Il Sole è una vela da spiegare

Sette isole in sette giorni®

Eolie, 14 – 21 Settembre 2024

Sette isole. Sette giorni. Come le sette cicatrici di Ken Shiro, le sette stelle dell’Orsa maggiore, che se parti dalle ultime due del carro e fai una retta per cinque volte la distanza tra loro arrivi alla stella polare, e dalla parte opposta puoi riconoscere la W rovesciata di Cassiopea, sposti un poco ancora lo sguardo ed ecco la retta del Cigno…

Ma dopo un’estate con il naso all’insù, è tempo di volgere di nuovo lo sguardo a terra. Anzi, facciamo a mare.

Sette isole in sette giorni®! Questa volta è qualcosa di più di un giro tra amici di fine estate, è una sfida, anzi, un brand: con tanto di logo, le sette isole Eolie contenute tra le ali di un gabbiano blu; e poi, magliette brandizzate per farci riconoscere durante l’impresa; e gagliardetti cuciti a mano da appendere agli zaini; e uno stendardo da sventolare sulle cime conquistate; e portachiavi da regalare a chi sarà gentile con noi; e una apposita pagina Instagram da cui raccontare l’avventura al popolo dei Social. E tutto questo perché?

Perché noi non facciamo le vacanze. E non facciamo nemmeno viaggi.

Facciamo la Storia.

Insomma, per la gag.

badumm, tssss. Sigla

Questa volta, sotto lo stendardo dell’ultimo trekking ci siamo riuniti in quattro: insieme a me ci sono Lara, che con me ha già condiviso l’avventura più gastronomica che sportiva del Kalabria Coast to Coast, Davide e Manuela, entrambi conosciuti in questi mesi di camminate in compagnia nel nostro Appennino. Nelle settimane precedenti alla partenza, mentre io mi occupavo di progettare il modo di renderci famosi col fine ultimo di scroccare passaggi in barca tra un’isola e l’altra (spoiler: non funzionerà), Lara ha studiato le sette isole che ci attendono, e insieme abbiamo tracciato i percorsi per esplorare un’isola al giorno, tra dislivelli e tempi di percorrenza che, seduti a mangiare pizza a Parma, ci sono sembrati fattibilissimi.

In altre parole, la buona riuscita dell’impresa è affidata alla nostra capacità di guide autoelette, in una zona che non conosciamo per niente, e al buon senso che sapremo dimostrare.

Ma ancora non sappiamo quanto noi e il concetto stesso di buon senso siamo lontani.

Andata

All’aeroporto di Bergamo, dal quale si parte per Catania per poi prendere un pullman fino a Milazzo da cui partono gli aliscafi per le Eolie che al mercato mio padre comprò, le speranze di approdare come da programma a Lipari entro sera sembrano affievolirsi ogni minuto di più, ma la nostra forza d’animo non viene meno:

– Ragazzi è da ieri che stanno evacuando le isole perché il mare è troppo mosso!

– Oh no! Cosa ci prendiamo per pranzo?

– Mi ha scritto la Liberty che il nostro aliscafo è sospeso…

– Accidenti. Andiamo a provare quegli occhiali buffi?

– Aereo in ritardo di mezz’ora. Non prenderemo mai il pullman in tempo!

– E ti pareva. Io faccio un giro sulla poltrona massaggiatrice.

– Ragazzi.. Aliscafo cancellato. Li stanno cancellando tutti.

– … Quello è un calciobalilla?

la preoccupazione è palpabile.

In breve, la Fortuna aiuta gli audaci e gli inconsapevoli, specialmente se partono con quattro magliette con il logo Sette isole in sette giorni®, così nell’arco di qualche ora siamo come da copione sull’aliscafo diretto alla nostra prima meta, in compagnia di persone rimaste a terra due giorni di troppo a causa del maltempo e dell’arcobaleno che ammicca da sopra le onde finalmente placate.

Sbarcati a Lipari, è il momento dell’ultimo mezzo di trasporto della giornata, dopo aver già attraversato terra, aria e acqua. Si è fatto ormai buio quando saliamo finalmente sulle bici elettriche con cui raggiungiamo l’entroterra della più grande delle Eolie. Proprio a causa della grandezza dell’isola, per domani abbiamo scelto di avvantaggiarci con due ruote, convinti di ottenere così massima resa e, soprattutto, meno fatica. Non sappiamo ancora quanto ci stiamo sbagliando, mentre pedaliamo comodamente in salita sotto la luna, ammirando il profilo della Sicilia e delle altre isole sotto le stelle.

Lipari, tramonto lungo la strada per il paese di Pianoconte

Lipari

Giorno 1!

E dire che ci avevano avvertito.

“Non lo fate quel sentiero, con le biciclette” ci ha detto il signor Bartolo, volontario che ancora si prende cura di quel che rimane delle Terme romane di San Calogero altrimenti abbandonate. È bastato a farci cambiare tragitto e proseguire sull’asfalto verso la parte nord dell’isola? Ovviamente, no.

“Non lo fa più nessuno da anni quel sentiero, male che vada ci ritroviamo in paese al bar”, ha sentenziato beffardo il ragazzo alla guida di un gruppo di tedeschi, incrociato lungo il sentiero che costeggia la parte ovest dell’isola mentre già ci trovavamo a dover scendere per spingere le e-bike. Ci siamo allora fermati e abbiamo rivalutato il nostro piano? Ma ci mancherebbe.

E quando ci siamo trovati davanti alla fessura tra due rive verticali, dove non si intuiva la presenza di un sentiero e secondo le curve di livello si sviluppava una serie di tornanti per 400 metri di dislivello, e ci siamo detti “Ecco, dobbiamo risalire per di là”: è stato allora che abbiamo deciso che era chiedere troppo? No, perché noi siamo quelli delle Sette isole in sette giorni® e non siamo venuti a fare le vacanze ma la Storia, e allora abbiamo proseguito come da traccia, dritto per dritto, e cinquanta metri dopo stavamo spingendo le bici lungo gradoni scoscesi di pietra, tra rovi e piccole frane.

