La via degli Dei alla rovescio. Perchè sì.
Death closes all: but something ere the end,
Some work of noble note, may yet be done,
Not unbecoming men that strove with Gods.
(Alfred Tennyson, Ulysses)
Piscina di Scurano. Esterno sera. Golden hour di fine estate con spritz.
– Devo inventarmi un modo originale per fare la Via degli Dei, se la faccio. Ormai chiunque fa la Via degli Dei, capisci. Poi il diario di viaggio mi diventa obsoleto. Tipo, che so…
– Tipo farla al contrario!
– …Tipo farla in infradito!
– … Potresti prendere su un oggetto, no?, e poi scambiarlo con un oggetto da parte di qualcuno che hai incontrato lungo la via. E col tempo poi scambiare quest’altro oggetto con qualcun altro, e farla diventare una catena. Potresti farci poi un’hashtag, farlo diventare un movimento condiviso!
– … Ma è geniale! Senti, senti, ho già un titolo: “La Via degli scambis…” Ah, no, aspè.
– …
– …
– …Sai che torni con un cane, vero?
– Probabile.
– O con una moglie. Non tua.
– … Mi sa che ci devo pensare.
Giorno 1 – Ichi, Ni, San, Shi…
Numeri, numeri, numeri. Numero dei chilometri al giorno, numero di treno, numero di bus, orari dei treni e orari dei bus, numeri di telefono dei bed and breakfast che “Siamo pieni fino a metà ottobre, mi dispiace”, e ancora chilometri e orari, e quando tramonta il sole che ormai siamo a fine estate e intanto è già tardi, è tardi organizzarsi una settimana prima, è tardi per prendere un giorno in più per partire più rilassato, è tardi e quel cavolo di treno da Parma a Bologna sta già facendo dieci minuti di ritardo e ci manca solo di perdere la coincidenza per Firenze.
Il paninaro del truck in piazza a Fiesole mi sta spiegando come salire, poi scendere, poi salire di nuovo per prendere la Via degli Dei verso Bologna da qui, e io non ho il cuore di dirgli che alla seconda svolta ho smesso di seguirlo. Dietro il mio sguardo vacuo si rincorrono ancora numeri in costante ritardo. Sono quasi le tre del pomeriggio di lunedì, e io voglio arrivare a Bologna a piedi entro venerdì. Ho due ore di sonno e quattro di lavoro alle spalle, e ho passato gli ultimi giorni meditando sul fatto che voler fare una tappa e mezzo in mezza giornata forse non era questa grande idea.
Il fatto di avere preso il primo bus dalla stazione di Firenze a Fiesole mi rende già un’anima perduta per i puristi del cammino (sì, dico proprio a te, cugina). Ho bypassato completamente il punto di partenza, che poi sarebbe l’arrivo visto che la faccio al contrario, in piazza della Signoria: giusto il tempo di una corsa davanti a Santa Maria Novella per cercare una carta del cammino, che non ho trovato. Meno male che mi hanno inviato le tracce gps sul telefono.

E quindi eccomi qui, senza credenziale, senza cartina, con quattro giorni e mezzo per fare le sei tappe di questi circa 120 chilometri. Ringrazio per il panino e per le indicazioni, foto di rito della piazza di Fiesole, e si inizia a camminare.

Già lungo le salite del bosco di Montececeri inizio a rincuorarmi. Il primo giorno è fatto per togliersi di dosso le scorie della vita lavorativa e della fatica quotidiana ed entrare nel mood per cui, qualsiasi cosa accada, si è ormai partiti. Uscito dal bosco incontro il primo gruppo di ragazzi al loro ultimo giorno di cammino, che non vedono l’ora di chiudere quest’avventura scendendo a Firenze: mi chiedo se tra qualche giorno avrò quell’aria stravolta, anche se probabilmente neanche oggi ho un’ottima cera.
Salgo e salgo, tra strada asfaltata e pochi sentieri. Nelle salite più impegnative prendo l’abitudine di darmi il ritmo contando fino a dieci in giapponese, una sorta di trance autoindotta per non pensare alla fatica. Funziona. Sul Poggio Pratone mi prendo un attimo per ammirare il panorama intorno a me. Credo che non farò tante foto in questo viaggio, un po’ per la scarsa qualità del mio telefono, un po’ perché mi sto disabituando a tenere il cellulare a portata di mano per continuare a guardare dove metto i piedi.





