato troppo pigro per raccontare (peccato!); Fabiola, camminatrice e viaggiatrice da qualche tempo giunta da Casertavecchia, che adora, a Parma, che non adora, come avrà modo di sottolineare tipo in ogni momento; Lara, già compagna per Domenico e Luana di speleologia, e per me di teatro, camminate e, come scopriremo nei prossimi giorni, di pessime trovate; seduto al mio fianco completa la squadra e l’atmosfera da vecchia corriera scolastica il Recu, mio compagno di classe e di tante stupidate al liceo, poi di scalate all’insegna della precarietà, e oggi istruttore del Cai.
Con una presentazione del genere dobbiamo apparire gli Avengers dei cammini, i Magnifici otto, la Compagnia dell’anello meno uno, attrezzati e professionali, e i primi sguardi da parte dei locali ai nostri zaini (ipercompressi per non pagare il sovrapprezzo bagagli) non fanno che accentuare questa impressione.
Mentre ci accomodiamo sprofondando sui sedili, scambio uno sguardo d’intesa con Laila, e per già la decima volta della giornata un “Fino a qui, tutto bene”.
So già di avere un titolo.

Il primo di una lunga serie di pasti calabresi viene consumato sulla spiaggia di Soverato, raggiunta finalmente dopo esserci fatti assorbire in pieno dai sapori e dai profumi del mercato settimanale, dai saluti e dai sorrisi delle persone per strada, nei bar, tra le bancarelle. Nell’oretta che abbiamo impiegato per scendere dalla fermata a qui ci hanno già offerto gite sul fiume, campeggi, escursioni nei paraggi, e poi assaggi e assaggi di formaggio, taralli e nduja… Sarà il già rodato fascino naturale del pellegrino con lo zaino in spalla, ma c’è qualcosa di più: come se le persone non avessero nessun bisogno di conoscerti per fermarsi a parlare con te sfoderando sorrisi, consigli e battute. Da questa prima immersione nel carattere calabrese siamo usciti tutti già stupiti, quasi perplessi per tanta espansività, oltre che con una scorta di taralli, formaggio e vino.

Qualcuno si concede una pennica fronte mare, qualcuno passeggia, si legge, si chiacchiera. Il cammino avrà inizio domani, Oggi, si prendono le distanze, Dal lavoro, dai ritmi abitudinari, dal diverso bisogno di andare che ci ha portato qui. Appoggio il cappellino sugli occhi e mi concentro sul rumore bianco della marea. Gli ultimi mesi? Ew. Cambiamenti non facili. Qualche paura. Goffi, più comici che tragici tentativi di ridefinirsi. Aggiungendo il lavorare con le notizie da là fuori, ce n’è abbastanza per sentirsi in cocci. E poi passi, e passi, giri su giri in solitaria che si sono trasformati in giri in compagnia. Come questo.
Riapro gli occhi. Davanti a noi si mescolano tra mare e cielo tutte le variazioni di blu; dietro, si accumulano nuvole minacciose sul paese. Sappiamo che mettono pioggia per oggi e domani, dopodiché dovrebbe migliorare. Basterà avere un poco di fortuna e di tempismo.

E infatti.
Le prime gocce iniziano a cadere mentre scendiamo i tornanti da Soverato superiore, dove ci siamo fermati a osservare la suggestiva Pietà di Antonello Gagini nella chiesa dell’Addolorata. L’anziana suora che stava conducendo il rosario si è interrotta per un secondo guardandoci in tralice, dopodiché come per un comando non detto un’altra anziana si è alzata dai banchi, ma per farci la gentilezza di accendere l’illuminazione sulla statua.
Dove finisce il paese, sotto un grande pino affacciato da una parte su oliveti e mare, e dall’altra sulle colline che ci attendono domani, una signora autoctona trapiantata a Milano ci ha tenuto a farci conoscere il suo amore pieno di disprezzo per questa terra tanto bella ma tanto bistrattata dai suoi abitanti, indicandoci dove villette dozzinali e kitsch sono arrivate a sostituire piante e fiori. Nelle strette vie della parte alta del paese, crepe e abbandono si alternano a fiori e casette ridipinte a nuovo.
Quando le prime gocce iniziano repentinamente a diventare acquazzone, stiamo già correndo per gli ultimi tornanti che portano ai nostri due appartamenti, ma non abbastanza in fretta. Non resta che riparare già fradici in un garage mai completato, aspettando che passi almeno il peggio. Pensiamo ai panni lasciati sul balcone, al vino per l’aperitivo in appartamento, e alla cena a base di pesce che ci aspetta dal Maestro in centro, alla quale noi uomini ci presenteremo in costume e sandalo con calza abbinata.
Alzo uno sguardo gocciolante a Laila, lei e Lara han sbagliato la strada per il loro appartamento e si sono ritrovate con noi ad osservare l’asfalto diventato torrente.
“…Fino a qui?”

