Niente da fare, con certe nevicate da queste parti non potevi che munirti di scarponi e non scivolare lungo le stradine che scendevano fino alla corriera ghiacciate da lì alla fine dell’inverno. Così si arrivava ai rinomati licei della città, dove la neve probabilmente non l’avevano ancora vista e magari non l’avrebbero vista per tutto l’anno, trascinandosi dietro scie di neve sciolta e fango e magari qualche ammaccatura, truci e sporchi come vichinghi approdati.
Peccato che i vichingi ancora non andavano così di moda, e allora anziché apparire super sexy ci si sarebbe dovuti un po’ vergognare e basta, se fosse importato qualcosa. Ma come insegna Zerocalcare essere super truci a prescindere e ben guardarsi da mostrare sentimento alcuno era l’imperativo.
Che poi si doveva arrivare ai trenta perché finalmente si trovasse una definizione giusta per noi, cresciuti in cattività e strappati lungo i bordi. Semplicemente totale, tutti ne parlano e tutti ci si riconoscono. Sarà il chitarrino tattico che Zero sa piazzare sempre al punto giusto prima di qualche sparata generazionale che ci porta tutti sull’orlo delle lacrime.
Arrivi ai trenta, la neve è ancora uno sbatti e anzi sempre di più, rifletti su quei bordi strappati che gia scorgerli quei bordi senza quel mezzo centimetro di lenti storte tra te e il mondo, sarebbe stato qualcosa.
Ti illudi che un flusso di coscienza serva almeno a ricomporli un po’ adesso, a mettere insieme i frammenti delle nostre storie strappate, storte, scivolate fino a qui e cadute sparse come cristalli di neve alla prima nevicata, quella che cambia finalmente il panorama e che, da quassù, le fa apparire tutte unite. Parte di qualcosa che messo insieme può anche risplendere.
Chitarrino. Titoli di coda. Prossimo episodio.


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