In tre ore chiudo la tappa di oggi a Vetta Le Croci, a circa 15 chilometri da Fiesole. E questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che il posto in cui ho trovato da dormire per oggi è a Tagliaferro, ad ulteriori circa 10 chilometri da qui. L’unico modo per sperare di arrivare a domani sera con tre tappe fatte. Perciò proseguo per le colline toscane, riflettendo sul da farsi.




All’altezza di Bivigliano, mi accordo con Sara del B&B per incontrarci al monastero di Monte Senario, tra qualche chilometro, ed usufruire del loro servizio navetta prima che faccia buio. Chiamarlo servizio navetta è un modo carino per mentire a sé stessi: si tratta di un taglione bello e buono di qualche chilometro di bosco. In compenso, l’ascesa lungo la via crucis di Monte Senario mi fa pagare in pieno i chilometri saltati e l’arroganza di aver voluto strafare in mezza giornata.

A premiare queste prime cinque ore, un tramonto mozzafiato si posa sulla vetta di Monte Senario, di fianco al monastero. Tolgo le scarpe e osservo le prime avvisaglie di vesciche: domattina dovrò optare per una medicazione preventiva. Consulto il foglio su cui mi sono appuntato le tappe di questi cinque giorni: sul retro avevo stampato due poesie qualche settimana fa, una è “Ulysses” di Tennyson. La luce del tramonto accarezza le parole:
Anche se molto è stato preso, molto aspetta; e anche se
Noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi
Mosse terra e cieli, ciò che siamo, siamo;
Un’eguale indole di eroici cuori,
Fiaccati dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà
Di combattere, cercare, trovare, e di non cedere.




Il Fiat Qubo di Sara e Roberto del B&B parcheggia davanti al monastero. Per stanotte avrò un appartamento tutto per me in una vecchia casa cantoniera ristrutturata. Tra gioco sporco e alibi, io la Via degli Dei chiudiamo questa prima giornata in pari. In fondo, questo era solo l’inizio.
Giorno 2 – Il 5 per cento
Esco dalla Cantoniera di Sara prima delle 7, il tempo di ricomporre lo zaino che avevo fatto esplodere in giro per tutto l’appartamento tra cerotti, vestiti ad asciugare, cibo e appunti. Mi immetto sulla Statale che risale verso Tagliaferro alle prime luci, pieno di gratitudine per la bellezza di otto ore di sonno, colazione abbondante e senza lasciarmi dietro caffettiere distrutte (ma solo perché qui c’erano le capsule).
La Via risale per le colline verso Trebbio e la sua bella Villa Medicea: la posso ammirare accarezzata dall’alba che, tra le ultime nebbie basse, mi accoglie lungo queste colline. Percorro i primi chilometri in questo particolare stato di grazia: le preoccupazioni di ieri sono un ricordo.


