MAGGIO 2016
Primo diario di viaggio in solitaria. Maggio 2016, un punto di svolta nella mia vita. Di lì a poco avrei deciso di cambiare molte cose. Ero un ragazzo innamorato, anche se quella storia era ormai agli sgoccioli. Ma quest cose si fanno chiare sempre dopo.
Quella voglia di viaggiare da solo, sicuramente, era stata un segnale che qualcosa intorno a me stava cambiando. Che volevo cambiare.
Questo diario avrà poche fotografie, e di bassa qualità: questo deriva dal fatto che, proprio per essere il primo, fu in un certo senso disastroso, e la perdita della macchina fotografica al secondo giorno fu una delle conseguenze della mia goffaggine e distrazione.
Però, è forse in quel momento che ha preso il via il viaggio vero.
Giorno – 4
Prova tenda sopra casa. La riesco a montare da solo, relativamente bene. Fa un caldo infernale dentro, sarà che ha piovuto fino a stamattina.
E’ larga abbastanza perchè ci possa stare con zaini e robe varie, lunga abbastanza perchè mi ci possa distendere.
Ci divertiremo insieme
Giorno 1
“Quello che volevo”
Grande idea, quella di andare a letto alle 2 e mezza con sveglia alle 5.
D’altronde non si poteva non festeggiare almeno un pò, lo spettacolo delle seconde. L’ultimo di questi primi laboratori. La fine di un percorso. Quindi a prendere qualcosa da bere, e poi a scrivere quelle poche frasi intense che sei riuscito a cavarti dopo quell’esperienza. Il fatto di partire, fuggire subito dopo non era casuale.
E quindi, alle 5 e mezza la sveglia suona. Non so nemmeno se ho davvero dormito. Tutto il tempo appena messo a letto a chiedersi, ma lo faccio davvero? Cambierò idea all’ultimo, tornerò dopo neanche un giorno con la coda tra le gambe? E cosa vorrà dire, in questo caso?
Mi sono alzato di scatto, come non succedeva da anni. Ho preparato gli zaini, ben tre, nell’indifferenza dei miei e nei loro soliti scazzi mattutini. Quando sono salito in auto, ancora non sapevo davvero se stavo per farlo oppure no. Se era stata, tutta, solo una finta.
Il Lagastrello mi ha accolto con un muro di nebbia e pioggia. Ho pensato, “eccomi che passo dentro ad una nuvola”. Non l’ho nemmeno riconosciuto, il passo. Forse, ho pensato, quel ristorante dove si andava con la famiglia da piccoli non c’è nemmeno più. Fatto sta che, a metano già in crisi, ero in Toscana.
La strada fino a Sarzana, e dopo, la conoscevo già. Ho anche saputo orientarmi per trovare il metano dove eravamo stati poco tempo fa. E poi via, seguendo verso Pisa come quattro anni fa, il primo viaggio con lei. Con la macchina che iniziava la sua serie di spegnimenti spontanei e a random in mezzo alla strada. Temo che questa cosa mi accompagnerà fino alla fine del viaggio, e mi preoccupa non poco. Ma le devo dare fiducia.
La novità è stata Livorno. La patria degli Zen Circus, solo per questo ci sono voluto passare. Una città così triste non l’avevo mai vista. Ci ho camminato molto, dopo aver lasciato l’auto nel primo parcheggio trovato che mi sembrasse centrale (barriera Garibaldi). Dopo una sosta in un parco che ha tutta l’aria di uno zoo abbandonato, e una sbirciata alle mappe online, le ho dato un’ultima possibilità e sono andato in piazza Repubblica. Gigante e vuota. Ho girato i tacchi e sono tornato all’auto. Avevo pensato di vedere quella Tirrenia che avevo visto lì vicino in un cartello turistico, ma dopo aver letto che è stata fondata dai fascisti ho cambiato idea. E via verso Grosseto, la costa maremmana che finalmente compare a interrompere la Lunigiana dal colore verde scuro e grigio.
Ho cercato Vada, dove ho visto c’era un campeggio, e mi sono fermato al primo che ho trovato. Tripesce. Nome tristino ma sembra tutto in regola. Una ragazza dalla c toscanissima mi blocca mentre sto entrando, le chiedo, ok posso restare lì per due notti. Mi manda a scegliere il posto, faccio il buono e scelgo il boschetto senza allaccio alla corrente elettrica, perchè è vicinissimo alla spiaggia. Torno, c’è un’altra ragazza. E’ nuova del lavoro, mi dice. Sorride molto e sembra sempre un pò in imbarazzo. Le sorrido molto anch’io di rimando, è la prima persona amichevole della giornata. Quando mi chiede “Sei solo?” sembra sinceramente dispiaciuta per me. Parcheggio e monto la tenda nel boschetto, e mi preparo a recuperare un pò di sonno.