Giorno 1
Soverato – Petrizzi – San Vito sullo Ionio
È come se chi ti parla stesse sempre riprendendo un discorso già iniziato. Ecco com’era la sensazione di ieri, al primo impatto con questa regione.
Il sole splende sullo Ionio, noi siamo abbondantemente rifocillati dalla cena di ieri, i panni ancora umidi sono stesi intorno agli zaini e noi siamo pronti a iniziare la Kalabria coast to coast: 55 chilometri in tre giorni, da qui fino a Pizzo sul Tirreno.
Prima, però, un’abbondante colazione.


La nostra prima tappa di oggi è Petrizzi, a circa 13 chilometri dall’inizio del percorso. Una volta lasciato alle spalle il mare, si inizia a risalire tra asfalto, alti fichi d’india, pecore, fiori e tanto verde. Un signore al lavoro nel proprio giardino ci dona arance e mandarini, e poco oltre, appoggiato ad un muro all’inizio della salita, mi aspetta un bastone di bambù perfetto non solo per camminare ma anche per stendervi sopra la maglietta e i jeans che erano in balcone ieri durante la pioggia.
Sul sentiero che si inoltra nel primo bosco si notano piccoli bagliori che riflettono la luce del sole. Raccolgo uno di questi sassi luccicanti, e decido all’istante che tornerà con me in Emilia.


Il gruppo si sfalda, si sfilaccia e si riunisce, si va avanti a coppie, a trii, da soli, ognuno secondo il proprio ritmo. In questa inedita mescolanza di conoscenze di lunga o lunghissima data e persone che si sono viste ieri per la seconda volta, ci si scambiano aneddoti, ricordi, storie di viaggi, impressioni e già desideri per il futuro e per prossimi cammini.

Abbiamo buon passo, e soprattutto nessuna voglia di prendere altra acqua dopo l’acquazzone di ieri: siamo a Petrizzi già prima di mezzogiorno, intenzionati a fare un pranzo veloce e poi proseguire verso il prossimo paese, San Vito sullo Ionio, prima della pioggia prevista per oggi pomeriggio.


Ma a quanto pare il cammino, il destino o il grande pioppo che domina la piazza del paese avevano altri piani per noi. È infatti lì sutta ‘u Chiuppu che ci attende l’incontro con Pietro, uno dei volontari del KCTC che ha deciso di farsi accompagnatore e cicerone per le centinaia di persone che negli ultimi anni sono capitate tra le strade di Petrizzi con lo zaino in spalla. Indecisi e frettolosi per le nuvole che si stanno di nuovo ammassando, accettiamo di farci accompagnare in un giro veloce dopo pranzo.
Sorridente, ironico e profondamente umile, Pietro con il suo immancabile cappellino rosso ci porta prima a conoscere una chiesa e poi l’altra, indicandoci San Rocco protettore dei pellegrini, con il cane, il bastone e la piaga sulla gamba; l’Addolorata dalle vesti nere e il cuore d’oro trafitto, che viene portata in processione lungo le strade; mostrandoci poi indignato le lapidi asportate dal fondo della chiesa per un più moderno e anonimo pavimento in cotto. Inaspettatamente ci troviamo nella cantina di un amico, ad ammirare un grande presepe con tanto di fuga prospettica e meccanismi ad orologeria. Poi, nella vecchia piazza del paese dove è rimasta in piedi l’ultima porta medievale, ci chiede se siamo interessati anche ad un giro nella parte abbandonata di Petrizzi.
In quel momento scopriamo di avere in comune un debole per i luoghi abbandonati.