Dopo Trebbio inizio a discendere verso San Piero a Sieve, il punto d’arrivo della seconda tappa, da cui voglio ripartire entro le 9 verso Passo della Futa. Qui inizio a incontrare i primi camminatori della Via classica alle prese con la salita verso Trebbio.
Ad un incrocio decido di svoltare a sinistra e inoltrarmi nel bosco confidando nei classici segnali Cai, senza lo scrupolo di verificare una volta in più sulla traccia gps. Soltanto una volta riemerso sulla strada mi viene il dubbio e mi concedo un’occhiata al telefono, per scoprire di essermi allontanato di una buona fetta a Nord di San Piero. Accetto questa variazione e il conseguente ritardo, e tra campi e qualche tratto in strada mi riporto nei pressi di San Piero, decidendo di evitare la salita fino al paese solo per poi ritornare indietro.
Da dove mi trovo la Via arriva da Sant’Agata o dalla variante di Bosco a Frati/Galliano: scelgo di risalire quest’ultima e ricomincio a salire un tratto collinare prima di giungere al bosco. Anche qui mi ritrovo per un bel tratto su un sentiero esterno alla Via, fortunatamente nulla di irreparabile. Una breve pausa appoggiato alle colonne del convento di San Bonaventura al Bosco ai Frati, e si ricomincia a salire.
Oggi il sole picchia. Me ne accorgo uscendo dal bosco per arrivare a Galliano lungo una massicciata immersa nei campi che sembra non terminare più. Arrivo in paese che mi aspetta l’ascesa verso i poggi sempre più alti: monte Calvi, poi monte Alto, oltre i 900 metri.
Tra una cima e l’altra incontro per la prima volta qualcun altro che sta percorrendo la via al contrario verso Bologna: Cristina e Ruggero vengono dal Friuli e fanno parte come me di quel cinque per cento di camminatori controcorrente. Prima di me, mi raccontano, hanno incontrato solo Luisa, una bresciana dal buon passo che gli ha già dato un bel distacco dopo Sant’Agata. Dopo un giorno e mezzo da solo, sono felice di poter proseguire il cammino chiacchierando ed uscire quindi dalla trance autoindotta dai numeri giapponesi.
Conosco i miei nuovi compagni di viaggio mentre risaliamo verso monte Gazzaro, il punto più alto di oggi. Cristina si presenta definendosi “spartana”: ha letteralmente girato il mondo da sola dopo essere uscita di casa a 18 anni. Ha le braccia tappezzate di tatuaggi che però, per qualche motivo, non si notano se non ogni tanto: probabilmente a causa del fiume in piena di parole ed esuberanza che è Cristina stessa. Ruggero, invece, compensa tutta questa esuberanza con una serenità e pacatezza ai limiti dello zen: ha deciso all’ultimo, in totale improvvisata, di accompagnare Cristina in quest’avventura, e per entrambi si tratta del primo trekking di più giorni. Dicono di stare rallentando il mio passo, ma io sono convinto che averli incontrati sia quello che mancava per rendere il percorso più scorrevole e meno monotono.

Quando finalmente troviamo una sorgente quasi invisibile per rifornirci lungo le rive del monte Gazzaro, decidiamo di cercare insieme un posto dove dormire domani sera, quando dovremmo fermarci a Madonna dei Fornelli.
Ci separiamo a pochi chilometri dall’arrivo, ormai verso il tramonto: loro proseguono verso il Passo della Futa, mentre io ridiscendo di poco al camping di Monte di Fo, dove potrò finalmente dare un senso alla tenda che mi sto portando da Parma.

Ancora un ultimo tratto di tornanti vertiginosi sulla Statale e finalmente, alla dodicesima ora di cammino per circa trenta chilometri, posso montare la tenda prima di concedermi una rinfrescata nella piscina del campeggio e una cena come si deve. La serata trascorre velocemente tra birra, i pochi campeggiatori di questo periodo dell’anno e gli avventori vestiti da centurioni romani, per motivi che mi sfuggono ma sicuramente legati all’antica Via Flaminia Militare, la stessa che mi attende domani per ricongiungermi al percorso.

