Il mondo non sarà mai piccolo

La prima traversata in solitaria della Via dei Remi

Borgotaro (Pr) – Sestri Levante (Ge), 23/26 luglio 2022

Giorno 1

Niente di meglio che svegliarsi nel proprio bellissimo camper alle prime luci del giorno, sgranchirsi le gambe e, tra un caffè fumante e una risata complice, decidere lì per lì la tappa della giornata. Ahh.

Per lo meno immagino sia stupendo, mentre apro gli occhi a Borgo Val di Taro (Pr, 398 m.) nel camper prestatomi per la notte da Martina, amica e collega, e Ivan, a due passi da casa loro. Oltre all’ospitalità in questa splendida casa mobile Volkswagen, devo a loro anche la disponibilità di una tenda ultraleggera, acquisto che continuo a procrastinare nonostante il vizio di partire zaino in spalla almeno una volta all’anno.

A dirla tutta è in generale a Martina che si deve la mia presenza in questa poco fresca alba di luglio tra le vie di Borgotaro: è stata lei a presentarsi qualche settimana fa a lavoro allungandomi la guida fresca di stampa della Via dei Remi, nuovo itinerario che in quattro giorni unisce la Val Taro parmense al mare di Sestri Levante. Il progetto è nato nel 2016, e finalmente, lo scorso maggio, si è svolta l’inaugurazione ufficiale del tracciato.

Posti interessanti, alcuni quasi sconosciuti, un chilometraggio che pare fattibile nonostante io non sia propriamente in forma. Certo, siamo pur sempre in piena estate, in quella che facilmente sarà l’estate più calda degli ultimi anni o desolatamente la più fresca dei prossimi anni. Devo pensarci.

“Saresti il primo a farla in solitaria”.

Non dire altro, Marti. I’m on it.

E così eccomi in cerca di un forno e di un caffè in questa bella cittadina di montagna. La panettiera è stremata dal caldo di questa notte, al bar vicino il telegiornale celebra come storico l’accordo tra Russia e Turchia per mettere a disposizione dell’Occidente il grano predato in Ucraina e io sento odore di fregatura, che forse è odore di bruciato, pane bruciato nel sole senza più pioggia delle nostre occidentali convinzioni in fumo.

Lè. Dopo aver passato in rassegna le disgrazie di questo fiammeggiante 2022, sono le 8 ed è il momento di passare il Taro e iniziare a salire.

La risalita a fianco del cimitero e lungo le colline affacciate sul Tarodine ricalca il tratto di Via degli Abati che da qui raggiunge Pontremoli. Le due vie si separano una volta superato l’abitato di San Vincenzo in località La Caminata.  È qui, davanti a una bella maestà del 1706 nel centro del piccolo borgo, che vengo richiamato allegramente da un “Mamma, vieni che c’è un pellegrino!”.  

Abbasso lo sguardo dalla maestà e noto la casa circondata da sassini colorati e pieni di dediche e disegni. In un attimo mi trovo seduto a chiacchierare con Antonia e sua mamma Bruna, sfogliando i loro album pieni di cartoline, foto e scritte dei tanti pellegrini che sono passati di lì. Per ognuno di essi le due donne hanno un sorriso e un bel ricordo. Come quella bella ragazza che aveva intrapreso la via insieme ai suoi due bambini per dimenticare il compagno che l’aveva appena piantata; appena dopo di loro era passato un ragazzo da solo, e subito Antonia e Bruna gli avevano consigliato di aumentare il passo: fatto sta che il giorno dopo, al mare, Antonia li aveva ritrovati tutti e quattro insieme. Poi tra i due non era nato niente. E meno male, che sarebbe stato fin banale.

D’un tratto, Antonia decide di andare a mettersi gli scarponi e accompagnarmi per un pezzo. Appena soli, Bruna mi chiede se conosco ancora il Salve Regina. Lo chiede a tutti, e come tanti temo proprio di doverla deludere. Allora mi racconta di una cosa che non si fa più, e cioè le “rugaziò”, preghiere di gruppo per far arrivare la pioggia che si era soliti fare da queste parti in periodi come questo.

