Angeli e Vertebre

Traversata dell’Appennino parmense e ritorno
14 – 15 maggio 2022

Andata

Sapete che nel bel mezzo del nostro Appennino ci si imbatte in una selva oscura?

Arriva fino a invadere il crinale, oltre 1700 metri. Piccoli faggi fitti e contorti, scuriti al punto che sembrano essere così da sempre. E chissà, magari è così visto che il monte su cui si appoggia l’hanno chiamato Brusà, bruciato.

In questa selva oscura mi ritrovai nel bel mezzo del cammino di nostra, di mia vita, di una giornata trascorsa tra dodici cime da un capo all’altro dell’Appennino parmense, per essere precisi da Sella Canuti fino alla Sella del Braiola.

Diciannove chilometri di crinale, passando da una cima all’altra come da una vertebra all’altra di questa grande schiena di roccia ed erba. Appena visibili in lontananza, nella foschia del giorno, il mare da una parte e la pianura dall’altra.

Quando arrivi alla selva oscura devi iniziare a chiederti quanto vicino sia l’inferno, non funziona così?

Momento attualità. Della serie Eravamo rimasti alla pandemia. Nel bel mezzo di nostra vita è tornata la guerra. Sciocchi forse a credere che fosse andata da qualche altra parte, è sempre stata lì e non lo sapevamo. Non la vedevamo più e credevamo che tanto bastasse.

Tanto basti. Nel mezzo del cammin di nostra vita l’inferno è tornato a cercarci.

Uno sale quanto più vicino al cielo che può e si ritrova a pensare all’inferno.

Forse il fatto è che l’inferno ce lo si porta dentro. Per questo dobbiamo avvicinarci al cielo, per respirare.

Angeli caduti. Buffo che se ne parlava proprio ieri sera davanti a un locale ormai chiuso, tardando un po’ troppo per uno che la mattina dopo deve alzarsi alle sette e andare in montagna per due giorni di cammino. Si diceva insieme agli attori scapestrati delle mie parti, che tra l’eroe omerico e l’angelo caduto noi apparteniamo più al secondo tipo.

Avevo scritto qualcosa a tema tempo fa. Do un’occhiata agli appunti:

Angeli inciampati su questo tempo

Hanno ali lacerate che non sanno indossare

Hanno voci e pensieri che tengono per sé

Come se chi li ha assemblati

Avesse lasciato fuori un pezzo

Una piccola vite tra l’anima e il mondo.

…Troppo? Troppo. Che vocazione drammatica, alle volte.

Torniamo a darci un tono colto. L’ha detto Calvino e non dobbiamo dimenticarlo, che l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà.

Lo formiamo stando insieme. E poi ti chiedi perché uno gira da solo.

Quanto a quello che sarà, non resta che cercare di scorgerlo tra una vertebra e l’altra di questo grande scheletro. Questo grande essere che nonostante tutto, continuiamo a chiamare casa.

Arrivato alla cima del monte Marmagna in tempi relativamente più che onesti, con ancora un’oretta buona di luce. Il lungo crinale disteso alle mie spalle. Domani cercherò altre strade per tornare indietro e chiudere l’anello.

All’arrivo al Lago Santo scopro di poter pernottare al rifugio Mariotti come sperato, non prima di essermi concesso un’ottima cena e di aver fatto la conoscenza di un gruppo che da Firenze ha fatto, guarda il caso, il mio stesso tragitto; e non prima di aver notato insieme alle ragazze del rifugio dei punkabbestia con tanto di cane al seguito che han pensato bene di fare grigliata con fuoco accesso dall’altra parte del lago. Per chiudere la giornata all’insegna dell’avventura.

Per chiudere anche con le citazioni dantesce dovremmo uscire a riveder le stelle, che a mille e cinquecento metri dovrebbe essere speciale. Ma caso vuole che stasera ci siano luna piena e tempo nuvoloso.

