Foreste Casentinesi – Romagna Toscana
17 – 22 agosto 2025
0 – Notte
Pace non cerco, guerra non sopporto
(…)
Dino Campana, Poesia facile
Tamburi risuonano nella notte a Marradi.
Lasciatasi alle spalle l’Assunzione della Vergine, quando l’estate inizia la sua inesorabile curva discendente, tutte le vallate della zona di confine tra Romagna e Toscana si riversano nel paese che ha dato i natali al poeta Dino Campana, per celebrare la Notte delle Streghe.
Mi muovo curioso tra processioni di angeli e demoni, ali bianche e corna, costumi succinti, danze e giochi in strada: il tema dell’edizione di quest’anno sono i Sette Peccati Capitali, centinaia di persone di tutte le età formano un fiume di teste e corpi lungo il piccolo centro, trasformato in una grande allegoria della Perdizione. Una notte per esorcizzare il Male portandolo in strada, facendone gioco, danza, mascherata; come ogni festa fatta bene, pare un rituale, tanto stravagante quanto serio: di quelli che risalgono a ben prima dell’arrivo dei Santi predicatori, e delle Madonne in marmo a lato delle strade.

Ho scelto di partire da qui, prima di iniziare domani mattina un trekking di sei giorni tra la parte più a nord del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e i paesi dell’alta Romagna Toscana.
Una terra di confine, di passaggi e di continue incursioni tra territori: come sul ponte che divide Marradi, dalla riva sinistra del Lamone si sentono arrivare i romagnoli con le loro cadenze, mentre dal centro del paese le accolgono le inflessioni toscane.
Un grido di donna squarcia il ritmo dei festeggiamenti: è quasi mezzanotte, il momento di trascinare la Strega fino al fiume dove attende una grande pira galleggiante sull’acqua. Un corteo rumoroso che unisce tutte le creature di questa colorata notte, fauni, sacerdotesse, barbari e inquisitori che camminano al ritmo dei tamburi.
La gente è accalcata sul ponte e sulle due rive del fiume, centinaia di visi illuminati dalla fiamma che sale alta, imponente. Esaurito il sacrificio e compiuto il rito di eliminazione (o di congedo) del Male, i più tipici dei fuochi d’artificio da sagra di paese ci riportano d’un tratto alla realtà.
Le famiglie con bambini sono le prime ad andarsene, i trattori della Pro Loco iniziano a smontare le impalcature e le scenografie di grandi tronchi e finte ragnatele. Due ore dopo il rito, rimangono gli abitanti della provincia negli irriducibili capannelli alcolici davanti ai bar ancora aperti: dopodomani torneranno ad essere taglialegna, cacciatori, amministratori, baristi e impiegati, volontari che mantengono viva una vallata e, a loro modo, una storia più antica di quanto si può immaginare. Ma adesso, per quel che rimane della notte, sono esseri ibridi sul confine tra i mondi, semidei dal trucco sciolto e dalla palpebra calante; angeli con le ali ripiegate sotto braccio o demoni che scivolano nell’ombra, barcollando.
Sul fiume la pira continua a bruciare piano, osservata da un anziano volontario sul piccolo molo, e da chi quassù si è portato nello zaino la sua Notte da attraversare e due o tre citazioni poetiche da rivendersi.
(…)
Ti vergogni se ti sorprendi a recitare una preghiera
Ti sfotti e il tuo riso crepita come il fuoco infernale
Le faville di quel riso dorano il fondo della tua vita
(…)
Guillame Apollinaire, Zone

Giorno 1
Ponte della Valle – Eremo di Gamogna – Eremo e quercia secolare di Trebbana
Distanza: 11 km
Durata soste escluse 4 h 20
Dislivello: + 619 m ; – 388 m
Come punto di partenza per questo giro semi-improvvisato ho eletto Ponte della Valle, a una mezz’ora da Marradi inoltrandosi in auto tra le prime colline e destreggiandosi tra le strade chiuse per le ultime alluvioni e frane: un buon punto di partenza per iniziare con un anello “extra” fino al Santuario di Gamogna.
Le prime due tappe che ho scelto, oggi e domani fino a San Benedetto, si trovano sulla via delle Foreste Sacre, cammino recentemente inaugurato all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, che permette di percorrere l’intero crinale fino al Santuario della Verna.
Io, però, dopo San Benedetto in Alpe virerò verso la regione storica della Romagna Toscana, soffermandomi a visitare i paesi sulla strada di ritorno verso Ponte della Valle.
Potendo lasciare lo zaino con tutto l’equipaggiamento da cammino in macchina, posso fare questi primi dieci chilometri in leggerezza: la prima salita, tra gruppi di case semiabbandonati, pioppi vetusti e campi coltivati, mi porta fino all’Alta via dei Parchi lungo il crinale esposto del Monte Val del Calvo, un’interessante cresta marnosa che si assottiglia in diversi punti, rendendo il tutto più interessante.