L’ascesa è epica. Ci si ferma spesso, le bici elettriche appoggiate su una spalla o sul fianco, per riprendere fiato e contemplare il mare tra le pareti alle nostre spalle o il muro verticale sempre davanti a noi, mentre il cielo in continuo mutamento promette tempesta da un momento all’altro; più di una volta incrocio lo sguardo da “forse abbiamo fatto una cazzata” di Lara, e quella è un’espressione che non le si vede spesso. Ma, tra un’imprecazione e l’altra, arriviamo fino al punto in cui anche tornare indietro sarebbe ormai troppo difficile e rischioso, così non resta che andare avanti e sperare che qualcosa del vecchio sentiero sia rimasto.

Alla fine spuntiamo come leggende, sporchi, doloranti, dall’ultima curva prima delle cave di caolino nella parte alta dell’isola, esattamente pochi minuti prima che inizi a piovere. Si tratta di una di quelle cose che non rifaresti per niente al mondo, ma che ti vanterai per sempre di avere fatto.

Lipari, sentiero semi abbandonato verso le Cave di Caolino

Il primo a sapere della nostra impresa è Lionello, sotto al cui portico ci infiliamo quando la pioggia inizia a scendere sul serio. Pochi secondi dopo il nostro ingresso abusivo nella sua proprietà, esce con due bottiglie di birra in mano, seguite dal vino liquoroso portato dal vicino Giuseppe: quest’ultimo insiste nel regalarci una bottiglia, che fissiamo con inventiva sotto alla canna della mia bici. Non abbiamo dubbi: saranno loro i primi destinatari del nostro gadget speciale in regalo, i portachiavi delle Sette isole in sette giorni®.

Rinfrancati e di nuovo pieni di energie positive, proseguiamo la nostra giornata in sella da veri Goonies, sfrecciando sull’asfalto lungo tutta la costa a nord di Lipari, dalla quale possiamo osservare il temporale infuriare su tutte le altre isole.

Lipari, paese di Acquacalda. Davide sfreccia lungo il molo battuto dalle onde

Quando raggiungiamo la parte ad ovest dell’isola, complice anche il cielo grigio e gli sporadici rovesci che ci investono, il paesaggio si trasforma totalmente per assumere torni post-apocalittici: siamo nella zona delle cave di pomice, oggi abbandonate, mastodontiche costruzioni vuote e martoriate dall’incuria e dalle intemperie. Una volta giunti presso le cave abbandonate vere e proprie, lasciamo le bici in strada e ci dedichiamo all’esplorazione a piedi dei bianchi canyon, tra vecchie strutture crollate e polvere bianca che si attacca immancabilmente sui vestiti e in gola.

Esplorazione alla Indiana Jones alle cave di pomice abbandonate

Conciati così, ci concediamo un generoso pit stop tra cannoli e granite sul mare a Canneto, da cui decidiamo di intraprendere l’ennesima, l’ultima coraggiosa ascesa della giornata fino al piccolo promontorio di Monterosa. Il tramonto ci coglie, quindi, di fianco alla grande croce luminosa che segna la parte più ad est dell’isola, da cui possiamo ammirare da una parte l’intera isola e parte di Vulcano, e dall’altra, Stromboli e Panarea illuminate di rosa sul mare che inizia a imbrunire.

Lipari al tramonto

Ci attardiamo, unici spettatori dello spettacolo da questo terrazzo naturale, fino al calare del buio. I chilometri e le imprese azzardate di oggi sono già alle spalle, la stanchezza svanisce nell’euforia e nella bellezza del momento. Il porto di Lipari illuminato ci attende, è il momento dell’ultima discesa in downhill tra i sentieri e l’asfalto fino al centro della città. Poche ore e brinderemo a questa prima giornata di esplorazioni in un bar affacciato sul molo, tra il castello chiuso e le navi ancorate nel buio.

Salina

Stromboli che sbuffa e Panarea viste dall’alto di Salina

Da zero a mille. E poi di nuovo a zero. E poi si risale di nuovo, e così via. Se c’è una cosa che questo viaggio ci può insegnare è l’importanza di ripartire da zero, che nel caso di un trekking tra isole significa letteralmente zero chilometri sul livello del mare. Accenno filosofia da due soldi per non concentrarmi su quanto sembra dannatamente alto il monte Fossa delle Felci, 962 metri di altitudine per la vetta più alta delle Eolie, visto dalle ultime case del paese di Salina.

Una volta sbarcati sulla seconda delle nostre Sette isole in sette giorni®, alleggeriti gli zaini presso l’appartamento che ci attende stasera e attesa la mezzoretta buona di rito che ci preparassero i panini presso l’alimentare del paese, siamo pronti a partire per la prima giornata di trekking vero e proprio. Il fianco verde del monte sovrasta per intero la vista, lungo il versante si vedono come tagli scavati i resti delle antiche colate laviche. Nel bel mezzo della prima, dura ascesa tra i rovi della montagna, aggiungiamo qualche metro di saliscendi spericolato per infilarci nelle buie Grotte dei Saraceni, che facevano da riparo alla popolazione al tempo delle incursioni piratesche e delle invasioni.

Salina, Grotte dei Saraceni

Il cielo oggi è pulito e la visuale perfetta. Raggiungiamo il lungo crinale del Fossa delle Felci dopo una salita non indifferente, e i rovi lasciano spazio al bosco vero e proprio, forse l’unico nel quale passeremo in questi giorni.

