ROAD TO GALWAY

Aprile 2017

Partire per raggiungere un tramonto,sull’Oceano. Per essere davanti per la prima volta all’Oceano nella sua grandezza, e pensare che dall’altra parte di quel blu c’è l’altra metà del mondo.

Primo viaggio all’estero in solitaria, secondo diario di viaggio quasi un anno dopo.

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Giorno 1

“What’s next?”

Inizia così. Un volo, un’auto a noleggio prenotata, una bussola da due soldi e una playlist dei Dropkick Murphy’s.

Viaggio al termine della notte sperando che la macchina non facesse scherzi, arrivo in aeroporto e check in andato tutto miracolosamente bene e in anticipo.

E qui la prima, quasi assurda sorpresa di questo viaggio. Incontrare tra quelli in attesa per lo stesso volo Giacomo, il figlio della mia pediatra (!), e sua sorella Maria. Faranno una settimana di cammino in Irlanda. Quindi, inaspettatamente, il primo giorno e andato tutt’altro che in solitudine.

Volo tranquillo e affascinante, Dublino è piccola, si gira velocemente, dall’aeroporto al centro abbiamo optato per un pullman turistico di quelli che fanno tratte per tutto il giorno. Non a buon mercato, ma comodo.

Anche per la prima sistemazione, grazie a quell’incontro inaspettato è andato tutto più liscio del previsto: Giacomo e Maria avevano prenotato nell’ostello, pare, più celebre di Dublino, Abbey Court Hostel in pieno centro, e mi è bastato chiedere se ci fosse un letto in più nella camerata. Il posto mi piace, è grande, ricco di stanze e con quell’aria da centro sociale occupato, probabilmente un vecchio condominio abbandonato che è stato riempito di colori, zone comuni e letti a castello, il tutto tra murales su ogni parete e chicche come la stanza delle amache (una stanza con qualche pilone e alcune amache, semplice e rilassante).

Una volta sistemati, abbiamo deciso di dare un’occhiata al centro seguendo una guida gratuita per gruppi, simpatica e interessante: è già stata una prima occhiata sul modo di fare e di porsi di questi irlandesi, orgogliosi del loro percorso verso l’autonomia e delle loro lotte, ma anche fortemente auto ironici.

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Prima giornata a Dublino, turista-mode on: Trinity College

L’unica altra cosa che ho prenotato prima di partire, oltre a aerei e macchina per domani, era la gita alla fabbrica della Guinness: è stata un occasione per una camminata da solo per la città, e un primo test della mia capacità di orientamento. Un certo imbarazzo, forse, nel fare la visita alla fabbrica da solo, ma forse è solo questione di abitudine (d’altra parte, è quello che ho scelto). Decisamente imbarazzante, invece, l’attestato per la prima birra spinata da solo, coronata almeno dalla degustazione finale sul tetto.

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My Goodness.

Cena in un pub del centro insieme ai miei primi compagni di viaggio: tavolo in legno, cibo non male e birra, esattamente l’idea di pub irlandese che uno si fa di solito, e poi a letto presto che domani loro devono camminare, e io devo affrontare la guida a sinistra.

La ragazza nel letto sopra al mio, Raquel, torna da quattro mesi trascorsi in Europa, a lavorare in ostelli. Si chiama Workaway, e lo scopro per la prima volta. Sta per ritornare a casa, e non ha molta voglia di parlare, pare.

Come prima esperienza in ostello in solitaria non c’è male, scopro che generalmente la gente si fa gli affari suoi e non s’aspetta altro che tu faccia lo stesso.

Con l’inglese me la cavo meglio del previsto, per ora.

Domani la grande sfida del noleggio auto: riuscirò a cavarmela davvero su queste strade con la guida dalla parte sbagliata? L’obiettivo è raggiungere Kilkenny, e magari lì trovare un posto dove trascorrere la notte.