Appena vado a vedere la spiaggia, le noto: nuvolone nere che si accumulano sopra al mare e vengono proprio qui. Mi ritiro in tenda, come per starle vicino, a lei presa per 22 euro alla decathlon. Per un pò spero che ce la possiamo fare, io e lei, prende le prime gocce e le prime folate con solidità, e quasi mi sto per addormentare. Poi inizia a accusare, a piegarsi. Devo agire. Ordino le cose, poi porto i due zaini stracolmi nella macchina. Lei è tutta piegata, non ce la può fare. Torno in reception, c’è ancora la ragazza nuova sorridente e imbarazzata. Le chiedo se faccio in tempo a spostare la tenda in mezzo alle altre tende, perchè sia più al riparo. E’ fattibile. Senza smontarla del tutto e col vento che ci aggredisce, la porto insieme alle altre. Lì il vento è più calmo, ricomincio da capo e mi assicuro sia più solida possibile.
Credo di essere l’unico italiano del campeggio. Mi aspettavo una cosa simile, cioè, so che la primavera è tempo di vacanze per i tedeschi.. Ma qui sembra che l’intera Baviera abbia scelto di popolare i campeggi toscani. Hanno dei mostri attrezzatissimi, enormi, qualcuno ha perfino steso un pavimento di diversi metri quadrati in plastica sopra alla propria casetta. Robe che tra caravan, roulotte e tende d’ultima generazione questi qua spenderanno più che in vere case.
Dopo aver preparato la tenda per il secondo round, ho optato per un giro a piedi qui vicino. Non c’è nulla. Solo altri campeggi, una pineta e spiaggia. Però ha il suo fascino. Mentre camminavo sulla spiaggia contro un vento fortissimo, senza motivo ho iniziato a sorridere. Ecco, mi sono detto. E’ questo che volevo. Semplicemente.
Al ritorno ho fatto tappa al market del campeggio, hanno prezzi fattibili. Il must credo sia la birra da 66 cl a 2 euro, ma avendo a che fare con il 90 per cento di clienti tedeschi, mi sembra il minimo. Ho preso una Moretti e una Franziskaner, più biscotti per domattina.
Al tramonto ero in spiaggia, con il mio panino da casa e la Moretti. Ho tempestato il tramonto di foto, più qualche esperimento narcisista con il tablet.

Mi sono fissato lì, per un pò, ho osservato i tedeschi, bambini, genitori, una coppia di amanti del fitness, una coppia di vecchi. Ho pensato che fosse stato per me, sarei potuto rimanere lì fissato per tanto tempo. E mi sono detto, sorridendo, se lei fosse qui saremmo già corsi in bagno, o avrebbe avuto freddo, o avrebbe iniziato a insultare quella coppia fitness.
Poi ho voluto ascoltare Le Onde di Einaudi mentre guardavo le onde, e ho pensato a quando, ascoltandola dall’mp3, le feci il ritratto , a Camaiore con gli altri, mentre tutti dormivano. Avevo gli occhi lucidi, ma ero sereno. La amo. Ancora.
E’ banale, è strano, fa soffrire, fa confusione. Ma la amo.
Credo tornerò sulla spiaggia, se non piove, per bere la Franziskaner alla salute dei bavaresi che mi circondano.
Non è stata una passeggiata, ma il primo giorno è andato.
Giorno 2
“Non è successo”
Non posso credere che sia successo davvero. Non posso credere che sia successo, non può essere successo. Lanciato per le colline toscane me lo ripetevo come un mantra, pieno nonostante tutto di speranza. Se faccio in tempo andrà tutto bene, me ne sono accorto in tempo sicuramente sarà li, ecco proprio li si ora la prendo e ci farò sopra una super risata e già mi immagino come lo racconterò a Sofia ridendo e pieno di sollievo, ma ti immagini se… E invece.
Ma andiamo con ordine. Questo è un diario, e voglio raccontare tutto per ordine, soprattutto le cose belle di questa giornata assurda.
Risveglio indolenzito, mi sarò svegliato una prima volta in piena notte, collo e schiena doloranti e un po’ di freddo. Ho rimediato fino al mattino vestendo mi un po più sotto al sacco a pelo e sistemando vestiti usati e non sotto testa e schiena. Ancora sveglio alle 6 e mezza, poi 7 e mezza poi finalmente alle 8,30 ho deciso di aver riposato abbastanza. E in effetti ero riposato. Biscotti presi ieri a market, caffè pessimo (si vede che sono abituati ai tedeschi) al bar, bagno poi doccia (qui nessun bidè, di nuovo si vede che qui solo tedeschi).