Intorno a me, da entrambi i lati si estendono le numerose piccole cime boscose dell’Appennino Tosco-Romagnolo, con i crinali verdi delle Foreste casentinesi che occupano l’orizzonte verso sud est.
Raggiungo l’Eremo di Gamogna, immerso nel verde tra il vecchio cimitero e l’abitato oggi abbandonato: la chiesa dedicata a san Barnaba, eretta per i monaci camaldolesi su iniziativa di San Pier Damiani nel 1053, è ancora oggi luogo di ritrovo e culto, a cura delle monache delle Fraternità monastiche di Gerusalemme che vi abitano.





Recuperato lo zaino per dare inizio ufficialmente al cammino, risalgo non senza una certa fatica, tipica del primo impatto con il nuovo peso sulle spalle, la carraia da Ponte della Valle all’Eremo di Trebbana, dove mi fermerò per la notte: un altro antico eremo che, grazie all’impegno di una giovane famiglia che ha avviato qui un’attività agricola e ricettiva, è ritornato a nuova vita.
A pochi minuti di cammino dall’Eremo, una maestosa quercia secolare domina il bosco, come una gigantesca cerniera di radici e rami tra il cielo e la terra.




Giorno 2
Eremo di Trebbana – San Benedetto in Alpe
Distanza: 11 km
Durata soste escluse 4 h 30
Dislivello: + 574 m ; – 807 m
Le case qui hanno cuciture, mi dico osservando il vecchio portale murato all’interno della casa dove sono ospite, facendo colazione da solo e osservando alla finestra il cielo che pare voler piovere.
Sospiro, i prossimi giorni andrà probabilmente così. Coperture pronte, partire di buon’ora e incrociare le dita di finire le tappe prima che inizino i temporali.
Oggi inizia letteralmente con una via Crucis fino al crinale del Monte del Cerro, mentre le nuvole continuano a lambire i monti vicini.
Però che vista, una volta raggiunto il crinale in tempo per vedere le ultime lame di luce filtrare dal cielo. Per ora, il tempo ci grazierà.


Di nuovo sull’Alta via dei Parchi, raggiungo la Valle del Tramazzo e discendo fino a Lago di Ponte, nel mezzo di questa propaggine di Parco delle Foreste casentinesi, attraverso un bosco silenzioso e a tratti maestoso, con i primi grandi faggi, carpini e querce a farla da padroni.

Il sentiero delle Foreste Sacre mi porta a risalire dal lago fino al colle del Tramazzo, da cui mi avvio verso San Benedetto in Alpe discendendo per la cresta di Susinelli.

Arrivato a San Benedetto e lasciato lo zaino, opto per un extra lungo il fosso dell’Acquacheta al tramonto. Questo primo tragitto è un continuo alternarsi di crinali, boschi e corsi d’acqua.
Mi tengo vicino all’acqua, mi ci fermo, ogni volta possibile.
I colori del tramonto si riflettono sull’acqua increspata da una piccola cascata: una visione magica, da elfi o antichi druidi.
Che cosa ha portato i primi eremiti da queste parti, mi chiedo.
Era una ricerca a spingerli fin qui, o una fuga?
La ricerca di Dio o di un proprio demone?
Avranno capito, poi, se c’era davvero differenza?
Anche le vecchie grandi abbazie sono oggi tenute insieme da cuciture di pietra e mattoni, come le case isolate e abbandonate che punteggiano questi boschi.
Se c’era una Verità superiore in questi luoghi, ora è dominio del bosco e dello scorrere dell’acqua, come lo era stato prima. Così sia.
Non riesco ad arrivare fino alla famosa cascata dell’Acquacheta descritta da Dante prima che faccia buio. Vorrà dire che tornerò, a breve, per riprendere da qui il tragitto delle Foreste Sacre e portarlo a termine. Per ora, mi attende la prima di una serie di cene rinforzanti per rendere onore anche a tavola, a questa bella terra di confine.