Giorno 3 – Happy Birthday Kiki
Ieri ci si chiedeva con Cristina e Ruggero se esista una black list di quelli che mollano la Via Degli dei dopo i primi giorni, o che si fanno trasportare i bagagli o cercano altri escamotage del genere. “Eccone una”, penso sorseggiando il mio caffè al bar del campeggio mentre una ragazza si presenta a chiedere se ci sia una corriera per San Piero a Sieve perché vuole saltare una tappa.
E sì, anche io ho usufruito di una navetta MA non è la stessa cosa.
Non la è. Assolutamente no.
Chiuso.
Prima delle 8 la tenda è ricomposta e messa nello zaino insieme a tutto il resto, e inizio a risalire la Flaminia militare sino al Passo della Futa. Qui mi fermo per alcune foto al cimitero germanico, dove sono incisi i nomi dei trentamila soldati tedeschi morti in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale.


Con questo ho chiuso ufficialmente la terza tappa, e da qui a Madonna dei Fornelli dovrebbe essere un tratto abbastanza breve. Sto giusto per immettermi nel sentiero che risale di nuovo verso i boschi, che mi sento chiamare: guarda un po’, proprio adesso sta arrivando la macchina del B&B a scaricare Cristina e Ruggero. Mi stavo giusto chiedendo quando li avrei incrociati di nuovo oggi.
La prima cosa che scopro è che oggi è il compleanno di Kiki, come tutti chiamano Cristina. La seconda cosa è che i bastoni da trekking di Kiki sono rimasti al B&B. Poco male, è ancora abbastanza presto e avremo ancora qualche minuto per raccogliere le forze.
Cose su Kiki che imparerò molto velocemente oggi: ha molti amici in tutto il mondo che le fanno gli auguri fin dal primo mattino; ha un problema di distrazione; ha un enorme problema con i nomi, delle persone quanto dei posti. Il che renderà i nomi delle prossime tappe variegati sino allo psichedelico. Impossibile non divertirsi, con certi compagni di viaggio.
Dopo le prime salite, tra i vari camminatori incontriamo una ragazza proveniente da Madonna dei Fornelli e visibilmente provata. Dice di aver spedito a casa la tenda al secondo giorno. Ohi ohi ragazza, black list. Oggi il nostro sentiero ci porta sino al punto più alto dell’intera Via, conosciuto come Le Banditacce, a circa 1200 metri di altezza.
Il cammino prosegue su temi mistici come dejà vu, interpretazione dei sogni, coincidenze significative: quel genere di cose come conoscere qualcuno e avere l’impressione di averlo conosciuto in una vita precedente, o quando fai scelte apparentemente banali ma che in qualche modo cambiano la tua vita. Tipo, che so, fare un cammino in direzione opposta.

Nubi all’orizzonte, per ora solo evocate: si dice che da domani mettano acqua, e non pioggia così tanto per, ma a secchiate. Ci consultiamo con alcuni ragazzi provenienti da Madonna dei Fornelli e, vista l’ora decente, decidiamo di cercare da dormire più avanti, a Monzuno. Una scelta sensata ma anche audace, visto che si parla di altri dieci chilometri che porteranno anche la tappa di oggi ad essere sulla trentina.
Passiamo dalla Toscana all’Emilia e siamo a Madonna dopo le 15, accolti al termine di una sassaia in discesa spacca gambe dall’accento inconfondibile di una simpatica signora in cerca di more. Le prospettive non sono delle migliori per noi camminatori affamati e un poco rotti, io nelle spalle, Cristina alle prese con vesciche che la costringono a passare ad irripetibili ciabatte a tema anguria. Zitto zitto, Ruggero sta tenendo il ritmo meglio di tutti.
Nell’hotel dove, più per carità umana che altro, ci cucinano due pizze, dubitano che in queste condizioni potremo farcela ad arrivare a Montebelluno (Monzuno, Cristina) prima che sia buio. “Da dove venite?… Siete partiti tardi, vero?”: è abbastanza per colpirci nell’orgoglio e farci gettare sulla strada con rinnovato spirito. Oltrepassiamo le colline del parco eolico al di sopra di Madonna dei Fornelli, e in tre ore arriviamo finalmente a Montezumo (Monzuno, Cristina).