Parto in direzione parco naturalistico di Caselli visto ieri in internet. Con le google maps di fianco in auto, ho pensato meno male che anni di giochi di ruolo mi hanno insegnato a usare una mappa. Manco l’ingresso invisibile al “parco” e arrivo a un paese che si chiama Certo o qualcosa di simile (Canneto). Non male, ci faccio un giro, è un bel borgo su una collina. Torno indietro e vedo un minuscolo cartello che indica l’area naturalistica su un sentiero, salgo con l’auto nonostante si balli un po, un pastore maremmano mi abbaia dall’unica casa lungo il sentiero (casa che poi benedirò).lascio la macchina nel primo spazio, occhiali da sole presi tre anni fa per Campiglio, zaino in spalla con i panini fatti con pane e mortadella del market e mi butto sui sentieri. Ne seguo uno fino al laghetto di Caselli, piccolissimo. Mangio qui e mi siedo in riva al laghetto, ascolando Trace Bundy e Einaudi. Nuvole bianche. Penso a lei. Penso che sto bene, che un viaggio così mi serviva soprattutto per fare un po’ di ordine nei miei pensieri. Penso che la amo e non glielo dico da sei mesi. Penso che sarà la prima cosa che vorrò farle sapere appena tornato. Faccio un giro dal laghetto a un prato vicino dove vedo qualche cinghiale che si nutre con calma. Inizio a riempirli di foto, mi accorgo che hanno anche una piccola mandria di piccoli. Mi si accende una lampadina, mi ricordo la saggezza da cacciatore di mio padre, i cinghiali diventano aggressivi se hanno i piccoli. Senza staccare loro gli occhi di dosso torno sui miei passi. Li ho superati, sono fuori pericolo. Quante belle foto avrò.
Ah ah.
Proseguo fino a una chiesetta, dopo il sentiero va in mezzo al bosco e qui mi perdo. Seguo i segni sugli alberi ma so di essere chissà dove. Spunto di nuovo su un sentiero largo vicino a un ponte mai visto. Osservo l’acqua per capire da dove scorre e così, da vero esploratore, decido quale sia la direzione da seguire. Senza crederci tanto, finché spunto proprio dove volevo essere. Oggi sono proprio fortunato .
Poi però appoggio sul tettuccio dell’auto macchina fotografica con tutti i soldi, patente e bancomat e parto.
Me ne ricordo a Monteverdi, chilometri dopo.
Il resto sono state ore nei fossi a riempirsi di tagli e orticate.
Ora mi chiedo perché tenere tutti i soldi lì. Perché non tenere la patente in auto. Perché portarsi pure il bancomat poi. Ma sono tutte cose che arrivano dopo. L’unica cosa giusta da chiedersi è, chi mai si scorda una macchina fotografica sopra una macchina.
È sempre stato così, faccio da 25 anni delle cazzate incedibile nei momenti più improbabili. Di quelle cose che vorresti sprofondare subito nel terreno e tanti saluti a tutti.
Posso solo ringraziare la signora della casa lì vicino per i suoi 50 euro che sono tutto quel che mi rimane ora. Tolti 43 del campeggio (ma ora ho il dubbio della tassa di soggiorno) , aggiunti i 10 lasciati di caparra, tolti 3,50 di una birra stasera domani dovrei riuscire a fare un metano e tornare.
Primo passo sarà comunque andare dai carabinieri per poter guidare con calma senza patente, e poi, chissà che davvero qualcuno non l’abbia trovata in strada e ce la porti.. Solo e soltanto così il viaggio continuerebbe. Dicono che la speranza sia l’ultima a morire. Io domani starò ancora un po’ tra le frasche, comunque.
Stasera il mare è bello e calmo e la luna illumina a giorno.
Nessun attacco di panico o ansia, sono comunque in pace
Se la vita ti dà un uovo fai una frittata. Se ti dà una testa così da coglione cerchi di usarla al meglio e stare in pace. Basta essere pronti dice Amleto.
Almeno sembra non voler più piovere o tirare vento.
Ho 46,70 euro (20 cent erano nel portafogli in tenda che nessuno ha toccato, ah ah), niente gas, molta benzina e una giornata di viaggio che mi aspetta.
Se c’è un karma speriamo che domani si ricordi di me.
Giorno 3
“Otto euro”
Non si molla.
Non si torna.
Sapevo fin dall’inizio che sarebbe stato un viaggio ignorante, e più ignorante di uno che lascia cadere per strada tutti i suoi averi, non c’è. Ma non si molla. Tornare oggi sarebbe stato.. Semplicemente doloroso. Sarebbe stata la sconfitta, la sconfitta della mia vita. E quindi, nonostante tutto, a rischio di rimanerci dentro (ma in fondo, a essere uno squattrinato non si muore, l’ho capito), si va avanti.
Certo ci ho provato. Sveglia alle 8 (dopo le prevedibili svegliate prima indolenzito dall’umido della tenda e dalle posizioni scomode), doccia, un saluto al mare, poi a smontare la tenda. Mi è riuscito velocemente come fossi un esperto. Vado a pagare prima di partire, in cassa c’è la stessa ragazza di ieri a cui avevo confessato la mia disavventura.. C toscana che qui hanno tutti, non una bella ragazza ma dall’aria tutto sommato simpatica. Per fortuna non sono più di 43 euro. Mi saluta con un “buona fortuna!” e in verità, la cosa mi fa piacere. Sorrido e parto. A Cecina, in cerca dei Carabinieri e di una filiale della Banca Intesa aperta per prendere un pò di soldi e continuare il viaggio, magari anche sdebitarmi coi signori di ieri e i loro 50 euro.
Banca chiusa, chiamo il numero dei servizi e mi dice di cercare in internet per vedere le filiali aperte al sabato. Nel frattempo il carabiniere di Cecina mi ha detto che serve una foto, allora mentre cerco in internet per la banca (sia sempre benedetto questo tablet) cerco pure la stazione.. Incrocio un signore che, quando gli chiedo per la stazione, con suoni gutturali mi fa segno di seguirlo. Non capirò mai se era straniero o un italiano convinto che fossi straniero o uno che parla solo dialetto stretto.