Di sicuro, a meno di altri ritrovi imprevisti, dopo aver salutato Giacomo e Maria sarò davvero, come previsto, solo.

Giorno 2

“The rattlin’ bog”

Il fatto è che forse, viaggiare da solo, ti entra nella pelle. Il fatto di circondarsi soltanto di volti sconosciuti. E su questi fare storie e castelli, senza parlare. A dirla tutta sono un viaggiatore solitario, a dirla tutta sono un viaggiatore da troppo poco per permettermi certe pippe mentali, ma in fondo ho sempre vissuto con sogni al di là della mia realtà effettiva, quindi va bene così.

Kilkenny è stata raggiunta, con la Micra a noleggio. Qualche piccolo problema ma, se non accade di peggio, sarà perfetto. Qualche piccolo problema nel senso delle prime ore di panico con la guida a sinistra, per arrivare dall’aeroporto di Dublino a Malahide, e da lì a Howth.

La Micra è piccola e simpatica, una macchina molto carina. Still the better car I will ever have, a dirla tutta.

La giornata è iniziata sulle amache dell’Abbey court di Dublino, insieme a Giacomo e Maria. Notte di sonno ristoratore, dopo serata veloce a un pub. Oggi loro partivano per la loro camminata impegantiva, e io.. Beh io dovevo affrontare la prima vera incognita di questo viaggio, che in fondo è una scappata.

Colazione insieme, in ostello, e poi le nostre strade si sono separate nella via dell’ostello. Loro verso sud, e io verso l’aeroporto per ritirare la mia macchina. Prima di salutarli ho avuto un attimo da turista, o da sentimentale, e gli ho chiesto se potevo fare loro una foto. Sono in effetti i primi, e probabilmente gli unici e casuali, compagni di viaggio che avrò in questi giorni.

Il passo dopo è stato conoscere la Micra grigio metallizzato, e da lì partire dalla zona aeroporto di Dublino per.. E chissà per dove, oggi? I primi, numerosi minuti sono stati fondamentalmente prendere strade a caso per familiarizzare con questa cosa della guida a sinistra. Poi, comparsi i primi cartelli per Malahide, memore dei consigli di un amico ho deciso di puntare su questa prima tappa.

Qui la prima interessante grana del giorno, una grattata del marciapiede (la paura del lato sinistro porta evidentemente a essere troppo a sinistra) a cui ha seguito una spia della pressione pneumatici costantemente accesa: la politica sarà probabilmente ignorare la cosa, sudando freddo e sperando di arrivare alla fine senza altri problemi.

Malahide si è presentata con una serie affascinante di spiagge desolate, autunnali, e il passo successivo è stato Howth, villaggio di pescatori a sua volta consigliato: un’occhiata da lontano (viaggio da risparmiatore, sempre) all’Eye of Ireland, un fantastico pranzo sul molo a base di Fish and chips, e poi finalmente la scelta di affacciarsi a un navigatore: però offline, come consigliato ieri sera da Maria.

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Howth, villaggio di pescatori. Odore di mare e nuvole dappertutto

Uno specchietto toccato e subito tatticamente dimenticato, strade prese a caso, la paranoia di prendere la strada con la Toll prima di sapere che è solo 3 euro, e insomma buona parte del viaggio è stata passata su prendere direzioni a caso sperando che prima o poi comparisse la direzione per Kilkenny: il che, poi, è effettivamente successo, mentre effettivamente avevo preso ormai confidenza con la guida, quindi da lì in poi è stato un divertimento.

Le strade in Irlanda per ora appaiono perfette, superstrade poco trafficate gratis e chiare. Una pausa vescica in mezzo alle colline tra Dublino e Kilkenny mi ha rivelato pecore e mucche immerse in un verde che per un contorno-autostrada è già il top. Peccato, finora, non averlo visto davvero del tutto per via delle nuvole costanti,quel verde. Speriamo nei prossimi giorni.

