Paura e delirio a Palas Pignà

23 agosto 2019.

Un cielo che passa pigramente da una tonalità di grigio all’altra benedice a modo suo un paese di mattoni secolari, villette e intonaci crollati.
Se non fosse la Padania più verde, sarebbe il Far West più spoglio, abbandonato ormai da cercatori d’oro, saltimbanchi e puttane.

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Ma questa è la Padania più verde del terzo millennio, e l’abbandono totale del dopo Ferragosto ha investito ormai da giorni questo esempio di provincia tra le più produttive e separatiste dello Stato.
Ogni cosa parla di lavoro e produttività. In mancanza della gente, tutta quanta a fare vacanze d’obbligo oltreconfine in posti ben più soleggiati del mondo, a raccontare la vecchia legge di chi fa i danè, la pila, gli sghei, i palanchi sono lunghi cancelli dietro cui si affacciano case che non ti potresti permettere in più di una vita trascorsa a rincorrere un salario decente.
Ogni tanto un latrato di cane. Lo sfrecciare di un macchinone sulle strade della bassa cremonese.

Più raramente, è lo sguardo di qualche autoctono, inspiegabilmente ancora ad aggirarsi in mutande dietro tende e vetri rinforzati, ad indagare i movimenti dei tre forestieri a Palazzo Pignano (provincia di Cremona, una manciata di chilometri da Milano) il 23 di agosto.

E’ la gita fuori porta all’insegna dell’amarcord più insensata della storia quella che ha portato tre uomini alla soglia dei trent’anni nel posto più improbabile in cui passare una calda ed umida giornata d’agosto.
L’obiettivo della giornata dei nostri tre prodi è niente meno che il Vulcano. Una leggenda. La pizza, o meglio il calzone, o meglio l’opera d’arte culinaria più importante, a sentire la nostra guida, del Leon Rampante, locale dalla lunga e prestigiosa storia, omaggiata più volte dal titolo di Campione del Mondo di pizza.
La nostra guida ha vissuto in questo angolo, se una pianura può avere angoli, di Padania per l’intera infanzia e l’inizio dell’adolescenza, prima che il suo destino salisse a incrociarci con quello di noi altri due nell’alta collina emiliana, a due ore di macchina da qui.

E’ passato quasi un anno dal suo matrimonio, e tra meno di un mese sarà padre.

Navigando tra resti di costine di Ferragosto, salame al cioccolato, birre su birre e Braulio, poco più di una settimana fa abbiamo aderito tutti e tre con entusiasmo all’idea di uscire prima da lavoro il primo venerdì disponibile e andare tutti e tre a fare il tour dei ricordi a Palazzo Pignano.Il paese natale dello straniero giunto anni fa col suo accento milanese nel nostro covo di montagna, lo straniero che inspiegabilmente, nonostante venisse decisamente da Nord rispetto a noi, avevamo preso a chiamare “terrone”. Misteri della provincia.

La prima cosa che salta all’occhio davanti al Leon Rampante, con le sue lunghe tende da sole bianche e blu, è che con tutta certezza la facciata in pieno stile anni Ottanta è tale da allora. La seconda cosa è che è con tutta certezza il posto è inequivocabilmente chiuso per ferie.
Va beh. Ci facciamo comunque un selfie demenziale davanti all’ingresso, e partiamo spediti e affamati verso la frazione di fianco, con destinazione ristorante messicano.

Menu del giorno al ristorante messicano: risotto alla milanese, pasta al pesto, tomino con speck e costine. E d’altra parte che cosa pretendi il 23 di agosto a pranzo nella bassa padana. A non quadrarci sarà tuttavia la presenza sul tavolo dell’unico altro avventore di un piatto dall’aria decisamente più tex mex, a noi nemmeno nominato. Altri misteri della provincia su cui non indaghiamo troppo, complice la comunque buona qualità del cibo e del vino scelto, almeno quello, spagnolo.

Arrivati all’ammazzacaffè stiamo parlando di matrimonio, di fare figli, di religiosità e scelte che ti portano, a venti, venticinque, trent’anni, a stringere relazioni oppure lasciarle andare, accettare legami e impegni, costruire un futuro o un sogno. Sempre e comunque, ed è questo che conta, sulla strada che tu hai scelto, lontana da imposizioni di qualsiasi tipo.
All’uscita del ristorante stiamo parlando molto più prosasticamente di capelli bianchi o cadenti, e delle fasce che si utilizzano per portare i bimbi. Scopro oggi che si tratta di fasce lunghe ben sei metri, e che ad ogni mese devi imparare un modo diverso per portarla.