Poi, improvvisamente, smettiamo di essere gli unici visitatori dei sentieri di Salina. Quando la vetta è vicina il nostro cammino si incrocia con quello di un nutrito gruppo di francesi, ma noi che dobbiamo assolutamente distinguerci decidiamo ancora una volta per la via meno battuta, che anche stavolta è quella che sale dritto per dritto tra le fitte felci che danno il nome al monte. La vista, una volta raggiunta la cima, è spettacolare: dietro alla la seconda cima di Salina, il monte dei Porri, si estende il mare e le isole ad ovest, Filicudi e Alicudi.

Vista dall’alto di Fossa delle Felci a Salina, il punto più alto delle Eolie

Ci fermiamo per una meritata pennica sotto al sole, e valutiamo le mosse per il resto della giornata: il nostro obiettivo è raggiungere il paese di Pollara, famoso per aver ospitato le riprese del film “Il Postino” con Massimo Troisi e Maria Grazia Cucinotta e per essere un punto d’osservazione ideale per il tramonto. Il problema è che questo significa ridiscendere di nuovo fino a zero, siamo a metà giornata e la vallata tra i due monti sembra così lontana. Almeno, stavolta lo sapevamo già in sede di pianificazione che sarebbe stata l’impresa con maggiori chilometri. Comunque, ci diciamo ripartendo, il peggio è passato con la salita, e ci avviamo nel bosco per ridiscendere fino al santuario di Madonna del Terzito, nel centro preciso dell’isola.

Proprio al santuario ci attardiamo giusto quei dieci minuti che servono a farci perdere l’autobus per Pollara, al che decidiamo di evitare l’attesa del prossimo ed avviarci a piedi mettendo fuori i pollici. La prima macchina che passa si ferma e ci carica in un attimo, è una signora che sta andando a lavorare come osservatrice anti-incendio a Malfa, a pochi chilometri dal nostro obiettivo. Abbiamo meno fortuna al secondo tentativo: lungo i tornanti che portano a Pollara passano pochi mezzi, per lo più scooter o macchine che non si fermano. Ma la nostra buona stella è sempre in agguato e noi siamo sempre fiduciosi, ed ecco che si ferma di fianco a noi uno spazioso Renault verde diretto niente meno che proprio alla casa dove hanno girato “Il Postino”, dal momento che il proprietario della vettura è anche il proprietario della casa! Non crediamo alla nostra fortuna, mentre il sole che inizia a tuffarsi nel mare si avvicina lungo gli ultimi tornanti di strada, e Pippo, il nostro generoso ospite, inizia a raccontarci qualcosa della vita su quest’isola.

Salina, Pollara: arco naturale di Punta Perciato

Dopo la nostra visita assolutamente esclusiva alla famosa casa dalle pareti rosa, e dopo aver salutato Pippo che già si offre di riaccompagnarci a Malfa al ritorno, discendiamo fino al mare per il primo dei nostri pochi, e brevi, bagni di questi giorni: ci attardiamo giusto il tempo del tramonto, in compagnia di pochi altri visitatori stranieri, e concludiamo così, tra gli scogli, questa seconda giornata di trekking coraggioso e affamato di paesaggi.

Giorno 2, bagno numero 1

Sulla strada del ritorno Pippo, che ha già attaccato alle chiavi della macchina il nostro gadget Sette isole in sette giorni®, mantiene la promessa e si presenta provvidenziale alle nostre spalle per accompagnarci fino al paese di Malfa, da cui potremo prendere l’ultimo bus per Salina. Al cameriere della rosticceria in piazza dove ci fermiamo a cena, prima di ripartire promuoviamo la nostra pagina Instagram, che niente niente sta iniziando a dare numeri soddisfacenti. Inizio a preparare il reel di fine giornata per i nostri fans, abitudine che ci accompagnerà ogni notte di questo viaggio, mentre sul bus Manuela chiacchiera con l’autista: guarda caso, viene da una numerosissima famiglia di Alicudi, nostra meta di domani. L’ultima di questa giornata di buone coincidenze, mi dico rientrando tra le case bianche e i molti gatti che abitano Salina, gli stessi che a inizio giornata ci hanno osservato, sospettosi, passare diretti verso il monte più alto di queste isole.

Pollara, originale immagine dell’omaggio al “Postino” Massimo Troisi: all’interno della sagoma, l’isola di Filicudi

Alicudi

Uomini e muli, crepe e scalini. Signori, Alicudi

Alicudi si avvicina, piccola e scorbutica come chi non attende né gradisce visite, ondeggiando tra sporadici rovesci di pioggia sul mare mosso. Siamo saliti sull’aliscafo incerti se saremo effettivamente sbarcati sull’isola più ad ovest dell’arcipelago, e il motivo è sempre lo stesso: tempesta. Ma una volta raggiunto il porto del paese di Alicudi le onde paiono essersi placate e i marinai della Liberty ci fanno scendere sbrigativamente, unici quattro passeggeri insieme a qualche medicinale e altre provviste attese dalle poche persone in attesa sul molo. Una prima occhiata alle vecchie case abbarbicate tra la riva e il mare, e sento che su quest’isola dove trascorreremo solo qualche ora uno si potrebbe fermare a lungo, e starci molto bene: non colgo di preciso il motivo di questa illuminazione, dal momento che, complici il grigiore di questo cielo, gli sguardi fissi e quasi torvi delle persone e il silenzio generale che pervade l’abitato, il tutto mi appare abbastanza male in arnese. C’è un che di immediatamente mistico nell’isola, saremo d’accordo più avanti con i miei compagni.