Kilkenny è infine apparsa in modo tutto sommato indolore e anzi divertente, l’ostello, cercato direttamente sul posto, era libero, quindi una volta trovato dove lasciare la macchina ero a cavallo.

Bella camminata verso il tramonto, tra il castello di Kilkenny e i sentieri che costeggiano il suo fiume. Nel parco vicino al castello ho iniziato a tracciare qualche schizzo a penna, per accompagnare nomi e ricordi.

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Kilkenny, castello e dintorni

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Ho deciso per una cena in solitaria, letteralmente appoggiato al bancone, in un pub in centro alla città, veramente bello, con muri in pietra, insegne e legno e quelle cose che mi piacciono. Kyteler’s Inn. Un duo di irlandesi con banjo, chitarra, flauto e voce, con tanto di cd esposti. Mentre sono lì che mangio, bevo Smithwick’s e mi guardo intorno in questo posto ancora molto turistico. Una coppia dall’aria dei neo sposi si accosta al duo insieme ai propri amici. Lui, il ragazzo, chiede in prestito la chitarra e inizia a improvvisare qualcosa.

Sulle note sempre più frenetiche di una ballata irlandese, a poco a poco tutto il locale si fa trascinare e si crea un clima di festa che mi fa sentire a mio agio.

https://www.youtube.com/watch?v=WxgmAwoqr4E

Infine, il ragazzo intona una canzone d’amore per la sua lei, e a gran richiesta viene suonata dai due irlandesi, e che assumono subito l’aria di quelli a cui viene richiesta sai turisti almeno tre volte al giorno, “Galway Girl”.

Quella del film con Gerard Butler, Ps I Love you. Un’amica mi ha convinto a vederlo poco tempo fa, chissà, magari per riaccendere qualcosa in questo mio animo sempre più solitario e cinico verso le coppie e la stabilità. A dirla tutta il film non era male, anzi forse ho deciso per l’Irlanda proprio dopo averlo visto apprezzando più le location che la storia. E a dirla davvero tutta, credo che c’entri un po’ anche nell’aver scelto Galway come meta da raggiungere con questa breve traversata.

Alla fine, decido di comprare uno dei cd dei due, che scopro chiamarsi “The Raglan rogues”: scelgo Emigrant eyes. Probabilmente sarà l’unico acquisto da turista di questi giorni.

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The Raglan Rogues. Gente che beve, gente che canta e uno al bancone che disegna.

Dopo il pub, passeggiata in notturna lungo il fiume, accompagnato da un sigaro. Delle ragazzine mi fanno una battuta, non si aspettano che mi giri e la cosa le fa ridere ancora di più. Gli sorrido.

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Kilkenny by night

Rientro in ostello, doccia e un rapido check online per capire che cosa aspettarsi da domani. L’idea finale (ma per oggi) è di puntare dapprima a un famoso dolmen antico qui (relativamente) vicino, e poi affrontare il lungo tragitto fino alla penisola di Dingle, che sarà poi immediatamente sotto alle cliffs of Moher e a Galway, che si spera di vedere venerdì.

Resta da vedere cosa effettivamente, tra imprevisti, problemi e ispirazioni del momento, accadrà domani.

Per ora abbiamo incassato due giorni, e la sensazione è splendida.

Forse bisogna essere un certo tipo di persone per prendere e andare, senza paura. Per ora, paura non c’è.

Giorno 3

“Sul confine del mondo”

A lucky guy. Come sentirsi se non così, dopo aver trovato una vera giornata di sole in Irlanda, nella rotta verso l’Oceano? Da Kilkenny all’Oceano è stata una giornata di viaggio, ma che viaggio.