Rifocillati, inizia il vero e proprio tour di Palazzo Pignano e le sue emergenze storico-culturali: la prima tappa è la chiesa romanica, costruita e rattoppata più volte sulla base di quanto resta dell’antica chiesa a pianta circolare di cui rimangono resti di affreschi, colonne e fonti battesimali.

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Davanti all’altare ci facciamo prendere dal ricordo comune della nostra breve carriera di chierichetti di provincia, tra questa chiesa e il nostro paese di montagna parmense, quando si faceva tutti un po’ a gara per avere lo scranno più importante tra quelli di fianco al parroco. Qualche minuto di rinnovata sacralità infantile prima di uscire e tornare a tutte le nostre dissacranti abitudini.

La seconda tappa storica sono gli scavi della vicina villa d’epoca romana, la più antica, a detta del nostro sherpa padano, della Lombardia.

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I quali scavi sono giustamente chiusi. Scorgiamo un pavimento in mosaico, e tanto basta.

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Percorriamo la via principale del paese. Da un lato dallo storico palazzo del Conte, dove vent’anni fa (forse ancora adesso, ma non ci è dato sapere), ad ogni Pasqua, tra le scenografiche palme che costeggiano i muri interni si svolgeva la rievocazione del giudizio di Ponzio Pilato. Con tanto di abitanti da qui e dai paesi vicini a gridare “Barabba! Barabba!”. Cose che il nostro presepe vivente di montagna, figura come una recita da scuola elementare.

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In fondo alla via, dall’altro lato e dopo una serie di edifici fatiscenti e una tabaccheria a sua volta ferma ad almeno due decenni fa, ecco uno dei più classici esempi di Bar Sport. Proprio quello, il VERO Bar Sport di provincia, inserito nel contesto con quasi ovvia naturalezza, senza pretesa di farsi scorgere. La stessa insegna di sempre: se non la prima, probabilmente una delle prime, sicuramente da prima che Stefano Benni omaggiasse queste insegne e tutta la provincia italiana con il suo libro di racconti omonimo.

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Quasi ci mettiamo a ridere quando, non appena entrati, scopriamo che la mia previsione di poco prima era veritiera e che anche questo bar è oggi gestito da cinesi, come d’altra parte, al giorno d’oggi, sempre più spesso anche da noi. A trattenere la nostra ilarità sono sicuramente gli sguardi sospettosi che ci riservano i pochi presenti non appena varchiamo la porta, neanche avessimo spinto la porta di un saloon. Due fatti che insieme ci confermano, ancora una volta, che in fondo la provincia è dappertutto uguale a sé stessa.

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Forse l’amicizia inizia quando si hanno dei “vecchi tempi” da ricordare insieme. Nel nostro caso i “vecchi tempi” sono iniziati a soltanto due ore di macchina da qui ma ormai quasi venti anni fa, e sono vecchi tempi di partite a carte, birre bevute in corriere deserte di notte, risse sfiorate e un sacco di scelte migliorabili. Non so tuttavia se siamo vecchi noi, vecchi i tempi o vecchio tutto questo posto che sembra essere rimasto fermo nel tempo, tuttavia ci vuole un attimo solo per ritrovarci di nuovo come a quei tempi, con tre bicchieri di prosecco davanti e un mazzo di carte. Carte da lanciare sul tavolo con impeto e biasciando bestemmie come vuole la tradizione a cui, quasi religiosamente, ci atteniamo.

Alzando lo sguardo verso il poster di Bruce Lee che ci sovrasta, una piccola foto appoggiata al muro attira la mia attenzione. La riconosco, è la famosa immagine scattata nell’aprile di quest’anno al buco nero al centro della galassia M87, il primo buco nero nella storia ad essere stato catturato in fotografia. La conferma, tra le altre cose, della teoria della Relatività.

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Così, davanti a questo buco nero finito chissà come in questo Bar Sport di provincia, questo Bar al termine dell’universo per semicitare Douglas Adams, ci ha portato la nostra Relatività. La relatività per cui nasci in un posto, cresci da qualche parte, finisci con l’incontrare persone, tessere relazioni, tornare anni dopo e chiederti se sia cambiato più tu, i posti o se invece nulla cambi mai davvero.

Oggi questa relatività ci ha fatto finire davanti a un ristorante chiuso.
Ma credo sia solo per tornarci un’altra volta.
Sicuramente, in quattro. E con una fascia per bambini lunga sei metri.

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Sulle note di “Lombardia” dei Mercanti di liquore, la strada ci chiama di nuovo indietro. Alla nostra provincia, cioè in fondo da nessun’altra parte.

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