Trentatré

Rumore d’acqua che scorre nel lavandino.

La lametta riluce nel biancore della tarda mattinata. Ne tasta il filo col polpastrello. Freddo. Affilato. Sarà un lavoro veloce e pulito.

-parassita-

Alza lo sguardo allo specchio. La pelle intorno agli occhi, le narici, la piega del collo al di sopra delle scapole.

Quindi è così, lo facciamo davvero? Sembra chiedergli la figura nello specchio.

La lama inizia a muoversi come se avesse volontà propria. A lui non resta che guardarla fare il suo percorso. Freddo sulla pelle per solo un attimo.

Una passata. Un’altra.

No. Il mondo non è ancora pronto a vederlo portare i baffi.

-coglione-

Tra i regali inaspettati di questi giorni c’è un libricino per bambini, su ogni pagina bianca è scritta a mano una ragione balorda – altrimenti detta insulto. Ne apre una pagina a caso, come si fa con quelle cose da fricchettoni tipo “365 massime zen per vivere bene”

-irrazionale

Eccoci.

Trentatré anni da pochi giorni. Ha lasciato finire maggio, il mese più bello – mese da baci, tra la pioggia quotidiana e gli impegni e senza darsi il tempo di compierli, questi Anni di Cristo. Se non ti fai trovare pronto, magari passano oltre

-maleducato-

Trenta. Tre.

Che se lo scrivi insieme metti l’accento. Diventa come una parola magica che fa apparire e scomparire le cose.

Trentatré. Signori, il mal di schiena! – oooooh

Trentatré. Non c’erano più capelli, da queste parti? – oooooh

Trentatré. Hai già un piano previdenziale? Che è un attimo sa’. – uuh

L’ultimo coniglio esce dal cilindro, lo squadra con gli occhietti rossi di sonno e sentenzia

-incorreggibile-

Da qualche tempo tiene il conto di quanto manca all’età che aveva suo padre quando lui è nato. Che era quando già il primo figlio, suo fratello, aveva quattro anni, quindi come pretesto fa un po’ acqua per questo genere di confronti che comunque non vanno fatti e lo sanno tutti.

I baffi, quelli suo papà li ha da tipo sempre, invece. Ma basta non farseli crescere. Resettare tutto alla solita faccina con gli occhioni, trentatré? Trentatré cosa?

“Quando muori resta a me”: grande titolo. L’ultimo di Zerocalcare parla proprio di questa roba, padri che non parlano con i figli, figli che non parlano coi padri, nonni che non parlavano coi bisnonni e così via, di quarantenni con la sindrome dell’eterno ragazzino e l’angoscia di essere rimasti immobili mentre tutti sono andati avanti.

Gli ha rimescolato qualcosa dentro, come se non fosse già abbastanza mescolato.

Pazzesco che ci siano persone che per anni e anni non trovano modo di dire le cose, e poi magari le sparano in qualche modo tra miriadi di parole ed immagini. E poi le pubblicano pure, magari. Oh. Ma come si fa.

-tossico-

Il terzo giorno di giugno – mese che non gli sta particolarmente simpatico – promette di nuovo pioggia. Ma c’è una cosa che vuole fare da giorni ed oggi che ha un attimo di tregua la farà, nuvole o non nuvole.

Il giorno prima è stato un bel giorno.

Aveva spettacolo alla sera, e a lui i giorni dopo spettacolo gli si crea una specie di hangover dei sentimenti, un senso di pienezza confusa che in qualche modo va bilanciata con un po’ di vuoto e di solitudine. Un comportamento un po’ da bestie selvatiche. Ma vai a capire.

-egoista-

La via diretta fino alla cima del monte lo lascia quasi senza fiato più volte. Nessuno intorno, ma le nuvole si stanno aprendo ormai. Infine gli appare, la croce della cima che conosce bene.

Un’ascesa verso una croce. Per i propri trentatré anni. Della serie, non drammatizziamo troppo.

C’è un altro regalo inaspettato di questi giorni. Un taccuino verde, con l’augurio di continuare a raccontare.

Lui i regali non li sa ricevere, nel senso che si trasforma all’istante nella versione quatrenne di sé stesso dai boccoli biondi che risponde cose sconnesse, sfarfalla gli occhioni e cerca un cespuglio in cui buttarsi il prima possibile. Protocollo cerbiatto, 100% testato.

-sociopatico-

La sera prima, tra le persone con lui sul palco e quelle venute a vederlo c’erano tutti quelli che gli sono stati vicini in quest’ultimo periodo. E non è che abbia davvero idea del perché stiano lì, come non ce l’ha del fatto che a volte sono gli insulti di cuore a farci sorridere di più.

Era abbastanza da non fare caso alle sedie vuote?

Di più. Era abbastanza da essere felice.

Ma. C’è un ma. Ed è una di quelle cose che per scriverle si deve mettere in terza persona, per farle sembrare meno vere. E che di solito poi non fa leggere a nessuno.

Ed è che che a bestie così non c’è nulla che faccia paura come la felicità.

Ma da qualche parte, sotto ad una canzone, ha letto che le volte che si è felici, è bene sempre farci caso.

Magari, si dice, si tratta solo di essere un po’ meno

-scriteriato-

no, ecco qualcosa più come

-imbecille-

no, veramente pensavo a

-cretino?-

senti, lasciamo perdere

-inetto-

davvero, grazie

-ignorante!-

come se, davvero.

-malefico-

-infido

-incapace-

Ah, sai cosa?

-?-

Grazie.

-fannullone-

Sì, va beh.

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