Mi sveglio a Kilkenny dopo sogni che si possono definire solo strani: sono già passate le 8, le Kilkennys e le Smithwick’s di ieri si sono fatte sentire. Mi alzo, con i due compagni di camerata, due ragazzi con cui alla fine non ho scambiato una parola, che dormono come ieri pomeriggio quando sono arrivato. Scendo per preparami un caffè, che ahimè riesco a farmi soltanto solubile. Stanotte nella camera delle colazioni erano con me un ragazzo di nazionalità incerta e carnagione scura e un tipo un pò strano, credo tedesco, che passava il suo tempo al computer e sembrava non uscire mai dagli ostelli; stamattina due ragazze, una delle quali di origine asiatiche. Posti interessanti, gli ostelli.

Un altra occhiata a mappe e idee nella sala comune, poi saluto il ragazzo dell’ostello e l’ostello. Un salto al market per procurarmi il pranzo, e poi all’auto.

Il sole. Finalmente, il sole.

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La prima tappa di oggi è stata il dolmen, portal tomb di Kilmogue. Un’oretta di viaggio per raggiungerlo, con ultimi chilometri immersi nel verde e per carraie. Si trova proprio a fianco delle case e dei pascoli, cinque o sei pietre che sono nella loro posizione di portale per l’altro (altri?) mondo da qualcosa come sei millenni.

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Affascinato, riparto con l’idea di raggiungere la Dingle Penisula, e mi affido al navigatore offline che alla fine si è rivelato essere molto affidabile.

Sulla strada mi faccio accompagnare dalla musica del duo ascoltato ieri sera, ed è stato decisamente un acquisto azzeccato. Quattordici brani tra strumentali e cantati, che parlano di Irlanda, legami, emigrazione, città sporche e guerra.

In mezzo alla brughiera, devo fare una piccola sosta per far passare una mandria di vitelli, segnalatami molto gentilmente da un local.

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La strada verso l’oceano è lunga ma bellissima. Al sole, l’Irlanda si rivela nel suo splendore (è questo che fa questa terra, splende). Infatti mi capita anche di fermarmi per concedermi una foto on the road, mentre l’ovest si avvicina piano.

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A un certo punto, mentra ancora sono diretto verso nord ovest, decido di fermarmi per fare del fuel e vedere quanto devo mettere in preventivo. Con nemmeno 30 euro sono di nuovo pieno dopo oltre 300 chilometri, not bad. La cassiera della stazione di riforimento è gentile, scambiamo due chiacchiere su Irlanda, mio viaggio e Parma, poi riparto più contento: gli irlandesi paiono proprio gentili come si dice.

La Dingle Penisula si avvicina e pian piano si rivela, ed è una vista mozzafiato quando d’un tratto compare per chi sta viaggiando.

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Trovo il mio ostello immerso in colline verdi che risplendono al sole. Il proprietario, Brian, non aspettava evidentemente ospiti improvvisati, ma mi accoglie e mi prepara subito un letto: sono da solo in dormitorio, praticamente in hotel. Ci scambio due chiacchiere e mi faccio consigliare dove si vede al meglio il tramonto sull’oceano: mi suggerisce Dunquin, me lo segno e parto.

Pochi chilometri dopo, davanti a un paesaggio di vallate affacciate sul mare, la macchina inizia a non voler più mettersi in modo. Panico, poi vedo che giocando un pò con l’acceleratore sembra andare. Coraggio, sweetheart, hai ancora due giorni da resistere.

Supero Dingle, e poi tra stradine in cui passa solo un’auto per volta, finalmente mi si rivela l’Oceano. Raggiungo Dunquin e qui entro nell’unico bar: un concentrato degli stereotipi della provincia irlandese, una barista anziana e due signori con cappello e barba che stanno parlando solo gaelico quando entro. Ordino una Guinnes al banco e poi una in lattina, poi esco e mi chiedo come raggiungere l’Oceano prima del tramonto.

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Provo passando per pascoli, ma rimedio orticate e fango. Solo dopo noto la stradina, e la raggiungo guadando un fosso e passando ovviamente per un altro campo.

Sugli scogli dell’Oceano mi concedo qualche foto, poi individuo il punto migliore per guardare il tramonto da sopra la scogliera: decido di raggiungerlo scalando, con tutti i miei beni addosso.