Giorno 3
San Benedetto in Alpe – Premilcuore
Distanza: 14,5 km
Durata soste escluse 6 h 15
Dislivello: + 763 m ; – 798 m
La tappa di oggi mi porta fino alla cima più alta di questa zona d’Appennino romagnolo: il monte Gemelli, 1200 metri di altitudine. Da San Benedetto, devo salire oggi percorrendo un tratto di Viae Sancti Romualdi, cammino che va da Ravenna a Fabriano dedicato a quel Romualdo che fondò tra le altre cose il vicino eremo di Camaldoli; e tratti del Cammino di Sant’Antonio, che unisce Venezia e Padova al Santuario della Verna.

Ci sono Santi dappertutto, da queste parti. Nei paesi, lungo i sentieri, nelle vie di passaggio. Santi fondatori, Santi protettori, Santi che indicano la Via.
Momento etimologia: “Via” per i latini corrispondeva a qualcosa di sicuro e tracciato. Chi non aveva una Via, chi l’aveva persa come il nostro Dante (che ritroveremo), era costretto a farsi peregrino. Trovare un Iter, qualcosa di non tracciato, un percorso da inventare.
Ogni Santo, prima di diventare tale, è stato in qualche modo perduto.

Io che non aspiro alla santità, mi accontento di proseguire nel mio iter inventato e già modificato, grazie alle dritte del primo incontro interessante di ieri: una gentile Carabiniera trovata nel mezzo del bosco, che mi ha consigliato di discendere fino al fiume Rabbi dopo la cima di oggi, e arrivare a Premilcuore costeggiando, di nuovo, l’acqua.
Il secondo incontro interessante di ieri mi fa compagnia a colazione: Angelo, appassionato di montagna, natura e festival, in pensione e quindi volontario per diversi Parchi in giro per l’Italia. Mi dà tante dritte e contatti interessanti, e si avvia verso il prossimo festival con la sua maglietta psichedelica, mentre io mi ricarico lo zaino sulle spalle e attacco di nuovo i crinali.

L’ascesa fino al monte Gemelli si rivela più impegnativa di quanto sperassi. Vado a rilento, mi fermo spesso a riprendere fiato; a distrarmi, anche. Controllo il telefono qualche volta di troppo. Osservo le forme semiumane che assumono i faggi più grandi, le radici scoperchiate degli abeti caduti, i piccoli cippi di confine piantati lungo la cresta.
Ci sono pesi che non stanno nello zaino.
In queste prime notti solitarie mi hanno fatto compagnia come i folletti delle leggende d’Appennino, quei Baffardelli dispettosi che si dice possano prendere forma di vento e salgano sullo stomaco la notte, paralizzando il malcapitato sul letto.

Questa esplorazione solitaria non era prevista: è capitata, come capitano le cose, quelle belle e quelle che non ci fanno dormire la notte.
Lascio che il respiro rallenti, sulla cima. Che riprenda il suo ritmo. Mappa alla mano cerco il nome dei monti che si intravedono tra i rami all’orizzonte. Questo è il punto più alto di questo anello, quello più difficile da raggiungere.
Il rollio del tuono alle mie spalle mi avverte che tocca di nuovo fare a chi è più veloce tra me e il temporale.
Va bene. È così che funziona questo gioco. Raccolgo tutto e intraprendo la discesa verso Poggio Cavallaro e infine giù fino al fiume, zigzagando tra i grandi abeti coricati. Ora, effettivamente, lo zaino inizia a sembrare più leggero.

Giorno 4
Premilcuore – Portico di Romagna
Distanza: 13,3 km
Durata soste escluse 5 h 10
Dislivello: + 546 m ; – 720 m
Me la prendo comoda, prima di ripartire da Premilcuore. La tempesta è infine arrivata col buio ieri sera, ma fortunatamente ero già a chiedere un Falterona tonic, fatto col ginepro delle Foreste, al baretto del parco pubblico. Una seconda cena esplorativa della Romagna Toscana ha poi coronato il giro di boa di questo anello, e alla mattina è tutto più rallentato.

Si è fatta già metà mattina quando risalgo il sentiero che porta al valico di Valbura, di nuovo sul crinale che mi sono lasciato alle spalle ieri. Immersi nel bosco ci sono altri gruppi di vecchie case decorate da crepe e rampicanti, Forno, Fornello, i castagneti storici di Valpiana, la piccola chiesetta di Bastia in cui spero di trovare riparo dal temporale, ma che trovo inesorabilmente chiusa.
Le prime gocce iniziano a cadere quando raggiungo la Cascata della Brusia, a Bocconi, e oltrepasso il piccolo ponte a schiena d’asino sul Montone

Oggi è destino che si prenda dell’acqua, in un modo o in un altro: pochi chilometri dopo il piccolo paese mi trovo infatti a fronteggiare un’amara verità, i sentieri che costeggiano il fiume fino a Portico di Romagna, su cui facevo affidamento per chiudere la tappa di oggi, sono o crollati per le frane o invasi dal sottobosco. Mi devo inventare due guadi sotto la pioggia, prima di rinunciare del tutto e ritornare alla strada asfaltata, ricoperto d’acqua e fango. Il collegamento tra i due paesi, mi segno, va sicuramente ripensato.