Fatto sta che alla vista della stazione gli stringo la mano con molta gratitudine, mi sorride e sparisce con il suo mistero. Vedo subito la macchinetta delle fototessere.
5 euro??Questo mi porta ad avere meno soldi di quelli con cui farei un pieno di metano.. Per un attimo penso se fare invece la “fotodivertimento” per 2 euro, poi penso che una foto grande circondata da cuoricini o che so io non la accetterebbero per la patente.. Quindi vada per i 5 e si scommette tutto sul riuscire a recuperare soldi in una banca e non tornare.
Una ragazza carabiniere si occupa della mia denuncia di smarrimento, mentre le spiego gli imbarazzanti dettagli del fatto continuo a cercare una filiale aperta. Livorno, via Cairoli, chiude alle 13. Sono quasi le 12. Bingo. Ringrazio con sincera gratitudine la carabiniera e le chiedo quanto ci vuole da qui a Livorno. 35 minuti. Ce la posso fare.
Con il mio documento che mi permette a tutti gli effetti di guidare senza patente mi lancio alla macchina e sulla Aurelia verso Livorno, appena spedito metto musica a tutto volume e inizio a crederci, forse andrà bene. Seguo il navigatore fino al parcheggio più vicino e in centro a Livorno mi lancio a piedi con tablet e mappa in mano verso via Cairoli, trovo la filiale, ci entro, evviva. Ma la signora infrange tutte le mie illusioni, al sabato filiale aperta ma niente casse. Sto lì cinque minuti a parlare con lei e l’altro signore, un burocrate in camicia, per accertarmi che non ci sia proprio un modo per accedere al mio conto. Non c’è, e sabato e le banche è come se non ci fossero. Non è neanche colpa loro.
Rimane solo una possibilità, farsi fare un vaglia postale ma sono le 12, 40 di sabato e bisogna sbrigarsi. Mia mamma trova la banca aperta e mi manda 150 euro, ma nel frattempo pare che tutte le banche toscane abbiano chiuso alle 12, 35 e questo significa che fino a lunedì, quei 150 euro fluttueranno nel vuoto.
A questo punto o la mollo e vado verso casa con 8 euro in tasca e ancora il serbatoio quasi pieno, e sarà la fine di tutto questo viaggio.. Oppure invece che lasciare rilancio. In verità l’ho già fatto, mentre attendevo notizie da casa ho chiamato l’albergo a Grosseto e ho chiesto di prolungarmi la permanenza fino a lunedì. Così lunedì a banche e poste aperte, potrò sperare di riuscire a prelevare, saldare l’albergo e partire facendo pure il pieno. E’ una scommessa ed un rischio, è soprattutto è molto ignorante, ma è quello che voglio e l’idea mi rende felice.
A parte questo, so di non essere solo: lontano, la mia famiglia ha dimostrato che c’è lo stesso, per me, nessuna critica, nessun torna a casa, mi hanno aiutato e basta, torno lunedì, ok. Della mia famiglia dico tante cose brutte e sarà anche vero che ad attendermi c’è una casa disastrata. Però mia mamma, credo di poter dire, mi ha capito e mi ha aiutato oggi. E questo mi rende felice, per quanto è semplice e naturale.
Riparto da Livorno, 70 chilometri buttati alle ortiche tutto sommato, e torno a Cecina, da lì passo di nuovo per il luogo dello smarrimento e con scarponi e pantaloni lunghi faccio un altro giro, cercando bene anche sotto al ponte della prima curva dove potrebbe essere caduta la tracolla. Altri tagli e altre punture, molta, molta stanchezza, ma nessun risultato. A questo punto amen, la denuncia è fatta e se nessuno la porta dai Carabinieri, allora se qualcuno l’ha trovata in strada se l’è tenuta. Spero apprezzi le mie foto.
Seguo per Follonica, da lì per Grosseto, sempre con gli occhi puntati al tablet e alla benzina.. Arrivo a Grosseto con ancora più di metà serbatoio e ancora 8 euro.
Trovo l’albergo. Piena periferia, con tanto di distributore incorporato. Mi auguro abbiano capito che fino a lunedì non avrò un soldo e anche lì non è detto. Ma il proprietario è tranquillo, in fondo hanno il mio numero di carta di credito quindi alla brutta si sistemerà tutto con quella.
Arrivo in camera e mi sento molto in investigatore privato solitario, faccio una doccia finalmente decente, poi provo a chiudere occhio. 10 minuti dopo decido di uscire e andare a Roselle, meta numero 1 di Tripadvisor a Grosseto, rovine etrusche.
La strada per arrivarsi è semplice, Grosseto sembra una città semplice da girare e dopo è tutto dritto. Sono solo 20 chilometri in meno alla mia benzina ma anche in questo caso si rimanda la resa dei conti a lunedì. Arrivo al sito archeologico ma è chiuso, e comunque a pagamento. Scorgo quattro sassi tra i prati e i boschi e riparto. Almeno ho visto un bel tramonto in maremma e ormai ho proprio fame, anche le cene saranno addebitate sul conto lunedì quindi finalmente, decido di concedermi un pasto che non sia un panino.