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Una volta sopra, attendo il tramonto, fumando e bevendo la mia lattina. Finchè arriva, ed è uno spettacolo, unico.

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Se c’è una cosa che la mia scarsa esperienza da viaggiatore mi ha insegnato, è che non sai mai quando fortuna e bellezza decideranno di voltarti le spalle. Ecco perché è importante saperle riconoscere, come quando si trova una giornata così in un paese dove piove 3 giorni su 4. E in questo momento, qui alla fine del vecchio mondo, si sta veramente, dannatamente bene.

Cerco di immortalare il momento sul taccuino, diventato ormai inseparabile, mentre cala il buio.

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Per la cena decido di tentare un pub nel paese dell’ostello, Anascaul che è in mezzo al nulla, che all’ostello pubblicizzava oggi la serata in cui chiunque poteva suonare o cantare.

Nonostante l’ora, mi preparano un hamburger: al banco faccio conoscenza con una ragazza di 27 anni, che un anno fa è fuggita in Irlanda dalla Colombia. Vorrei conoscere la sua storia ma parlando mi viene il sospetto che non sia una di quelle storie che si vogliono raccontare. Chissà, forse solo impressioni mie. Mi colpisce questa ragazza viaggiatrice e fuggitiva, che si trova sola al banco di un pub in mezzo al nulla irlandese come se semplicemente non le importasse. Il barista le chiede perché è così triste, e mentre stiamo parlando le ammicca; mi consiglia un posto di spiagge carine vicino alle Cliffs of Moher e me lo segno. Poi decido di andare fuori a fumare e non le parlerò più, senza nemmeno averle chiesto il nome.

Quando rientro, trovo la conferma di una impressione iniziale: la ragazza coi capelli rossi e la felpa verde, molto irish dall’aspetto, è italiana. E’ sola, e schiva elegantemene gli irlandesi più marpioni.

Nel frattempo, uomini e donne giovani e meno giovani si alternano a chitarre e canto, che cosa fantastica. Tutti qui sembrano essere intonati e poetici, a loro modo.

Seconda, poi terza birra, e decido che non me ne frega nulla, e vale la pena lasciare da parte la timidezza per fare due chiacchiere in italiano: tanto più che la sento dire che è di Bologna. Il caso, due emiliani nello stesso pub nello stesso momento in un posto come questo. La raggiungo al tavolo e le parlo direttamente italiano. E’ stupita quanto me di trovare un connazionale qui, e simpatica. E’ qui per tre mesi, per un progetto che permette di lavorare in bed and breakfast in giro per l’Europa in cambio di vitto e alloggio. Mi racconta dei suoi spostamenti qui, di come sia facile entrare in un pub e non trovarsi soli dopo mezzora, della gente. Mi diverto a parlarle delle mie impressioni in questi giorni, di queste zone e delle nostre. Si chiama Virginia, e, dice, tutti qui imparano il suo nome sulle note di Country roads di Jhon Denver. Così, con queste note in testa, la saluto e ritorno all’ostello.

Nessuna voglia di una doccia, che si rimanda a domani, sperando di svegliarsi prima rispetto a oggi.

Domani, sperando in un tempo meraviglioso come oggi, si procede sulla costa, con obiettivo del giorno: Galway.

Giorno 4

“Galway girl”

Ricordo semi-postumo.