Mentre mi perdo in queste considerazioni, uno dei signori in attesa sul molo sta parlando da qualche minuto con Davide e gli ha piazzato in mano un foglietto con un numero di telefono, offrendoci ospitalità presso un parente per la notte. Continuando a chiacchierare e a sostenere come mai Alicudi sia diversa e migliore delle altre (in particolare di Filicudi), ci accompagna fino all’emporio del paese, dove altri personaggi con la birra delle nove del mattino in mano ci intrattengono nell’attesa dei panini. “Non contate gli scalini”, consiglia uno, dal cappello di paglia calato sulla fronte. “Se iniziate a contarli non ce la fate. Sapete quanti ne dobbiamo andare a recuperare, al buio, con i muli”. Soprattutto tedeschi, dicono.

Alicudi, porto

Sull’isola non ci sono strade, solo scalini. Le persone pescano, allevano capre e galline, muli per il trasporto di cose e turisti dispersi, e attendono. Provviste e pezzi di ricambio che ci mettono una vita ad arrivare, ci dice la donna dai capelli rasati al bancone, se la tempesta lascia l’isola tagliata fuori e senza luce per più giorni. D’altra parte lei e suo padre sono arrivati a vivere sull’isola che la luce elettrica era appena arrivata.

“Cucù!”, ci sorprende una voce di bambino tra le assi di un basso cancello, dopo la prima mezz’ora di scalini. Sua nonna ci spiega che è l’unico bambino ad oggi sull’isola, e che trascorre i mesi della scuola su una delle isole più grandi o in Sicilia. Qui vicino, tra sporadici resort puliti e ben tenuti, qualcuno ha messo insieme una doccia a cielo aperto tra quattro muri crollati, col teschio di una capra e una conchiglia a fare da guardiani silenziosi.

Risalita lungo Alicudi

Tra fiori, crepe, belati di capre e fichi d’india riusciamo a raggiungere la chiesa isolata di San Bartolo, che segna la fine dell’abitato prima di un altro piccolo gruppo di case di nome Montagna. Dopodiché, davanti e intorno a noi solo rovi, felci e brughiere affacciate sulla scogliera. I resti ischeletriti di una capra ci accolgono nella parte più selvaggia di Alicudi, che attraversiamo fino al limite ad ovest battuto da un vento sempre più forte e affacciato sul Mediterraneo a perdita d’occhio.

Alicudi, il Mediterraneo e i fianchi ripidi di monte Filo dell’Arpa

Ci incamminiamo lungo il bordo della scogliera con l’idea di inventarci una strada alternativa per tornare sui nostri passi, tra le rocce affacciate sullo strapiombo e i rovi. Non la troviamo, e questa maldestra improvvisata ci procura solo meno tempo e qualche taglio sulle gambe di Davide.

Bel tentativo, Alicudi.. Bel tentativo

Ma resta ancora un’ultima ascesa. Mentre Davide ci precede in paese per preservare un ginocchio recentemente messo in difficoltà da un’operazione, con Lara e Manuela affrontiamo l’ultimo strappo tra rocce e scalini fino alla sommità del Filo dell’Arpa, la cima vera e propria dell’isola: la tempesta, manco a dirlo, ha continuato a schivarci finora, e solo il vento accompagna a folate le nostre imprese.

Lungo la ridiscesa al paese ci imbattiamo nel piccolo cimitero, e perdiamo qualche minuto tra i nomi, le date e i molti “Ignoto” lasciati dal mare alla pietà di questa gente. Età a volte giovanissime, troppo, suggeriscono vecchie epidemie e condizioni disperate e senza alternative. Ci chiediamo che cosa abbia portato, che cosa porti a restare aggrappato a un’isola e a un mondo che, da fuori, pare così ristretto. Questioni di radici, rovi che conoscono solo questi terreni difficili e che se li strappi muoiono, che ti circondi il mare, la pianura o i crinali appenninici: viviamo tra confini e isole che stanno dentro di noi prima che là fuori… Sarà il misticismo di cui sopra, le nuvole o la fatica, ma il tutto ci sta rendendo un po’ troppo sentimentali, è tempo di raggiungere di nuovo il paese per stemperare la giornata con una birra e un bagno.

Alicudi, tetto della chiesa di San Bartolo

Gli stessi signori di stamattina sono dove li abbiamo lasciati al mattino, in fila su una panchina a guardare il nulla sul mare, in silenzio, un mulo a muso chino a far loro compagnia. Starà a noi rompere questa immobilità con un’uscita di scena in grande stile. Ce la prendiamo infatti troppo comoda a mare, convinti di avere venti minuti in più prima dell’arrivo dell’aliscafo che invece è già qui: lasciamo quest’oasi di pace e misticismo tra le urla e lo scherno della crew, saltando sulla pedana tra il molo e la nave ancora mezzi bagnati. Riprendiamo fiato e ci ricomponiamo, mentre il capitano ci rimprovera duramente e a noi, tutto sommato, scappa da ridere.

Filicudi

Into the wild a Filicudi

Scendiamo sull’isola numero quattro, nostro giro di boa mentre il tramonto dalla riva opposta lascia spazio al primo buio, con ancora addosso i segni di Alicudi. Dobbiamo accelerare se vogliamo far stare davvero Sette isole in sette giorni®, e ottimizzare i tempi saltando da un’isola all’altra e da una scarpinata all’altra. Il tempo di far esplodere gli zaini in giro per lo spazioso appartamento bianco che abbiamo trovato, ed eccoci di nuovo per strada nel buio, lontani dall’abitato del porto, a puntare alle lucette dorate in lontananza di un baracchino di street food indicatoci come unico luogo in cui troveremo da cenare. Dall’interno del truck fornito di tutto, dagli antipasti al dolce, ci accoglie il sorriso di una bella ragazza dei capelli biondi, e finalmente poniamo fine a questa eroica giornata con una cena ottima e abbondante tra gli alberi e le lampadine sospese. A sud, dove a fare da ultimo confine al mare è il vasto profilo della Sicilia, la luna piena fa capolino a tratti tra le nubi e i lampi della tempesta, ancora una volta nostra lontana compagna di viaggio. Se c’è una cosa che ci siamo guadagnati in questi primi tre giorni, mi dico compiaciuto considerando le nove ore che si separano dalla sveglia, è una sana dormita senza interruzioni.