Dopo le scorte al Crai di Monzù (va beh), raggiungiamo il luogo che ci ospiterà, illuminato dagli ultimi scampoli di un bel tramonto: la proprietaria, Maria Teresa, riconosce subito in Kiki una “strega” fuori di testa come lei. La loro intesa è immediata. Terry e Mauro, suo marito che di mestiere fa l’architetto con immutata passione, hanno creato un luogo incredibile in questa vecchia casa, uno di quei posti dove ovunque ti volti noti qualcosa che prima non c’era. Trascorriamo una serata piacevolissima brindando al compleanno di Kiki e parlando di segni, ascendenti, Costa Rica, Covid e tutto quello che si diluisce nel buon liquore allo zenzero che chiude questa terza, lunga, appagante giornata.
Giorno 4 – Come John Wayne
L’avevano messa, ed è arrivata.
Fino al monte Adone abbiamo sperato che avessero ragione i contadini di Monzuno secondo i quali, diceva Mauro, non sarebbe piovuto.
E abbiamo continuato a sperarci anche mentre, dopo aver superato la prima parte di strada asfaltata in discesa sul fuoristrada di Mauro (4 chilometri, dai… niente black list), abbiamo iniziato la salita per Brento con il monte Adone in vista.

Non è ancora tarda mattina quando arriviamo all’imbocco del sentiero che porta al monte Adone, ed è qui che la pioggerellina dell’ultima ora si trasforma in pioggia. E poi in pioggia battente. In teoria io avrei prenotato un posto qui per stasera, ma visto che è ancora troppo presto decido di proseguire con i ragazzi sino a Badolo. A malincuore decidiamo di non salire sul monte, particolarmente insidioso in caso di pioggia, e fare la strada bassa. Dovremo rimandare l’ascesa ad un’altra occasione.
All’uscita del paese appare da dietro di noi una camminatrice coperta dall’ombrello: è Luisa, che Cristina e Ruggero hanno già conosciuto. Il gruppo del cinque per cento controcorrente si riunisce, giusto in tempo per quello che sarà il punto più duro.
La discesa verso Badolo è epica, tra punti esposti sul nulla nascosto da pioggia e nebbia, e discese su gradoni sempre più alti ricoperti di acqua e fango. “Sembra di essere John Wayne”, come dice Kiki. Che intende Elton John. Quello con la frusta. Quello, insomma.

Con la forza dell’avventura arriviamo molto velocemente a Badolo. A mezzogiorno salutiamo Luisa, che vuole proseguire ed avvicinarsi ulteriormente a Bologna. A noi tre invece spetta ancora un’ultima salita sull’asfalto fino al luogo che ci ospiterà, un bellissimo giardino botanico presso una casa enorme piena di stanze ed oggetti da far impazzire un amante della cultura contadina. Vi arriviamo totalmente zuppi d’acqua, mettiamo tutto quanto a stendere alla bene e meglio e optiamo per prendere il resto della giornata come riposo pre-ultima tappa.
Il pomeriggio trascorre beatamente tra penniche, passeggiate nel giardino, partite a carte e chiacchiere. Sulla vita, le scelte, persone sbagliate e persone giuste; sull’idea di fare come Terry e Mauro o la proprietaria di questo posto e creare, un giorno, un posto come questo. Il mio posto già l’avrei. Sogni, forse. In attesa delle giuste coincidenze significative.
Verso sera ci raggiungono i camminatori partiti oggi da Bologna: alcuni buoni candidati per la black list, come i giovani campeggiatori che si guardano intorno nella pioggia con aria smarrita. Altri più convincenti come Gea, nostra compagna di stanza, backpacker marchigiana giovane ma dall’aria molto in gamba. Per loro il peggio deve ancora venire, con quelle che per noi sono state discese da affrontare, a quanto pare, sotto la pioggia per altri due giorni almeno.
Oh, beh. A noi campioni controcorrente aspetta un’ottima cena bolognese all’osteria qui vicino, prima dell’ultima tappa. Con un po’ di saudade da penultimo giorno, favorita dal buon vino, ci si addormenta tra i panni ancora umidi, sperando che gli dei della via si dimostrino più benevoli, domani.
Giorno 5 – Coincidenze significative
Mi sveglio con l’illuminazione che la copertura della tenda sarà un ottimo riparo sostitutivo per lo zaino. Ricompongo tutte le cose più o meno asciutte sparse per la casa, cambio le medicazioni alle vesciche, metto al sicuro nella plastica gli oggetti di valore, distribuisco copertura dello zaino e poncho ai miei compagni e metto in pratica la mandrakata della copertura aggiuntiva. Mi fermo un attimo a considerare quanta strada ha fatta il trekker dei viaggi ignoranti, che in Scozia senza tenda nè ombrello squartava k-way per fare coperture di fortuna.
Dopo l’immancabile colazione da campioni, salutiamo Gea dandoci appuntamento per future camminate e si ritorna in strada, pronti ad affrontare di nuovo la furia degli Dei.
La quale, però, non arriva.
Dopo le prime ore spunta addirittura il sole ad illuminare la discesa per Sasso Rosso.. Sasso Frass…. Sassoooo – Sasso Marconi, Kiki – Eh, quello.