Peccato avere sbocciato la macchina in un dannato parcheggio coperto a Limerick, come un neopatentato qualsiasi. Ora che manca davvero un giorno alla partenza verso casa, spero davvero che questo, per quanto forse (incrociamo le dita) dispendioso, sarà l’unico imprevisto serio del viaggio.
Anche stasera si è fatto tardi, le tre birre canoniche sono diventate quattro, dopo aver fatto serata a Galway,
Galway. L’obiettivo di questo viaggio. Una meta scelta per una canzone.
E alla fine la Galway girl del caso c’era anche, anche se l’impressione è tipo “Hey, what the fu###..”
Partenza dalla penisola Dingle, dopo una colazione solitaria con caffè, quello vero, nell’ostello di Anascaul. Il proprietario, Brian, non si vede più, per cui dopo doccia e colazione gli lascio un biglietto di ringraziamento per i consigli, per l’ospitalità semplice e silenziosa e per il tramonto.
Tappa alla vicina Inches beach, che trovo immersa nella nebbia. Impronte di un cavallo lasciate sulla spiaggia fanno fantasticare su cavalieri arrivati direttamente dall’Oceano, o partiti da qui sulle acque verso destini lontani…
Road to Galway.

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Con tappa a Limerick, in cerca di cibo e nel caso di musica per il viaggio, che però mi procura solo un ammacco nel parcheggio sulla macchina e un tramezzino all’uovo preso per sbaglio al posto di uno al tonno.
Beh, mi dico, non tutti i giorni si può essere lucky.
Guardo l’ammaccatura nel parcheggio, e la verità è che mi viene soltanto da ridere. Forse ormai ho imparato a prendere le cose con filosofia, soprattutto gli imprevisti, e l’essere con una macchina a noleggio che si spegne quando vuole e ammaccata, nel mezzo dell’Irlanda, fa parte dell’improvvisazione che ho scelto.
Forse ormai il senso di libertà che mi ha preso è diventato maggioritario su tutto.
Vivrei così, con un tramezzino all’uovo preso per sbaglio nello zaino e questa leggerezza nel cuore, tutti i giorni.
Cliffs if Moher. Turistiche, tanto. Una bella e lunga passeggiata, tante le foto fatte. Il pranzo del discount consumato appoggiato allo zaino davanti alle scogliere.

L’Oceano è davvero una massa sconfinata di blu. Lascia sognare e perdersi.

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Dopodichè di nuovo in strada, tra il mare e le colline brulle del Barren per raggiungere Galway.
Città incasinata, o almeno sicuramente la sembra dopo il quasi nulla della penisola di Dingle.

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Galway.

Trovo l’ostello che mi ero segnato per strada, dopo aver fallito per l’ennesima volta nel cercare gratuitamente un ospite temporaneo su Couchsurfing. Tantissimi giovani stranieri qui, ottengo un costoso posto in camera da quattro, ma con bagno e colazione compresa.
Scopro che qui c’è in questi giorni un festival teatrale: fantastico. Cogliamo l’occasione, stasera danno Dancing Dogs al teatro della Nun Island, decido di risparmiare sulla cena per andarlo a vedere.
Lo spettacolo mi piace, sono solo due ragazzi, lui e lei, in scena: da quello che ho capito parla di crimini immaginari, paesi e di costruzioni mentali di una mente debole.
Dopo teatro, seguo l’idea che mi frulla in testa da oggi: buttarla per pub e guadagnarsi un hangover.
Galway è piena di gente, di turisti, soprattutto giovani. In una piazza un tipo offre cento euro a chi riuesce a stare appeso a una sbarra per cento secondi. Dopo una guinness, decido di tentare: 75 secondi, non male ma peccato,
Nancy mi si affianca una prima volta a attaccare bottone al banco del Quay’s Pub (che scopro solo ora era si tratta di quello consigliatomi ieri sera da Virginia): due battute, poi fuggo. Sto iniziando ad accorgermi meglio di quando una ragazza manifesta interesse per me, questo si. Il fatto è, che ora come ora non mi interessa poi così tanto.
Dopo la seconda birra decido di riprovare la sbarra: 76 secondi, peccato. Inizio a sentirmi decisamente il pollo della situazione.
Nel frattempo proprio lì in piazza mi imbatto in un gruppo di ragazze di Reggio Emilia, e mi dico che il mondo è davvero incredibilmente piccolo.