Mi ricordo la prima volta che ho visto il lago. Avevo nove anni ed eravamo saliti qui in gita con la scuola. Ricordo la meraviglia all’arrivo, il piacere di entrare per la prima volta in rifugio, la consapevolezza, che già era in parte nostalgia, che da quel momento in poi avrei sempre amato la montagna. La nostalgia era di dover tornare indietro quando avrei voluto restare e vedere come erano le notti in quel posto magico.

Oggi, a trent’anni, chiudo il conto con quella nostalgia.

Punkabbestia magici permettendo.

Ritorno

Buone notizie al risveglio, i grigliatori abusivi non ci hanno bruciati con tutto il bosco e si son presi la giusta multa all’alba.

Dopo una robusta colazione siamo pronti a partire. Ho deciso di aggregarmi per il ritorno a Luca, Valeria, Benedetta, Claudia, Federica e Luca, tentando insieme a loro una via originale per ritornare tutti insieme alle nostre macchine a Prato Spilla. Ginocchia e anche sono complessivamente provate per alcuni di noi, vorrà dire che ci si darà forza e coraggio a vicenda.

D’altra parte, si cammina insieme per questo. E ho ormai appurato che quando si parte da soli per un cammino, non si rimane da soli.

E così quello che doveva essere una specie di ritiro spirituale solitario in cerca di ispirazione per cambiamenti sperati è diventato una bella occasione per conoscere questo gruppo proveniente da diverse parti d’Italia ma ritrovatosi a Firenze per una serie di storie di vita che si incrociano, e per la passione convidisa per il cammino e la montagna: a queste storie incrociate per oggi aggiungerò la mia.

Insieme a Luca toscano (l’altro è identificato come Luca calabrese) pianifichiamo il tragitto di oggi cercando di evitare la risalita in crinale, anche a causa delle nuvole in accumulo sopra di noi: l’idea quindi sarà attraversare le riserva Guadine Pradaccio, passare sotto allo scuro Brusà immergendoci nella selva di cui sopra, risalire il monte Scala per poi discendere al lago Scuro.

Fino a qui relativamente tutto bene, anche se i vari saliscendi si fanno sentire.

Dal lago Scuro in poi inizia quella che doveva essere una pioggia leggera e poco probabile, che si rivela in breve un probabilissimo e denso acquazzone.

Ogni storia che si rispetti ha un momento di dubbio e quasi di cedimento, il nostro è arrivato sotto la pioggia battente a neanche metà percorso, con ancora due traversate in sali e scendi davanti a noi.

Si decide comunque di proseguire risalendo verso la sella Pumaccioletto, e se da una parte il sole premia la nostra scelta, dall’altra ci troviamo senza averlo previsto nella parte in assoluto più impegnativa del percorso, tra massi da scalare e discendere nel mezzo del bosco.

D’altra parte, è proprio dopo questi momenti più duri che ci si rivela la parte più bella, e per quanto mi riguarda fino ad oggi ancora sconosciuta, di questo lato d’Appennino.

Dopo la terza risalita consecutiva, finalmente iniziamo l’ultima discesa fino al lago Verde.

Ormai hanno smesso di credere alle nostre promesse “ultime salite”, ma finalmente possiamo dire che il peggio è passato.

Dopo una giornata insieme, condividendo un’esperienza totalizzante quale può essere il trekking in compagnia, potrei dire qualcosa di ognuno di loro. Ci sono i racconti condivisi, e poi cose che si intuiscono, altre che si immaginano, altre volte, magari, ci piace proprio conoscere le persone in questo modo, quel tanto che basta per saper mettere un passo davanti all’altro.

Ci si saluta infine a Rigoso, dopo l’ultima bevuta in compagnia. Ci si saluta come angeli custodi trovati per caso.

Appena il tempo di notare quest’ultima coincidenza, ed è tempo di ridiscendere verso valle, mentre il sole torna a nascondersi dietro le montagne.

Vertebre.

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