Notturno a Filicudi

Il sole del mattino invade radioso il nostro bel terrazzo dalle bianche colonne. Questa volta ci siamo portati avanti prendendo il pranzo ieri sera dagli amici del truck, e secondo i piani ci attendono più chilometri, da fare però in mezza giornata prima dell’aliscafo che ci porterà a Panarea. Pronti via, quindi, ma i cannoli della colazione, gli zaini da ricomporre e un generale torpore da quarto giorno ci ritardano di una buona mezz’ora l’uscita di casa e l’inizio dell’esplorazione di Filicudi.

Eccomi, il vostro influencer da #vacanzeitaliane preferito. Cannoli, apecar e tormentoni estivi

Può darsi che ci convenga rinunciare a qualcosa, accenno più volte a Lara, che come tracciatrice è più incline alla filosofia del “Basta darsi da muovere e ci sta tutto”. “Ma guarda che l’aliscafo è alle 4 e mezza” “Eh appunto, allora andiamo, su”. Perciò salutiamo l’abitato di Filicudi quasi correndo, chiacchierando di fretta con gli abitanti che ci parlano di “Monti poco usati” e ci propongono piuttosto una birretta di fianco alla chiesa. L’avvicinamento alla vetta di Fossa delle Felci, omonimo del monte di Salina di due giorni fa, si svolge in un copione che abbiamo imparato, tra rovi, scalini e stretti sentieri, ma con l’aggiunta del sole che oggi picchia come non era accaduto finora. La salita è più silenziosa, muscolare, ci concediamo pause sempre più brevi per ammirare l’isola che si estende verde sotto di noi e per far asciugare l’ennesima maglietta grondante. Riusciamo comunque a goderci il bel crinale e la vista su un mare blu acceso dall’alto della vetta.

Filicudi, crinale di monte Fossa delle Felci
Vista del faraglione della Canna dalla sommità di Filicudi

Recuperato il sentiero da cui siamo arrivati, dopo uno sguardo all’orario ed ai chilometri restanti tocca prendere una decisione. A malincuore rinunciamo a spingerci fino alla costa ovest, ma optiamo comunque per ritornare verso il porto attraversando il versante nord della montagna. Eccoli, i “monti poco usati” su cui ci hanno avvertiti: il sentiero stretto, invaso dalle piante che nascondono voragini e piccole frane, ci costringe ad una camminata solitaria, lenta e prudente nel fitto del bosco, con il mare che fa continuamente capolino tra i rami contrastando con il verde intenso e selvatico che ci circonda. La nostra meta, il piccolo golfo del porto di Filicudi, riappare infine dietro l’ultima curva del sentiero, prima della ripida discesa di scalini che ci restituisce alla civiltà. Un signora calabrese lungo la scalinata dice di aver già incrociato la nostra avventura Sette isole in sette giorni® su Instagram: finalmente la nostra fama inizia a precederci. Baldanzosi quanto affamati e stanchi per l’ultima tirata, rifacciamo la nostra comparsa nel porto pieno di turisti tra bar e negozi, una situazione del tutto opposta all’esperienza into the wild che ci stiamo lasciando alle spalle.

Abbiamo giusto il tempo per mangiare e brindare con una Birra dello Stretto sui sassi della spiaggia, prima di imbarcarci per Panarea tra le onde dorate dal nostro quarto tramonto eoliano. Lasciamo quindi quest’isola in parte incompiuta rispetto al giro che ci eravamo prefissati, ma Lara mette da parte l’orgoglio e ammette con sportività che, visti i tempi, a questo giro abbiamo fatto la scelta giusta. Incasso quel raro “Avevi ragione” sorridendo comprensivamente, mentre porto la bottiglia alle labbra: come tracciatore, ho per lo meno la capacità di non far pesare quando ho ragione.

Vale a dire, sempre.

Panarea

Panarea, alba da sopra la spiaggia della Calcara

La macchinina elettrica rossa di Luca, il nostro padrone di casa a Panarea, è già parcheggiata ad attenderci sul molo al nostro arrivo. Il tempo di stringerci nel sedile dietro, ed eccoci risalire a tutta velocità il labirinto di stradine e muri bianchi: quella è la casa di Briatore, quella è di Prada. Luca ci scarica sul prato verde acceso di un bellissimo giardino, dove sotto un gazebo alcuni turisti stranieri si intrattengono amabilmente, e sotto l’ampio e chiaro portico con vista mare e villette sua mamma Lina offre il primo bicchiere di Malvasia, giusto per farci accomodare. Ci guardiamo intorno in questo angolo di paradiso, e ci guardiamo tra noi, esausti, gli effetti di quattro giorni di trekking sui vestiti e sugli zaini scalcinati. Una cosa è subito certa, “trattarsi bene” sarà il tema di questa quinta, breve tappa eoliana. A quest’isola, la più piccola delle sette con i suoi 3,4 chilometri quadrati di superficie, possiamo dedicare solo stasera e la mattinata di domani. E se guardassimo l’alba, domani? La proposta piace. Tanto, noi, non siamo mica venuti a fare le vacanze con tutte quelle abitudini superflue come dormire.

Una volta rimessi per quanto possibile a nuovo, si scende in paese in cerca di una cena pretenziosa a base di pesce, in quella che appare evidentemente come la più vip tra le isole. C’è una manciata di mare e tutto il contrasto del mondo tra le immagini di Alicudi, i muli dallo sguardo immobile e le pareti sbeccate, e queste case tirate a lucido tra cui sfrecciano le colorate macchinine da golf degli alberghi. Dopo cena ci fermiamo sul molo, le gambe penzoloni sull’acqua, a contemplare la luna piena bassa sul mare, tra le navi ancorate e i grandi scogli solitari al largo, nell’ultimo tratto d’arcipelago che ci separa da Stromboli.