Anche oggi, il temporale si scarica violentemente quando sono ormai al sicuro e diretto in locanda. Da ora, il mio itinerario inizia a ricalcare parte del Cammino di Dante, e a pochi passi dal mio alloggio il Poeta è ritratto di fianco a Beatrice nel giardino a loro dedicato, poiché i Portinari erano tra i signori di questa zona, e gira voce che il primo incontro tra i due sia avvenuto proprio qui. Un incontro poetico attende anche me dopo cena: Aurelio, scrittore locale dallo sguardo sempre basso e corrucciato che contrasta con una risata sguaiata da bambino, regala disegni e poesie dei suoi abecedeari poetici, uno interamente dedicato alle balene, l’altro a tutti i poeti che conosce, un altro nel dialetto locale che inizia a ricordarmi un po’ il mio. “Una poesia va regalata”, sentenzia lasciando queste raccolte a una coppia di storici avventori belgi: e versi, disegni, cetacei e il racconto dei confini reali e immaginari di tutto il globo si mischiano sul tavolo insieme a bicchieri d’amaro e carte da gioco.
Il temporale è passato e noi probabilmente non ci rivedremo più, ci salutiamo nella notte con tutta l’onestà stanca di chi ha capito che una poesia va regalata e poi dimenticata.


Giorno 5
Portico di Romagna – Tredozio
Distanza: 17 km
Durata soste escluse 5 h 25
Dislivello: + 648 m ; – 619 m
Molto asfalto mi attende tra oggi e domani, per andare a Tredozio da Portico resterò quasi per tutto il tempo sul Cammino di Dante, che a tratti combacia con il Cammino di Assisi: e con San Francesco, credo di aver ormai toccato ogni santa orma che ha transitato per queste zone.

Poco prima di arrivare al Valico del Monte Sacco, sul monte Busca arde costantemente il “vulcano più piccolo del mondo”: si tratta in realtà di un’emissione di gas naturale incendiato.


Raggiungo infine il piccolo abitato di Tredozio, ultimo punto tappa di questo anello, con le poche rovine del Castellaccio dei Guidi a fare da guardia a muri puntellati per i danni del 2023, quando a pochi mesi di distanza sono arrivati prima l’alluvione e poi il terremoto. E pensa che non era neanche anno bisesto, puntualizza l’ultima locandiera alla cui tavola ho reso omaggio.


Giorno 6
Tredozio – Ponte della Valle
Distanza: 10,7 km
Durata soste escluse 3 h 50
Dislivello: + 500 m ; – 310 m
Alti cipressi a bordo della strada asfaltata accompagnano l’ultimo strappo di questi sei giorni d’anello, da Tredozio fino a ritornare al crinale che porta di nuovo al Monte del Cerro: un primo tratto poco soddisfacente, però seguito da un’ultima gradita immersione tra grandi querce e creste esposte sui panorami di entrambi i versanti.
Nelle poche ore di cammino di oggi, di nuovo lungo le Viae Sancti Romualdi, tiro le somme di questa ricerca.
Ricerca di un tracciato che si possa in futuro riproporre, così da rendere questa esplorazione una sorta di primo sopralluogo come guida. Il nome “Anello dei Santi Perduti” mi sembra buono: magari, ipotizzo, partendo da Tredozio si potrebbero ridurre i giorni complessivi da sei a cinque, aggiungendo qualche chilometro a una o due tappe che sono effettivamente estendibili, e ripensando alcuni tratti.
Finisce com’era iniziata, sotto l’ombra della grande quercia di Trebbana.
Una ricerca che mi ha portato a ammirare un assaggio di Foreste casentinesi, tra piante secolari, piccole creste e, a tratti, un tetto di bosco a proteggere il cammino.
A raccogliere foto di foglie, cortecce e poi a raccogliere appunti e storie.
Le storie di una terra di confine dove lo spopolamento ha portato la natura a riprendersi le case e i muri, ma dove le notti sono talvolta illuminate dal fuoco di antichi rituali, e di giorno si seguono le orme di poeti e santi, a farci da guida verso ovunque abbiamo deciso, per un motivo o per l’altro, di andare.


ANELLO DEI SANTI PERDUTI
Totale: 77,5 km
+/- 3600 m


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