Muri dimezzati affacciati sulla vallata e i burroni che fiancheggiano lo scorrere del fiume Beltrame, vecchie case abbandonate da decenni con il cielo per tetto, fiori selvaggi, edera, rampicanti intorno ai rari intonaci e affreschi che ancora fanno capolino. Il “piccolo mondo antico” al quale non casualmente si scende da via Fogazzaro, e che Pietro ci racconta da testimone, è un continuo quadro romantico e nostalgico, una storia che parla di migrazione, miserie e abbandono graduale ma inesorabile. Una storia vinta dagli alberi che si sono ripresi lo spazio un tempo vissuto, sulla stretta strada dove passavano le statue sacre in processione, quando i più sfortunati potevano allungare la mano dalla finestra e sperare in una benedizione.


Potere del racconto e di chi sa raccontare: riemergiamo da questo viaggio di suggestioni e ricordi come se fossimo stati lì e allora, vedendo ben oltre i resti che abbiamo davanti. E risaliamo alla realtà, seguendo come un filo d’Arianna i cavi della fibra ottica installata sui muri secolari e abbandonati: anche questo una specie di potere, ma tutto moderno, diciamo. Diciamo.
Torniamo al bar dove abbiamo lasciato gli zaini, prima spopolato e ora animato da diversi signori intenti alla partita a carte del pomeriggio: santa, amabile provincia uguale a se stessa dappertutto nel mondo. Insistiamo per offrire almeno qualche caffè sospeso a Pietro, prima di salutarci: sono passate quattro ore dall’inizio del nostro “giro veloce”.


Qualche goccia cade infine quasi alle porte di San Vito sullo Ionio, tra gli ultimi campi prima del paese. Ma per oggi, possiamo dire di avere scampato la pioggia.
In compenso, mi rendo conto solo una volta arrivati di aver lasciato il mio cappellino beige in una delle varie soste da Petrizzi a qui. Pazienza, mi dico: l’avevo preso per andare a fare la Via dei Remi, nella caldissima estate di due anni fa, e l’avevo rotto già sul treno per il ritorno. Dovrò ricordarmi di cercarne un altro domani.
Ci distribuiamo tra le stanze che compongono l’intero primo piano dell’U Siracu, il posto in cui mangeremo e resteremo stanotte, messo completamente a nostra disposizione: oggi abbiamo superato i 20 chilometri, domani ce ne aspettano meno, ma più salita. Una stanchezza piacevole, anche se mi impensierisce il solito ginocchio sinistro che da qualche chilometro ha iniziato a cigolare: non il massimo, per il dislivello che ci attende.
Come ieri sera Rosy, una volontaria del KCTC, mi chiede via whatsapp se siamo arrivati in tappa e se è andato tutto bene. Rispondo che va tutto alla grande. Continuiamo a stupirci della passione e dell’attenzione che gravitano intorno a questo percorso.
Per cena, come già ieri, il nostro padrone di casa ci avverte che è meglio non ordinare prima il secondo, perché potremmo essere sazi ben prima. In effetti, già con gli abbondanti antipasti iniziano i primi segni di cedimento, e solo la metà di noi riesce nell’impresa di ultimare le ottime tagliatelle. La prima certezza è che non eravamo pronti per le porzioni calabresi a tavola; la seconda, è che questo sarà il primo trekking da cui si ritorna ingrassati.
Giorno 2
San Vito sullo Ionio – Monterosso Calabro
“Cos’è cos’è, che fa andare la filanda… e poi com’è che faceva?”
Dopo la sveglia presto di ieri mattina, nessuno di noi oggi sembra avere particolare fretta di rimettersi in cammino e bruciare la seconda tappa: il meteo non mette più pioggia, e tanto ci basta per pensare come prima cosa alla seconda colazione. Vaghiamo per il centro di San Vito, dalle colonne della vecchia Filanda alla grande e bianca chiesa Matrice all’ingresso del paese, tra crepe sui muri, panni stesi e immagini sacre.



Siamo già abbondantemente nella seconda metà della mattina quando intraprendiamo finalmente il dislivello di 400 metri che ci fa risalire tra boschi e tornanti. Il dolore al ginocchio stamattina si è ripresentato puntuale, ma posso contare sulla ginocchiera che Fabiola ha voluto prestarmi e che mi permette di camminare praticamente senza problemi, appoggiandomi un po’ più al bastone come un San Rocco fuggiasco e senza cane.
All’ora di pranzo arriviamo in vista del piccolo Lago Acero e della sua area attrezzata, oggi popolata da ragazzini con cappellini rosa, verdi, blu, che stanno festeggiando i diciotto anni di Marco: lo sappiamo perché arrivando abbiamo incontrato la mamma, anche lei volontaria per il cammino, che ha subito fatto in modo di farci trovare un arancino offerto, in cambio, si fa per dire, di un “Tanti auguri a te”.