Scoglio Dattilo visto da Panarea

Qualche ora dopo, mentre il buio inizia a rischiarare, siamo di nuovo fuori casa per raggiungere il punto panoramico sopra alla spiaggia della Calcara, come consigliato dai nostri padroni di casa. Arriviamo in tempo per vedere il sole sorgere con tutta calma sul mare increspato solo da alcune barchette solitarie e mattiniere. Restiamo in silenzio davanti a questo spettacolo che toglie le parole, quattro figure in viaggio nei propri pensieri, insieme e allo stesso tempo soli davanti alla bellezza del mondo.

La felicità è reale solo se condivisa, ha scritto il più tristemente famoso dei viaggiatori solitari Christopher McCandless. Me la sono appuntata sei anni fa sul taccuino che portavo con me, solo sul cucuzzolo di una collina nel mezzo delle Highlands scozzesi, e mi è tornata in mente in questi giorni di risate, scalini e sfide in compagnia. Davanti a quest’alba butto giù qualche appunto: sui pesi che portiamo sulle spalle, magari eredità di generazioni che neanche conosciamo, e sui pesi che ci illudiamo di conoscere; sui viaggi in solitaria che sono stati una fuga prima che un’esplorazione, prima di imparare ad abitarsi davvero. Si gira da soli, mi dico, per imparare a non sentirsi soli. Per imparare a non esserlo, e così lasciarsi davvero andare, là dove attendono altri viaggiatori e viaggiatrici con cui è possibile condividere la fortuna di stare in silenzio, insieme, davanti a tutto questo.

E insomma. Il sole è alto, asciugo questi pensieri e scendiamo per un abbondante colazione prima di iniziare a correre letteralmente intorno a questa piccola isola. Piccola, sì, placida e turistica nella parte a favore dei turisti, quanto allo stesso tempo sorprendentemente selvatica ed impegnativa nella parte alta. Dall’alto della cresta rocciosa che culmina a Punta del Corvo ammiriamo un mare di tutte le sfumature di azzurro, l’acqua limpida lascia intravedere il fondale delle bellissime calette che circondano l’isola; anche oggi, siamo gli unici trekker a godere di tanta bellezza in quota.

Panarea, costa nord dall’alto di Punta del Corvo
Un falchetto solitario si fa gli affari suoi sopra a Panarea

Il nostro breve ma intenso giro ci porta a ridiscendere a passo spedito dalla cima fino alla costa a sud, dove sullo stretto promontorio di Punta Milazzese si possono visitare i resti di un villaggio preistorico. Ma il tempo inizia a stringere anche oggi, allora decidiamo di giocare di nuovo la carta “Trattiamoci bene” e farci venire incontro da Luca con la fedele macchinina rossa. Una volta raggiunto il promontorio, e vista Cala Junco con la sua irresistibile spiaggia di sassi, decido che i pochi minuti che ci restano sono più che sufficienti per gettare all’aria i vestiti e tuffarmi nel secondo brevissimo ma piacevole bagno di questo viaggio.

Panarea, Punta Milazzese. Rincorsa per il tuffo a Cala Junco

I nostri zaini, che abbiamo lasciato stamattina in appartamento sempre per il discorso sul trattarsi bene, sono già ad attenderci al molo al nostro arrivo, e nell’attesa dell’aliscafo facciamo qualche foto ricordo di gruppo con la macchinina rossa, con Luca, un suo collega e perché no, con una simpatica bizzarra signora lì a fianco. Probabilmente, come turisti non siamo stati in linea con il target medio dell’isola. Ma di sicuro, Panarea ci ha trattato bene.

Stromboli

Stromboli, vulcano in eruzione al tramonto

Il profilo maestoso, regolare, conico di Stromboli ci sovrasta non appena scendiamo sull’isola. L’atmosfera in continuo mutamento, tra le nuvole basse e i fumi che fuoriescono continuamente dai crateri, crea un gioco di contrasti accesi tra il verde della montagna e il colore scuro dei sassi sulle spiagge. Lara avanza per prima verso il paese, fissando l’apice del vulcano a noi ora nascosto dalle nubi. Il momento è intenso. Sono quattro mesi, da quando cioè abbiamo completato il Kalabria Coast to Coast a Pizzo e visto per la prima volta il profilo di quest’isola in lontananza, che pensiamo al trekking che ci avrebbe portato qui, al cospetto del gigante e pronti a risalirne i fianchi. Come già successo per Alicudi, ma in un modo diverso, qualcosa pervade l’aria intorno a sé non appena si tocca terra, una sensazione sottopelle, e in questo caso anche sottoterra: la potenza mai domata di un vulcano ancora attivo, come a poterne sentire le vene collegate direttamente al centro della Terra.

Arrivo a Stromboli

Intrisi di misticismo e di aspettativa per l’ascesa che ci attende, ci infiliamo a fare il pieno di arancini e birra nel baretto dall’evocativo nome di Malandrino, gestito da un personaggio che non esitiamo a definire di comune accordo un probabile filibustiere in pensione. A dire il vero, e questo è un altro punto in comune con quanto percepito ad Alicudi, diverse figure autoctone al molo ispirano immagini da bucanieri e avventurieri della Tortuga. Sull’onda, letteralmente, di queste suggestioni andiamo a stenderci sulla spiaggia nera tra le piccole barche dei pescatori, e gli yatchs che solo stamattina ci occhieggiavano sornioni dal largo di Panarea sono già un lontano ricordo, come fossimo di nuovo capitati in un altro tempo, un’altra dimensione. Tra una dimensione e l’altra io, nel dubbio, mi abbiocco.