Accettiamo un caffè in cambio di un’offerta da una signora gentile, anche lei dall’aria da simpatica Baba Jaga, a ridosso del Reno. Da adesso la strada sembra tutta pianeggiante fino a San Luca, ma è presto per cantare vittoria: costeggiare il fiume significa inoltrarsi in una piccola Amazzonia fangosa e piena di zanzare, resa più insidiosa dalla pioggia di ieri.
Finalmente, le parti per noi sono invertite: ora sta a noi incontrare coloro che sono partiti oggi, freschi e inconsapevoli, agli occhi dei quali dobbiamo sembrare veterani sopravvissuti agli Dei. O forse siamo noi a volerci sentire tali. Siamo quelli che vanno all’incontrario, per motivi diversi o senza alcun motivo. Macchie di colore e risate sul cammino. Bisogna trattarci bene, che siamo rari. Circa il cinque per cento.


Quanto manca a San Luca? Sempre meno, ma ogni passo sembra più pesante del precedente. Talvolta è effettivamente così causa del fango.
Finalmente, tra una citazione di Dante e un elenco degli antichi dei, la civiltà ci accoglie nel parco al di sotto del colle di San Luca, appena prima dell’ultima fatica: la via crucis che risale fino al santuario.
Via crucis di nome e di fatto. Dobbiamo dare fondo a tutta la nostra volontà rimasta in quella che probabilmente è la salita più ripida di tutto il cammino.
Poi, finalmente, il paesaggio si apre. San Luca è ormai in vista. Da una parte le nuvole in movimento verso la Toscana, dall’altra Bologna che ci attende.
Solo stamattina ho saputo che questo luogo aveva una grande importanza per mia nonna, la quale vi veniva spesso in pellegrinaggio. Un’ultima piccola, dolce coincidenza significativa.




Imbocchiamo il portico che dal santuario porta direttamente al centro della città. L’ultima lunga, lunga, lunga discesa prima di raggiungere piazza Maggiore.



Il tempo di una tigella insieme, un’occhiata agli orari dei treni, e ci si saluta in stazione, dandosi appuntamento in Friuli.
Il treno per Parma è in perfetto orario, in attesa al binario come se non si fosse mosso da lunedì. La vetrata della stazione davanti a cui ho aspettato quattro giorni fa mi da l’impressione quasi stordente che sia trascorso solo un attimo. Il tempo di voltarsi e trovarsi alle spalle 120 chilometri di volti, piccole storie che racchiudono il mondo e piccole, bellissime coincidenze. Che forse non portano da nessuna parte. E forse portano dalla parte opposta.
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