“Oramai non c’è più nessuno a fare queste cose”. Saluto Bruna e insieme a Antonia ci incamminiamo verso i loro boschi, continuando a parlare di cose che non ci sono più: la montagna con i suoi figli duri e pratici, “in grado di fare dalle scarpe al tetto” come suo papà; o come il capofamiglia della vicina case Becci che ha lasciato quattro figli, due stanze piene di strumenti in legno massiccio e un piccolo bellissimo borgo oggi abitato solo dai calabroni; o ancora, come Tonino, l’unico fungaiolo che non si teneva i posti buoni per sé e che nel bel mezzo del bosco, dove nessuno lo sa (nemmeno la mia dettagliata guida) ha costruito un’intera fontana di acqua perennemente fredda. A Rovinaglia, affacciato sull’alta val Tarodine e sulla cresta che ci separa da Pontremoli, Antonia mi indica i posti uno ad uno: “Qui hanno preso degli Olandesi che han fatto la piscina, là hanno comprato da Milano.. Sopra casa nostra sono arrivati fin dall’Estonia”. Gente strana i montanari, qui come in tutte le montagne del mondo. Gente che ti sposta i paletti di confine se non ti fai valere così come le ha insegnato suo papà, montanaro che aveva sposato una “cittadina” del Burgu. Gente che aveva girato il mondo dopo la guerra, ma che è sempre tornata al paese natale per farsi seppellire. Oggi la montagna li ha riaccolti quasi tutti, questi suoi figli. Ma c’è chi, come Bruna e Antonia, tiene vive queste memorie, mischiate ai colori di decine di sassini firmati da tutto il mondo.

Io e Antonia ci salutiamo alla Madonnina del Moro, dopo aver risalito insieme i grandi castagneti fino alle Capanne dei Martelletti (1043 m.). Inizio così, non senza alcune incertezze e improvvisate nella rete di sentieri più o meno segnati, la discesa fino al borgo di Buzzò. Una volta rientrato nel bosco mi concedo una bella pausa rinfrescante su un rio che taglia in sentiero: una saggia decisione prima dell’ultima grande e a tratti poco visibile salita lungo i castagni sopra a Casale.

Vicino al Casale, un intero borgo adattato a struttura ricettiva, è stato creato apposta per la Via dei Remi un bivacco affacciato su Albareto e la Val Gotra: ho ancora diverse ore di luce davanti e mi concedo l’ennesima sosta di oggi.

A Costello, ormai alle porte di Albareto, mi trovo in pellegrinaggio improvvisato davanti alla piccola casa natale di Vittorio Bottego. Il bastone e il caschetto dell’esploratore sono appesi all’esterno, davanti alla porta. Una specie di santuario per i viaggiatori e gli inquieti di tutti i tempi.

Giorno 2

“… E ricordate: non smettete mai di inseguire i vostri sogni!”

È l’alba di una domenica di luglio e ad Albareto (Pr, 513 m.) quattro o cinque ragazzi hanno appena vissuto una serata fantastica: così almeno la definisce una di loro, pochi attimi prima che l’ultimo a parlare si congedi dagli altri con la grande massima sui sogni. Le loro parole ebbre di felicità estiva e plausibilmente di qualcosa di più etilico mi raggiungono da molto vicino nei pressi del parco giochi del paese. Quando il gruppo se ne va, ho quasi finito di mettere via la tenda e tutto il resto nello zaino.

Oggi devo partire presto: dopo una polverosa notte in tenda stasera mi aspetta il comfort di un agriturismo, ma non prima di aver aggiunto un buon pezzo alla tappa di oggi, che in teoria fermerebbe a Varese Ligure. Il pensiero di un letto ad attendermi è un ottimo sprone ad andare avanti e mettersi in marcia presto: d’altra parte, scomparsi i ragazzi, nel paese non c’è ancora nulla di aperto. Meno male che mi ero fatto qualche scorta ieri sera al mio arrivo, prima di passare buona parte del tempo fino al tramonto al bar Al bar eto (semplice, efficace e divertente).