La spiaggia presso l’abitato di Stromboli

Riapro gli occhi in un accenno di sogni confusi ispirati dalle suggestioni di cui sopra, le forze non ancora recuperate dopo l’ascesa già incassata stamattina; ma è ormai ora di dirigerci alla chiesa di San Vincenzo da cui partirà la visita guidata insieme al gruppo Magmatrek. Da quando il percorso fino alla cima vera e propria del vulcano è stato interdetto a causa delle ultime eruzioni, infatti, è possibile salire fino a 400 metri d’altezza, ed esclusivamente se accompagnati da guide abilitate. Insieme a noi quattro, ad avviarsi con i caschetti di sicurezza attaccati al fianco o allo zaino è un nutrito gruppi di italiani e francesi, al seguito del geologo Adriano e delle sue complete e interessanti spiegazioni. La prima parte della salita si svolge in un infinito boschetto di bambù, pianta alloctona che dopo l’abbandono totale dell’agricoltura è andata ad invadere ogni superficie non occupata da costruzioni o colate laviche. A fianco dei resti di un piccolo cimitero per le vittime della malaria, Adriano ci racconta le diverse e avverse vicissitudini che hanno caratterizzato la vita dell’isola negli ultimi anni. Le ultime eruzioni, che inevitabilmente costringono a modificare percorsi ed abitudini, ma anche l’alluvione di due anni fa, e per non farsi mancare nulla, la mano dell’uomo a complicare il tutto: sempre due anni fa infatti l’isola è stata devastata da un vastissimo incendio, generatosi durante le riprese di una fiction Rai che parla, guarda caso, dell’operato della Protezione civile, e che è uscita in tv proprio in questi giorni. Nessun rimborso, e tantomeno un’ammissione di responsabilità sono arrivati in questi due anni, il che fa comprendere come l’intera isola, e non solo, siano ora sul piede di guerra nei confronti della produzione.

Stromboli, risalita lungo il sentiero che porta sotto al cratere

Mentre la nostra passeggiata procede a tornanti tra calanchi e capre, Adriano ci spiega anche il funzionamento e la composizione del vulcano, la storia geologica e umana dell’isola che oggi vive unicamente di turismo, essendo stata abbandonata ogni forma di coltivazione ad eccezione del cappero. Ci racconta anche dei lunghi mesi d’inverno, quando non vi sono che pochi autoctoni, le navi non possono approdare che sporadicamente e il sole, quando appare, lo fa per poche ore su Stromboli paese, lasciandoti un sacco di tempo per rimuginare al buio. Meglio svernare a Ginostra, dall’altro lato dell’isola, che riceve più sole nei mesi freddi ma non si può raggiungere che via mare. Vivere qui, insomma, ci suggerisce tra una battuta in francese e una nozione di geologia, è un atto di resistenza quanto di accettazione dell’incertezza che si accompagna inevitabilmente allo stare di fianco a un cratere attivo.

Sciara del Fuoco, fianco del vulcano Stromboli

Arriviamo verso il finire del giorno al terrazzo naturale affacciato sulla Sciara del Fuoco, il versante a nord ovest dove si riversano regolarmente le eruzioni. Al di sopra di noi, il cratere in attività costante e più o meno contenuta sembra congedarsi dal sole intento a infuocare il mare in lontananza, in un dialogo ininterrotto tra forze della natura. Più il buio intorno a noi si fa totale, più spettacolari e luminose diventano le fuoriuscite di fuoco dall’alto. Come già all’alba di stamane, al termine delle spiegazioni un silenzio ammirato e sublime cala sul folto gruppo di gente di cui facciamo parte.

Sulla via del ritorno ci distacchiamo dal gruppo principale, e andiamo a mangiare nel parcheggio di un ristorante abbandonato ma che conserva la vista esclusiva sul cratere acceso nella notte. Stremati per aver risalito due isole in un sol giorno, affrontiamo l’ultima camminata fino al porto silenzioso.

In fondo perché no, potrebbe farci male un tot…

Le note di Storie brevi risuonano nella via sotto al terrazzo dell’appartamento. Appoggiato ad una colonna del portico osservo il vulcano, una densa macchia nera nell’aria rischiarata dalla luna. La canzone finisce. Viene fatta ripartire.

Sembra l’agosto del novantasei, questa mattina tutti sanno che, love is in the air

Istintivamente inizio a canticchiare, mi risponde una voce di ragazzo dalla strada e si trasforma in un coro improvvisato tra me, lui, Annalisa e Tananai. Il resto del paese, dell’isola e della notte è silenzio e stanchezza.

Mi fai mancare l’aria quando mi rispondi

Siamo di nuovo dalla parte opposta rispetto al cratere. Stromboli torna a sembrare un semplice monte con la cima nascosta dalle nubi. Io e la voce dalla strada ci rispondiamo.

mi fai saltare in aria come gli ecomostri

Dobbiamo ancora scrivere il reel della giornata: come farci stare dentro due isole, un’alba, un tramonto, un’eruzione, e poi quel mare cristallino e tutti quei passi e tutta la bellezza che lascia senza parole?

Va’ che bella luna hollywodiana

E poi bisognerà tracciare il percorso di domani, che abbiamo da prenderci l’ultima delle Sette isole in sette giorni®. Io spero di poter strappare un chilometraggio accettabile per chi ha già fatto oltre centro chilometri. Ma forse a parlare è la stanchezza di questa sera, insinuata già da un primo soffio di nostalgia per intravedere la fine di questa avventura. Sembra passata una vita da quando speravamo di approdare a Lipari, e nello stesso tempo pare di aver appena iniziato, a camminare, a capire, a vedere.

In fondo perché no, potrebbe farci male un tot….