Dopo la pennica sull’erba baciata dal sole, d’obbligo ma in realtà tutt’altro che necessaria, riprendiamo a salire tra i faggi giusto un attimo prima che la mamma di Marco possa offrirci pure le lasagne e far degenerare del tutto la situazione.
Ringraziando di nuovo i ragazzi per l’ospitalità, non mi faccio sfuggire l’occasione di rimediare alla perdita del cappellino, chiedendo un ricordo di questo bel compleanno. D’altra parte, se il destino ti prepara coincidenze così palesi.


L’ascesa sotto ombra dei faggi continua fino alla dorsale del monte Coppari, il punto più alto sul percorso del cammino. Piccole deviazioni ci portano ad arrampicarci su una scura e massiccia Pietra della Fata nel mezzo del bosco, e poi, io, Domenico e Lara insistiamo per dare un’occhiata alla cima del monte, che si rivela tuttavia immersa nella boscaglia: non ci perdiamo d’animo e Lara invia ai nostri compagni un paesaggio alpino con tanto di statua cervide di trenta metri, accompagnato da un “Che figata!”. Quando li incrociamo sul sentiero del ritorno, Laila, Recu e Fabiola hanno l’aria di chi si aspettava la fregatura ma ha voluto fidarsi lo stesso. Ce la ridiamo, trionfanti come ragazzini, e da questa deviazione into the wild otteniamo solo un cerchione finito lì chissà come, che Fabiola appende allo zaino fino a che non troveremo un bidone a Monterosso. Spoiler: non lo troveremo.
La discesa prosegue con sempre maggiore leggerezza: Recu prende questa leggerezza alla lettera e prosegue di corsa fino all’asfalto, noi si canta (vi do questa notizia in conclusione, con Fabiola abbiamo scoperto una passione in comune per il pop italiano dei primi Duemila), si ride, si fanno sfide goliardiche… Si gioca con quella fantasia che, come canta qualcuno, trasforma in pianeti i sassi (solo grandi citazioni, qui), e i camion parcheggiati in mastodontiche bestie in posa di caccia.

È ormai all’imbrunire che in lontananza ricompare il mare, e sotto di noi, l’abitato di Monterosso calabro. Inutile negarlo, il passo di oggi è stato molto, forse troppo appoggiato. Ma è stato molto divertente. Scendiamo in paese tra villette abbandonate da tempo oppure mai ultimate, soluzioni all’insegna dell’incompleto per luoghi dove esistono solo passato o futuro, e il presente è affidato all’inventiva.
Il nostro problema presente, tuttavia, è in che ordine mettere aperitivo, docce e cena. Quando per cena ci sediamo da Manzo Criminale, sappiamo già che ci aspetta un’altra sfida con i nostri stomaci. E alla prima grigliata che viene appoggiata sulla tovaglia, sappiamo anche che per domani non dovremo preoccuparci del pranzo.
Quelli meno stanchi tra noi optano per un giro dopo cena nel borgo silenzioso, quasi spettrale in questa domenica sera. Un saliscendi al buio tra scale, portoni, maschere in pietra e vecchi muri in sasso, sui quali i segnali del trekking indicano che il Tirreno è ormai a portata di cammino. Un improbabile semaforo illumina sporadicamente di giallo i viottoli che scendono al piccolo spiazzo davanti alla chiesa, dal grande portone in legno figure sacre sembrano tendersi verso di noi e verso la notte tiepida.


Giorno 3
Monterosso Calabro – Pizzo
Note pop e latino-americane risuonano leggere tra le vie strette vie di Monterosso, colorate da giochi per bambini e animali buffi dipinti sull’asfalto e sui ciottoli. Zaino di nuovo in spalla, lasciamo gli ultimi resti delle grigliate di ieri sera ai gattini che vivono nel giardino del nostro appartamento, e vaghiamo per il paese in cerca del timbro di questa tappa (ormai ce ne restano due per completare il passaporto) e del terzo caffè della mattina. Qualcosa dice che anche oggi non ci si incamminerà presto.