Il Parco è un hotel ristorante di periferia e per questo è una miniera di fauna umana e di suggestioni.
Mentre ceno da solo, un signore di mezz’età prepara un karaoke e canta qualcosa. I primi a chiedergli una canzone sono quelli del tavolo del compleanno di Mauro, che compie sessant’anni: la sua canzone preferita è “Le stagioni dell’amore” di Battiato, non la conosco, a un certo punto fa “I desideri non invecchiano..” guardo Mauro e la sua tavolata e penso che non possiamo mai davvero sapere qualcosa delle persone, così, soltanto guardandole. In sala c’è anche un omone con una bambina, mi chiedo se sia un padre divorziato, un camionista o un galeotto con la figlia: lei nel frattempo inaugura il karaoke con “Fatti mandare dalla mamma”, “Azzurro”, “Nel blu dipinto di blu”.. Le conosce davvero, questa bambina con le scarpe che si illuminano, sento lei che canta, guardo la strana coppia di lei col padre e mi ripeto che la vita degli altri, a ben guardare, non è mai banale ma chissà quali storie e incastri nasconde.
Arrivano altri, una tavolata di ragazzi sulla trentina per un altro compleanno e tre tardone in gonna o minigonna che si mettono nel tavolo di fronte al mio. Fauna umana, penso ancora, piena di chissà quali storie e motivi per essere stasera in questo hotel di periferia.
Finisco pizza e birra, chiedo una grappa, un’altra bottiglia di birra e esco a berla fuori mentre trascorro un’ora a fumare un sigaro. Penso a come sarà domani, e dopo domani. Penso che questa vita potrebbe anche quasi conquistarmi. Prima il signore del karaoke ha messo su anche il video di “Jump” dei Van Halen, e non ho potuto evitare che quel video mi riportasse a un’altra volta, la prima, che lo vidi: era nell’Hard rock cafè di Lisbona, nel viaggio di maturità insieme alla fidanzata del liceo nel 2010. Faccio un pensiero semplice, mentre fisso quei rocker coi capelli biondi cotonati anni Novanta: penso che il me del 2010 pensando al viaggio di maturità aveva un’idea molto più simile a quello che sto facendo ora, ma allora andò così, e ci sono voluti sei anni perché realizzassi, nel bene e nel male (soprattutto nel male, ma a causa della mia stupidità) ciò che credevo, speravo di essere già allora. Un viaggiatore improvvisatore.
Penso, in questo hotel di periferia, che tutto ciò potrebbe conquistarmi e portarmi via, accarezzo con la mente l’idea di una vita intera vissuta come in questi tre giorni. Poi però, oltre ai problemi materiali e tecnici, penso anche questo: che da qualche parte ho trovato persone che mi vogliono bene davvero, per cui valgo qualcosa, che faccio parte di gruppi che hanno un senso, un senso condiviso e che ha ugualmente il sapore della vita. E penso che anche questo vuol dire qualcosa, vuol dire qualcosa di me.
Mentre fumo di fuori, il cantante della serata intona una canzone che non conosco, dice “Sono un artista, allora mi basta la mia libertà”..
Eccomi in camera, riordino quest’altra giornata schizofrenica e strana. Tra poco dormo, domani magari visita a Grosseto. Ma soprattutto, prima colazione molto abbondante che chissà se riuscirò a fare degli altri pasti.
Intanto, sono qui, lontano da casa, e non a casa con la coda tra le gambe e l’orgoglio a pezzi. E sento che era solo così che doveva andare.
Giorno 4
“Sei un artista?”
Oggi doveva essere una domenica di pausa, di vacanza, la resa dei conti rimandata a domani perché tanto banche e poste non esistono, esistevano solo i miei 8 euro, una colazione compresa nel prezzo all’hotel e una città qui vicino da vedere.
Mi sveglio, scendo alla colazione. Questo hotel è molto poco frequentato, oltre a me solo altri due tavoli occupati, una coppia di mezzetà e alcuni ragazzi della mia età con un adulto. Ho pensato, magari sono una boyband in viaggio col manager, o forse più semplicemente diretti a qualche cresima o comunione (una chiesa di Grosseto piena di gente in tiro elegante mi ha poi convinto che oggi era giorno di cresime o comunioni). Mangio dolci, caffè e succo di frutta come non ci fosse un domani, ho bisogno di energie. Poi approfittando della sala vuota mi incarto que tost con prosciutto e formaggio e li intasco nello zaino, oggi avrò un pranzo.
Ieri sera avevo scorto qui fuori delle bici tutte uguali, chiedo alla reception se le noleggiano: sorpresa, sono gratuite per i clienti. Questo hotel mi piace, sempre più. Ne prendo una, preparo lo zaino da trekking con asciugamano, tablet, chiavi varie e portafogli con 8 euro e parto per Grosseto.