Sulla strada per il pub mi fermo a ascoltare un ragazzo giapponese che canta Country Road, Bob Marley, Stand By Me. Ci parlo, curioso se fosse quello con cui oggi avevo tentato di trovare un couch per dormire qui: non è lui, ma fa lo stesso, ci si saluta dopo complimenti e ringraziamenti.

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No, woman, no cry…

Al pub Nancy torna alla carica, e stavolta mi dico perchè no, attacchiamo bottone e via.
Viene dal Canada, appare Asian perché i suoi sono cinesi. Canta, viaggia; un’altra viaggiatrice solitaria con una storia interessante. Tanti discorsi, battute in inglese stentatissimo: si scherza sugli stereotipi americani, sugli italiani, sul mio fare teatro come regista e avere scelto di mettere in scena con grande originalità “A Midsummer night dream” quest’estate; mi porta a vedere la brutta statua di Oscar Wilde, che saluto ben volentieri in omaggio al mio “L’importanza di chiamarsi Ernest” dell’anno scorso.
Poi si cerca da sedersi in un locale con divanetti, di sopra si balla.

Una parte di me continua a dirmi nel frattempo “What the fuck are you doing”, mentre rimaniamo sempre più soli con l’unica compagnia di una coppia lanciata in acrobazie di lingua. Si sale a ballare di sopra: fortunatamente scopro che lei è imbarazzante in pista quanto me, e non passa molto tempo prima che si finisca con lo scambiarsi qualche bacio. In amicizia, la saluto infine davanti al suo ostello.

Addio, Nancy, Galway girl che non cercavo e che non rivedrò mai più.
Ed ora qui, a dare la buonanotte anche a questa giornata da wanderer.
Domani, la strada chiama, di nuovo verso Dublino.
Country road, take me home.

Giorno 5

“Only to love, only to know”

Ultima giornata sulle strade irlandesi. Uscito dall’ostello, riesco nella missione che avevo in testa da ieri, trovare musica per il viaggio: due cd di best of di musica rock da viaggio dei decenni scorsi, trovati per pochi euro nel supermercato all’uscita dalla città. Si inizia con La Grange dei ZZ Top, ed è subito il mood giusto per una giornata sulle strade.

Strade a caso lungo la via per Dublino, un leggero hangover come un arrivederci dalla messy Galway.

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Lough Ree

La strada per Dublino non è così lunga, per cui decido di improvvisare tappe dove mi pare lungo la via: la prima è sul lago Lough ree, sentieri nel verde, pranzo del Lidl come vuole la tradizione di questi giorni, e una pausa. La seconda è il castello di Trim, ma lungo la via comincio a accusare i chilometri e il poco sonno: decido allora per una sosta in una stazione di servizio, compro una bibita e dormo un’oretta in macchina.

Arrivo al castello e decido di seguire la guida: un signore ormai anziano, che subito a dirla tutta sembra non avere tanta voglia di fare questo mestiere. Insieme a me una comitiva composta da spagnoli e inglesi, famiglie e giovani attenti e interessati alla storia del castello. E’ quello dove hanno girato alcune scene di Braveheart, a quanto ho capito. Ma la sua storia va molto oltre e si inserisce nel pieno medioevo in cui questa era terra di ribelli e capi guerrieri ambiziosi. Mi ci vuole un po’, forse complice la mia cera che ancora porta gli strascichi di ieri sera, per capire quanto mi fossi sbagliato sulla guida: quel che mi era sembrato un certo cinismo e freddezza è in realtà un patriottismo calmo quanto orgoglioso.

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Trim Castle

DI nuovo Dublino, alla fine. Arriva poi il momento di restituire l’auto, con la grande domanda: quanto dovrò rimborsare per il danno? Parcheggio la macchina con la sua vistosa ammaccatura e inizio a farfugliare in inglese del danno e del parcheggio, ma fortunatamente scopro di essere totalmente coperto dall’assicurazione che inizialmente quasi non volevo fare, compilo la constatazione, e saluto con tantissimi complimenti per il servizio.