Vulcano

Ultimi attimi di tramonto dalla cima di Vulcano

Zolfo. Inconfondibile.

Un paesaggio a tratti lunare e un’atmosfera mefistofelica ci accolgono a Vulcano, l’isola più vicina alla Sicilia tra le sette, ma l’ultima che abbiamo scelto di toccare in questo nostro trekking eoliano ad alta velocità. Per non farci mancare nulla in termini di esperienza, per quest’ultima fatica puntiamo a toccare sì il cratere del Vulcano, facilmente raggiungibile con un’oretta di cammino, ma anche la cima più alta, punta Saraceno, e un canyon che si dipana fino al mare tagliando la vallata al centro dell’isola.

Pedro, l’asinello/mascotte della villa gestita dal nostro host, un tedesco dall’accento siculo, saluta il nostro arrivo ragliando dolcemente, mentre ci prepariamo ad incamminarci nelle ore più calde del giorno. Accantoniamo l’idea di salire come prima cosa al cratere poiché nel primo pomeriggio il percorso non è transitabile, e decidiamo quindi di invertire la traccia dando la priorità a Punta Saraceno. Un’ascesa poco simpatica nel primo tratto, per la maggior parte in asfalto. Mentre aumentiamo l’altitudine, il panorama completo di tutte e sette le isole inizia a delinearsi alle nostre spalle.

Vulcano, parete a sud dell’ampio cratere

Quando, a pomeriggio ormai inoltrato, intraprendiamo l’esplorazione della parte più selvaggia e centrale di Vulcano, a guisa di guardiano ci accoglie il teschio di una capra messo scenicamente su un masso all’imbocco del canyon di Rio Grande. Da lì in poi, sempre più numerosi ci fanno compagnia i resti scheletrici di questi animali, facendoci interrogare sulla presenza di predatori naturali sull’isola e dando al tutto un’aria affascinante quanto inquietante, da vecchio west. D’altra parte, anche diverse capre vive e vegete cominciano ad osservare i nostri progressi lungo il canyon dall’alto delle rocce scoscese strette intorno a noi.

Vulcano, ingresso del canyon di Rio Grande
Vulcano, Rio Grande

Purtroppo ma anche provvidenzialmente, dobbiamo interrompere la discesa tra le rocce davanti a un piccolo burrone senza via di ritorno: giusto in tempo, comunque, per puntare ad ammirare il tramonto dall’alto del cratere. E quindi via per l’ennesima, stavolta davvero ultima salita di questi giorni di trekking. Due lunghi rettilinei, per la maggior parte sabbiosi prima e rocciosi poi, contraddistinguono l’ascesa fino alle fumarole di Vulcano, dove troviamo pochi altri camminatori di fine giornata. L’aria, a causa della fuoriuscita continua di vapori, è pesante, ma il panorama su tutte e sette le isole è il premio migliore per chiudere questa nostra avventura. Ci attardiamo fino al termine del crepuscolo, assaporando, insieme all’aria chimica nelle narici, la sensazione unica di guardare ogni isola sapendo di ognuna ciò che la rende speciale: una sensazione che solo una settimana fa potevamo solo immaginare.

Vulcano, panorama dall’alto delle fumarole presso il cratere

Così archiviamo anche l’ultimo dei nostri tramonti su questo mare. Le altre isole sfumano nel crepuscolo fino a svanire nella linea d’ombra tra cielo e mare, restano appena riconoscibili per le poche luci sospese, e il costante sbuffo di fumo che anche stasera si alza, piccolo e lontano, da Stromboli.

Ritorno

Pedro raglia di gratitudine nel salutarci, l’ultimo gadget delle Sette isole in sette giorni® pende allegramente dal suo collare mentre raccogliamo gli zaini compattati per il volo e ci defiliamo verso la spiaggia di Baia Negra.

Il tempo di un ultimo bagno, un ultimo giro in infradito prima dell’aliscafo che ci riporterà a Milazzo.

Vulcano, Baia Negra

Ieri sera, a cena davanti alla pastasciutta al pesce spada più buona di questo viaggio, abbiamo fatto il calcolo dei numeri di questo trekking: 150 chilometri tra bicicletta e cammino, con a onor del vero qualche chilometro di autostop; 6270 metri di dislivello positivo accumulati, partendo ogni volta dallo zero del livello del mare; 8 vette su cui hanno sventolato gli stendardi con il nostro bel simbolo azzurro e verde. Minuti di bagno a mare? Con stamattina, direi che ci aggiriamo sulla mezz’ora totale.

Nell’ultimo giro in paese ci fermiamo a prendere due cartoline, che infilo in zaino insieme ad uno dei due anelli di conchiglia che abbiamo comprato ieri, appena sbarcati, per pochi soldi. L’altro l’abbiamo gettato ieri sera nel cratere, in una goliardica citazione del Signore degli Anelli: così, pure a questo giro, anche il mondo ci siamo ricordati di salvarlo.

Ci lasciamo alle spalle questi sette mondi salvati, emersi, disgraziati e malandrini mentre l’aliscafo dondola leggero verso la Sicilia. Come per un accordo silenzioso, ci siamo seduti su quattro file diverse, ognuno con i suoi pensieri a tirare le somme di questa settimana. La scia luminosa del sole compie strani sfarfallii sull’acqua mossa dal nostro passaggio, come uno strascico di paillettes steso a salutarci. Una vecchia canzone di una bellezza struggente mi gira in testa da qualche tempo, e come capita talvolta nella vita, mi sembra sia stata scritta per questo preciso momento.

E sarà per questo che ora splende la scia di questa nave

E sarà che il sole è soltanto una vela da spiegare

Piena di vento e così forte che non la puoi trattenere

Come fosse il pianto, come fosse la voglia di partire

Su questo mare

(I ratti della sabina – sarà per questo)

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