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Let’s do it |
E’ una città semplicissima, appena entri nelle mura a piedi in tre minuti la passi da parte a parte. Arrivo subito in piazza Dante, osservo il Palazzo della Provincia che ricorda un pò Palazzo Vecchio di Firenze, entro nel Duomo di San Lorenzo (ma lo scopro solo dopo) proprio nel momento della Comunione durante la messa. Pantaloncini e maglietta, zaino in spalla, decido di accodarmi ai fedeli eleganti e vado a prendere un’ostia. Così, tanto per. Dopo chissà quanti anni. Osservo i fedeli chini a testa bassa sulle panche mentre l’organo suona, e mi ricordo per un attimo che ho una religione. Poi il prete dice “Preghiamo” e esco. Vado nel centro, dentro di me matura sempre più un’idea che ha iniziato a prendere corpo ieri: mettersi a fare ritratti per tirare su qualche soldo. Ieri mi sembrava una cosa ignorante e folle, ma ora, con un’intera giornata di nulla davanti, in fondo mi dico perchè no. Cerco una cartoleria o tabaccheria aperta di domenica mattina, chiedo in giro, alla fine ne trovo una fuori dalle mura. 2 euro e 50 di blocco di fogli e matita, nessun temperino. Ora, mi dico, dovrò almeno cercare di ripagare l’acquisto.
Giro un pò per il centro, è abbastanza frequentato ma questa è una città piccola. Molta gente elegante più del dovuto, arrivo davanti a una chiesa dove fanno cresime o comunioni.
In giro ci sono già altri accattoni e artisti di strada e non mi oso a mettermi lì che magari mi cacciano. Mi siedo sugli scalini del duomo e faccio qualche prova, un’aquila di pietra, il profilo di qualche passante. Ho ancora la mano per fare disegni che qualcuno potrebbe anche prendere, se magari racconto la mia storia poi, qualcuno potrebbe darmi qualche moneta anche solo per pietà e non per la qualità dei disegni. Ma il centro mi sembra un pò off limits, faccio il giro delle mura ma sono quasi deserte. Esco e mi decido a scrivere sul blocco in bella vista, “Ritratti Storie e Monologhi”. Arrivo a un parchetto pubblico con bambini e genitori, qui l’atmosfera è tranquilla e rilassata, mi siedo all’ombra di un albero e con le cuffie del lettore nelle orecchie, inizio a disegnare per conto mio un volto. In breve diventa Matilde di Canossa, un primo piano del volto, un melograno in mano e una spada, dietro di lei i castelli reggiani. Quasi subito un giovane papà dice alla sua bimba “Guarda il bimbo che disegna” e inizio a illudermi, forse andrà bene. Poi un pò di bambini iniziano a essere incuriositi, uno in particolare ogni tanto arriva e mi parla, “E’ la tua ragazza?” e cose così.. Una bimbetta mi chiede chi sto disegnando, le dico che se vuole le racconto la sua storia ma molto poco convinto, l’attore che è in me mi insulta per la mia timidezza. In fondo non mi importa tanto, come anni fa, disegno per me stesso, immerso nella musica, e mi basta aver attirato un pò di attenzione. Poi però il parco inizia a svuotarsi, è ora di pranzo.
Rimango solo, mangio uno dei due mini panini scroccati e decido di provare con la spiaggia, in spiaggia ci sarà sicuramente più gente. Da qui ci sono le indicazioni per Marina di Grosseto, mi dico, non sarà molto lontana, e parto. Un’ora di bicicletta su una cicliabile che passa a volte in mezzo ai campi a volte in strada, ho il dubbio più volte di aver sbagliato rotta. Poi finalmente arrivo a Marina, in braghe e zaino e con la maglietta allacciata in vita.
Lascio la bici vicino al lungomare, entro in spiaggia, ci faccio due passate e chiedo se ci sono spiagge libere tra i vari stabilimenti. Trovo un posto, stendo l’asciugamano e ritiro fuori matita e blocco. Nel frattempo mi è venuta un’altra idea, invece del cantastorie proporre un laboratorio teatrale per bimbi, qualche esercizio di base per farli divertire e magari i genitori mi daranno qualcosa. Inizio a disegnare, riproduco la spiaggia e la mia mano che tiene il blocco, viene molto bene. Ma nessuno mi caga. I bambini sono troppo distratti in una spiaggia, e i grandi non mi vedono. Nel frattempo, anche se preventivamente ho rimesso la maglietta, sento che mi sto scottando di brutto. Mollo la spiaggia e mi ricordo perchè le vacanze al mare non mi piacciono: la gente viene qui solo per spaparanzarsi e non guardarsi attorno.
Riaffronto la ciclabile, stavolta con la felpa tatticamente addosso per ridurre i danni della scottatura.