Mentre i nostri compagni si portano avanti sul percorso dopo la seconda o terza colazione, con Lara perdiamo ancora un po’ di tempo in esplorazione, fino al punto più alto del paese e dentro alla chiesa finalmente aperta. Dopo aver proseguito nella conta dei santi, per cui San Rocco sembra rimettersi in vantaggio sul finora favorito Padre Pio, improvvisiamo un nascondino dalla signora entrata a tradimento mentre cercavamo la visuale migliore, dall’alto del fragile soppalco in legno sopra al portone. Sgattaiolati finalmente fuori dopo minuti di suspence, raggiungiamo con calma il resto del gruppo sulla strada che discende nel mezzo di verdi colline fino al lago Angitola.


L’ultima salita del nostro viaggio ci porta fino alle rovine di Rocca Angitola, e da lì ci si immerge tra vasti prati incolti dove il sentiero si perde, e dai quali abbiamo le migliori visuali alle nostre spalle di questa parte di Calabria appena attraversata, inaspettatamente verde e ricca di colori e profumi.


Quando ricompare davanti a noi, il Tirreno è ormai vicino, così come la nostra ultima tappa. Ci aspetta l’ultimo strappo in discesa su asfalto fino al centro di Pizzo, passando sotto gli alti piloni della Salerno – Reggio Calabria.


Ad accogliere noi, eroi vittoriosi della traversata, un normale lunedì pomeriggio da località di mare in bassa stagione, turisti stranieri, souvenir, gelatai e camerieri che cercano di accompagnarci subito al tavolo.
Non che sia difficile, d’altra parte, convincerci a fermarci per un gelato. Fin da Soverato ci hanno mandato ad assaggiare il famoso Tartufo di Pizzo da Ercole, qui in piazza: e che fai, te lo neghi?
Prima, però, chiudiamo ufficialmente questo KCTC.

Siamo fatti di passi, siamo fatti di impronte, recita sul finale il poemetto di Marco Angilletti riportato sul memorandum di carta che ci viene consegnato al nostro arrivo al castello. Mentre ci accomodiamo sugli scalini della Rocca per la foto di rito, osservo perplesso questo verso e mi chiedo se quel “siamo fatti di passi” sia una bella metafora, o una semplice cialtronata. In fondo, mi rispondo alzando un sorriso alla camera del telefono, è una domanda valida per un sacco di cose.

La vista sul Tirreno dai balconi dei nostri appartamenti è una delle più belle che mi siano capitate. A sud ovest si scorge nettamente il profilo dell’isola di Stromboli, spesso celata dalla foschia sul livello del mare, e il sole al tramonto sembra voler preparare spettacolo solo per noi, stasera.
L’atmosfera, come per l’andata, è quasi da gita scolastica. Si ha voglia di ridere, di premiarsi per l’impresa compiuta, non pensare al ritorno e alla vita di tutti i giorni che ci aspetta sotto quel tramonto. Scendiamo a prendere qualcosa da bere alla pizzeria sotto l’affittacamere, un brindisi a questo gruppo improvvisato ma che ha funzionato così bene, a questo giro ben fatto.
In questo momento, anche le notte di Al pranzo di Bello FIgo, che con Recu abbiamo eletto a colonna sonora del primo giorno di cammino cinquantacinque chilometri fa, suonano quasi romantiche.


Giorno + 1
Non lo so, se siamo fatti di passi.
Siamo fatti anche di inciampi, di ginocchia cigolanti, caviglie bioniche, schiene doloranti.
Cocci che ci mettono un po’ a tornare a posto, ma che a ogni passo risuonano dentro un po’ di meno.
Cartoline che ogni volta penseremo se comprare o meno, e che ogni volta ci scorderemo comunque di comprare.
E nuovi volti come sassi luccicanti da raccogliere, lasciati a terra per trovare la strada come nelle storie.

Mi chiedo se sia tutto una larga metafora, o l’ennesima cialtronata.
Opterei per la seconda. Ma come per il nostro Collezionista di venti, magari dipende da come lo si guarda. A seconda della luce, dell’angolazione e del meteo.

Rieccoci di nuovo alla fine.
Una giornata al mare senza zaino, e un aereo che parte la sera per tornare a Bologna.
E l’ultimo gelato? Che fai, te lo neghi?
Abbiamo tutto. Possiamo ripartire.
Ma, aspettate.
Dove la prendiamo la cena?
