Pennabilli, monte Carpegna, settembre 2025

Il lieve bagliore del giorno che arriva da dietro la cresta del monte Carpegna si espande senza fretta sull’alta Valle del Marecchia, nell’apparente immobilità della notte che scivola verso ovest.
In questa immobilità silenziosa, il profilo della campana tibetana che si disegna nel cielo e nell’aria ancora fresca può dare l’impressione di essere davvero a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, tra più elevate altezze, e pare che tendendo bene l’orecchio si potrebbe sentire l’eco di mantra lontani e di una Pace intrinseca, propria di mondi remoti.
Secoli fa, un monaco partì da questa vallata romagnola per andare a predicare proprio tra i monaci himalayani, e per questo motivo, oggi, su uno dei due pinnacoli di calcare che racchiudono l’abitato di Pennabilli è ricreato un “piccolo Tibet”, con le campane tradizionali e le tipiche bandiere colorate che sventolano a pochi metri dai resti di antiche fortificazioni.
Sul pinnacolo gemello dall’altra parte del paese svetta una grande croce, a poca distanza da un antico monastero di monache agostiniane: sono loro che ad ogni alba e tramonto salutano il giorno nascente o morente con canti di lode e di Pace.

Pace. Che cosa sono venuto a cercare qui.
Ho accolto l’invito di Angelo, conosciuto poche settimane prima sulle tracce di antichi santi presso le Foreste casentinesi, che si trova qui a Pennabilli in veste di custode del seminario vescovile a pochi passi da questo piccolo Tibet, convertito in ostello.

Angelo – custode. Segni più chiari di così, per chi era in cerca di un segno qualsiasi per spendere questi giorni di ferie e di viaggi saltati – per aria; e viaggi di rimando – campati per aria.
Che anche campare per aria è pur sempre un modo per campare.

All’ombra della campana e del giorno nascente riprendo a meditare, dopo anni.
Come in ritiro.
Ritirato. Come si ritirano i panni alla pioggia. Fradici di mondo, di notizie.
Di Guerra.
Ritiro. Rigioco. Ritento e sarò più fortunato.

Ritratto tutto.
Un ritratto da provare ad abbozzare di nuovo, anche quello, dopo anni.
Partendo dalla linea degli zigomi, come un profilo di valle che emerge dall’alba.
La luce si fa strada solo un poco per volta.
Terra come tante altre di Appennino, eppure terra buona per artisti, improvvisatori cacciatori, fuggitivi e cercatori di natura e per natura. Il circolino del paese, con le vecchie foto e una bandiera appiccicata sul muro, sembra saperli accogliere tutti.

Il mondo disegnato, raccontato e raccolto da Tonino Guerra riempie a suo modo le vie del paese e i boschi della vallata; ogni angolo girato è uno scrigno diverso di angeli, simboli, versi, apparizioni e introspezioni inattese.











Nella biblioteca del seminario, tra antichi tomi e insospettabili romanzi rosa, l’occhio mi cade su “Sette anni in Tibet” dell’alpinista Heinrich Harrer. Lo inizio negli scampoli di tempo di questi giorni, tra una camminata solitaria e una bevuta in compagnia: lo lascerò incompleto dopo i primi capitoli, qui, con il segno da riprendere un domani, la mente comunque già abbastanza piena di fantasticherie su terre lontane, esplorazioni, avventure che forse, in questi novant’anni che ci separano da quel viaggio, sono diventate irripetibili.


Decido di avventurarmi per l’ascesa al monte Carpegna, 26 chilometri tra andata e ritorno su asfalto, sentieri e varianti inventate su creste fitte di ginepro, a causa della mia ostinazione a fare tutto con mappa cartacea e bussola.
Una volta raggiunto il grande pianoro della cima, mucche e tori dall’aria vagamente ostile e recinti tutto intorno spariscono e riappaiono nel fitto delle nuvole basse.



Allo stesso modo, lontano da questa cresta sospesa di monte, svaniscono e riappaiono le vallate in basso.

Rientro senza fretta a Pennabilli, per lo spettacolo dell’ultimo tramonto a chiudere questi tre giorni di lontananza.

Nello zaino, tra gli appunti, una preghiera raccolta nella chiesetta del monastero durante i vespri cantati dalle monache così conclude:
“Mio mondo in guerra,
Sono in pace con te.”

Lascia un commento