A Grosseto ritorno nel solito parco, ora è più popolato di prima. Nel posto di stamattina sotto l’albero ricevo due cagate di piccioni, mi pulisco con flemma da manuale, cambio posto. Oltre alla mia Matilde di cui sono orgoglioso, disegno un lupo che ulula alla luna, poi una fata che fa l’occhiolino e si morde il labbro. Espongo i quattro disegni (Matilde, Pov della spiaggia, lupo e fata) e con gli occhiali da sole rimango lì e mi guardo attorno. Finalmente qualcuno sembra accorgersi di me, si avvicina un ragazzino biondo e angelico, seguito da due compari. Come fanno bimbi, mi guarda di sfuggita, si appoggia al gioco lì vicino. I suoi compari però gli sussurrano qualcosa, sento shh, magari han detto che i disegni fan cagare, poi il trio si ritira. Il biondo però continua a fissarmi, si volta mentre cammina via. Penso che in fondo, devo fare un certo effetto lì, con una felpa aperta sul davanti, gli occhiali da sole, lo zaino da trekking e quei disegni strani.
Un altro bimbo si avvicina, sembra straniero. Guarda i disegni, mi gironzola attorno. Avrà otto anni. Poi si appolaia su un gioco lì vicino e ci rimane per un pò, osservando le mie mosse. Approfittando degli occhiali da sole, dopo un pò decido di giocare d’attacco e inizio a ritrarlo in quella posizione là sopra. Si accorge che lo guardo, si avvicina sempre più e si mette davanti a me. Lo raggiunge un amico, allora rompe gli indugi e inizia, “Guarda che bei disegni”. Lo ringrazio, mi fa “Sei un artista?”, e da lì inizia tutto.
In breve mi trovo circondato da bambini, inizio a regalare disegni, però ogni tanto la butto lì, se i vostri genitori vogliono darmi un’offerta.. Ma da veri arabi da bazar, questi sanno trattare, se non li regalo loro non li possono prendere “con i soldi”, i genitori non vogliono.. Che mi importa, mi dico, tanto li ho fatti per darli a qualcuno.. Mi chiedono un leone, un leopardo, una bimba con l’apparecchio mi chiede un labrador e io le faccio un bloodhound, i cani che aveva mio papà con il muso lungo e floscio, di nome Cleopatra e con il cucciolo vicino.. Hazar, il primo che mi ha dedicato attenzione, mi chiede un cacciatore che spara, mi dice il suo babbo è un cacciatore allora gli dico anche il mio. Vogliono tutti un disegno, per loro sono un artista, mi chiedono ci sei anche domani? No domani vado via per sempre, torno a casa. Torna, domenica, con l’autobus!.. Mi fanno sorridere, la matita va avanti e indietro ma sta finendo, e in fondo non mi daranno un soldo perchè perderci tanto tempo.. Matilde però è troppo bella, per lei devo avere qualcosa, la gioco come la mia carta migliore, la più preziosa. Finalmente si avvicina un padre, ormai quattro o cinque disegni sono andati, e gliela butto lì, se si potesse avere un’offerta..mi riempie di monetine di rame, lo ringrazio tantissimo, sta funzionando. Una mamma giovane col velo intorno al viso mette insieme un euro in monetine per Matilde, gliela lascio ma mi raccomando, fate le fotocopie per tutti eh, che la volevano tutti.. Alla fine mi rimane solo la mia mano che disegnava sulla spiaggia, la vorrebbe un bimbo ma non la può pagare. Mi alzo, faccio per andare, poi lo chiamo e gli lascio anche questo disegno. Mi faccio coraggio e mi avvicino alle panchine delle mamme, incerto su cosa dire, come buttarla lì.. Un bambino arriva e mi lascia una moneta, poi un altro, guardo le mamme e faccio un mezzo inchino, dico “Grazie” e mi volto.. Mi richiamano da dietro, “Aspetta!”, è Hazar, il primo, che ha ancora altre monete. Li saluto tutti, metto la manciata di monete e monetine nel borsello degli occhiali, prendo la bici e volo all’albergo.
Arrivato in camera faccio il conto, 5 euro e 21 in tutto. Tolto l’investimento di fogli e matita, ho guadagnato 2 euro e 71. Non male per un giorno da turista, e così mi porta il totale un pieno di metano domani, male che vada.
Sono felice. Devo togliere dalla lista immaginaria “cose da fare” l’aver fatto l’accattone vendendo disegni.
Sono scottato dal sole in faccia, nelle gambe e nelle braccia. Scendo a farmi cambiare alla reception 5 euro in monetine, chissà cosa penseranno mi dico.. Ma quelli di quest’albergo mi sembrano brava gente alla mano, di periferia, che conoscono tutti i loro clienti. Mi sono simpatici così, a prescindere. Sarà che mi sento il cliente più senza pretese e in prestito che potrebbe esserci.
Faccio una doccia e scendo a cenare. Un primo e mezzo di vino rosso fermo. Tutto buonissimo. Finisco il vino fumando un sigaro di fuori, quando ho finito dentro ci sono solo io, il titolare che sta andando via e il portiere di notte, un toscano che sembra sempre arrabbiato ma dall’aria simpatica. Prendo un’ultima grappa e salgo in camera.
Sono contento di non aver rinunciato, ieri.
A volte forse la vita ti mette alla prova. Ti fa guardare meglio dentro ciò che sei. Mi fa male il culo per aver macinato chilometri e chilometri in bicicletta, sono scottato, stanco, comunque più povero e disastrato di qualche giorno fa. Ma forse domani qualche bambino andrà in quel parco e mi cercherà, penserà che nemmeno sa il mio nome, c’è solo una firma strana su qualche disegno.