Decido di tornare in città per cenare e restare ancora un pò in giro e vedere che succede: oggi mi aveva scritto una ragazza spagnola su Couchsurfing, qui insieme ad un amica, mi consiglia un pub dove andranno loro e decido di cogliere questo unico suggerimento. Grave errore: posto a pagamento, casino e gente del tipo che potresti incontrare in qualsiasi disco, devo lasciare lo zaino in guardaroba, banconi affollati. Assolutamente non il posto dove vorrei essere, con i miei abiti ormai rovinati e più adatti alla strada che ai posti da movida. Mi siedo, impedito e imbarazzato, e una pantera di mezz’età polacca inizia ad avvicinarsi ammiccandomi e ad attaccarmi bottone. Declino gentilmente e con imbarazzo gli inviti a ballare e incasso i complimenti per i miei occhi, poi appena finita la birra e scorto uno spiraglio di fuga dalla calca decido di fuggire a gambe levate, tanto le spagnole non si sono più fatte sentire e qui dentro non gli mancherà certo la compagnia.

Vago per la città, mi fermo a ascoltare i musicisti in strada o nei locali, finchè arrivo finalmente in un posto che mi ispira per la seconda birra, un pub tipico con musica davvero irlandese che proviene da dentro. La gente mi sorride quando passo, scopro che è costoso e che sono nella zona Temple bar, ma ormai non mi importa. Trovo un posto da solo vicino a un bancone lungo. Dopo qualche minuto inizio a capire che nella comitiva davanti, composta da tre ragazze non giovanissime una delle quali si scatena a ballare, c’è una certa attenzione verso di me. Buffo, come ormai abbia iniziato a saper recepire queste cose. In particolare una ragazza bionda, che avevo di fianco al bancone quando sono arrivato, mi osserva senza nascondere il suo interesse, ma anche una certa tristezza a velarle lo sguardo.

Sto finendo la birra e decidendo di andarmene, quando proprio la ragazza più scatenata arriva a confermare la mia impressione, e a invitarmi tra loro. Beh, mi dico. Why not?

Decido per la terza birra anche stasera, poi faccio conoscenza con la ragazza bionda: si chiama Anna. Vengono dalla Finlandia, sono qui per festeggiare il suo compleanno. E’ l’ultimo degli incontri interessanti e importanti di questo viaggio. Nonostante il mio inglese, riusciamo a conversare e a raccontarci le nostre storie: Mi dona, come le dirò ringraziandola, la sua storia. Lavora per Ryanair e per questo viaggia tanto e conosce tante persone; ha due bambine. Non sembra felice: anzi sembra accusare sempre una certa nostalgia, e glielo dico tranquillamente. Il discorso finisce sui massimi sistemi, sulle scelte della vita, sulla felicità.

Le voglio fare un regalo: le traduco in inglese, bene o male, Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”,e le dono il foglietto. Mi chiede una foto insieme, allora le scrivo pure il mio numero per farmela poi mandare. Quella foto non mi arriverà mai, chissà se in Finlandia o su ogni volta un aereo diverso c’è ancora un cellulare con quella strada coppia.

Poi la saluto, come un cowboy che deve ritornare alla strada. Peccato, interrompere così questo incontro così particolare, ma non posso fare a meno di essere affascinato anche da questo addio. Le faccio i migliori auguri, e guardandola in quegli occhi tristi so di essere sincero.

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Last night in Dublin

Capisco solo alla fermata che fino alle 4 non ci saranno bus, quindi fermo un taxi, mi presento come a “very very lucky italian guy” al tassista, e raggiungo l’aeroporto.

Finisce così, aspettando al Mc Donald dell’aeroporto tra la gente collassata, e sperando almeno in un’ora di sonno anche per me.

Finisce come era iniziata, 1000 chilometri dopo. Pieni di storie che varrebbe la pena raccontare, di volti, di strade, di musica.

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Dublino – Galway. Chilometri, volti, idee.

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