Bornisi.
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Accattonaggio: togliere dalla To do list |
Giorno 5
“Nostos”
(ricordo postumo)
Scrivo quest’ultimo giorno, il giorno del ritorno, due anni dopo.
In verità c’erano già alcune righe di diario scritte di getto quella sera, ma il ritorno a casa era stato talmente sgradevole, che non rendevano per niente onore all’esperienza.
Scrivo quindi per recuperare prima di tutto il ricordo, e il piacere di quel ricordo.
Un lunedì che si presenta quasi fin troppo normale e promettente, a banche e poste aperte e la vita che riprende, come ogni settimana, ad andare al ritmo degli uffici e dei pagamenti. Un lunedì particolarmente “normale” per me, che devo chiudere i conti aperti, finire di improvvisarmi artista di strada, e ritornare.
Dopo aver visitato, in pochi giorni, una caserma dei carabinieri e una banca di sabato, stamattina tocca quindi ad un ufficio postale, che raggiungo con la bicicletta dell’hotel: gente in coda, gente nervosa, solite scene da ufficio postale italiano. Davvero ieri mi era sembrato tutto così diverso?
Missione vaglia compiuta a Grosseto, hotel pagato, metano fatto, si riparte.
A Castiglione della Pescaia, lungo la strada, scendo per mangiare qualcosa, e cerco una banca. sono riuscito a farmi dare qualcosa dal mio conto chiamando la mia filiale, non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta.
Un’ultima passeggiata sul mare, riflessioni sul ritorno, una foto e un pensiero ereditato dagli studi classici, il famoso Nostos, il viaggio di ritorno da Troia di Ulisse. Certo, i miei non sono stati che pochi giorni tra una tenda, qualche disavventura, la perdita di oggetti, soldi e carte e qualche disegno; un viaggio che al netto mi costerà, compreso l’acquisto della nuova macchina fotografica, quanto una vacanza tutto compreso in mete più chic. Però oggi, con i miei 25 anni e il mio primo viaggio in solitaria a cui sono tutto sommato sopravvissuto, mi sento un po’ Ulisse anch’io.

Me la prendo più comoda possibile. D’altra parte, ho delle tappe a cui non posso rinunciare. Ritorno sopra Cecina, nel sentiero che mi ha tolto tutto. Ritrovo la casa lungo la stradina, busso. Leonora, le signora di venerdì, non può credere che sia di nuovo io, e soprattutto, che sono passato apposta per restituire a lei e a suo marito i 50 euro. Sorridiamo. Le ho promesso una punta di Parmigiano, se troverò mai il modo di spedirla, e chissà, magari in futuro di ripassare da queste parti. Mi lascio quella casa, quella stradina, quell’erba alta maledetta alle spalle, sorridente e fiero di me.
Tocco Lucca, come sempre per niente intenzionato a prendere strade a pedaggio, poi decido di attraversare la Garfagnana passando per l’Appennino. Qui mi coglie la tempesta, mentre ancora salgo, e lunghe code messe in difficoltà da pioggia e grandine. Ma con pazienza (e io oggi ho tutta la pazienza del mondo), ci si riesce.
Raggiunto il Passo di Pradarena, la pioggia smette. Comincio a discendere, e da un’occhiata a Internet scopro che proprio oggi gli Zen Circus, che ero andato virtualmente a visitare nella loro Livorno pochi giorni (una vita) fa, hanno messo fuori una nuova canzone.
“L’anima non conta.”
La faccio partire e ripartire, più e più volte, mentre continuo a guidare lungo i tornanti.
E poi eccomi in Emilia.
Scorgo la pietra di Bismantova, in lontananza, e mi dico che sto tornando davvero.
PS
Qualche mese dopo, i Carabinieri del mio Comune mi hanno chiamato per restituirmi la patente ed il bancomat, che qualcuno ha gentilmente pensato di spedire. Oggi fanno mostra di sé, tagliati, sulla porta della mia camera a casa dei miei.
Non ho mai spedito una punta di Parmigiano a Leonora, e credo proprio di avere perso l’indirizzo. Almeno, per ora.
Alcuni giorni dopo sceglievo la solitudine, e finiva la mia storia d’amore durata quasi quattro anni.
Ma questa è un’altra storia.


Non so come nè perchè sono finita qui, ma devo ammettere che è stata una mattinata molto più interessante del previsto (che sarebbe stato delle tristi lezioni universitarie al PC). E’ come aver vissuto, in qualche ora, delle avventure pazzesche, semplicemente leggendo parole scritte da qualcuno, direi da uno sconosciuto.
Quindi complimenti, è stato proprio un piacere leggerti. E grazie. Sia per avermi emozionata e fatta sorridere, sia per avermi fatto riscoprire questo cantuccio sul web, a cui mi ero avvicinata qualche anno fa, ma che poi ho distrattamente abbandonato.
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“Non so come sono finita qui” è un ottimo inizio per un’avventura! Grazie di cuore. A presto
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