All’uscita dalla tenda ho fatto un breve inventario delle parti del corpo che cigolano: spalle, e ahimè il ginocchio sinistro. Tendo già ad avere una postura caracollante perfino senza zaino. Per fortuna c’è lei qui con me, la sempre affidabile, immancabile Sant’Arnica protettrice dei trekkers fuori allenamento. Una buona spalmata di crema sulle giunture doloranti, e via: sono le 6,30 e il fresco della serata sembra già voler scemare.

Con il sole che via via risale alle spalle salgo fino alla chiesa di Folta, dove devo già iniziare a girare verso alla maglietta (piccolo inciso quasi superfluo, si suda. Si suda tanto) e a tenerne un’altra a far spessore sotto gli spallacci dello zaino. Seguendo per passo della Cappelletta la Via mi manda lungo il crinale del monte Bagastese, dal quale inizio a vedere le grandi pale eoliche del Passo Scassella.

E proprio quando il tutto rischiava di diventare monotono, eccolo lì: un recinto di filo spinato nel bel mezzo del sentiero. Qualche metro più in là, alcuni giovani manze dal manto rossastro mi occhieggiano tra le piante del bosco. Controllo alcune volte che sia proprio questo il sentiero giusto, prima di accettare la verità: devo proprio addentarmi nel recinto. Scoprirò solo più tardi che effettivamente qui è un’usanza abbastanza comune far passare i sentieri in mezzo ai pascoli. O viceversa.

Per un bel tratto condivido il sentiero con vitelli e vacche, stando bene attendo a non fare movimenti eccessivi e tenendomene quanto più a distanza. A un soffio, si fa per dire, dalle grandi pale eoliche passo finalmente il confine con la Liguria al Passo Scassella (1075 m.), e mi trovo davanti a un panorama ben diverso da quello di stamani: pascoli dappertutto, inframmezzati da sporadici gruppi di case.

In uno di questi paesi, Cardeto, due signori fermi a chiacchierare davanti a casa mi chiedono se ho paura dei lupi per portarmi appresso quel bastone recuperato tra le legnaie del Bagastese. Non si devono vedere spesso camminatori lungo questa strada (e ti credo, aggiunge il ginocchio sinistro già messo alla prova dall’asfalto in discesa), perciò sono uno dei primi a parlare loro, con un certo orgoglio, della nuova Via dei Remi.

“Ma Sestri è là, ci arrivi in un giorno se vuoi!”. Sì, ma mi fa passare da Varese poi risalire per Valletti…

“Belìn ma che giro ti fa fare!”

Discesa interamente in asfalto lungo tornanti sempre più stretti. Stringo i denti e penso al pranzo, provando senza successo a cercare scorciatoie nei boschi. Su una panchina davanti alla torre centrale di Varese Ligure (Sp, 353 m.) finalmente mi concedo una pennica che confina con il collasso.

Varese Ligure

Sono le 15 e sorseggio una limonata al centrale Bar Sport di Varese Ligure. La pennica mi ha restituito più frammentato di prima. Un bel respiro e via. La strada verso Valletti, dove mi attende un letto, sale prima per altro asfalto (Argh) per poi addentrarsi in un nuovo bosco di castagni. Ho sostituito il bastone da legnaia con uno più alto e sottile al quale, nelle ultime due ore di cammino, mi appoggio completamente per evitare di caricare il ginocchio sinistro. Un Gandalf trentunenne che entra da Grigio nel bosco e che spera di uscirne Bianco, canticchiando tra sé canti alpini nel silenzio del bosco.

Ecco come appaio quasi all’improvviso davanti al Risveglio Naturale (Colea, 678 m.), il mio posto per la notte che si trova esattamente lungo la tratta. Francesca mi accoglie alla porta proprio mentre una coppia di ritorno dalla Toscana verso Bormio parcheggia in giardino. Il posto è semplicemente bellissimo, interamente circondato dai boschi del monte Verruga, pieno di libri, profumo di erbe, prodotti fatti in casa e massime dall’India: Emanuele e Francesca, i gestori, sono appassionati oltre che di natura e ospitalità anche di spiritualità, tarocchi e massaggi. E, penso uscendo da una lunga doccia meritata, un massaggio è proprio quello che ci vuole a metà di questo cammino.

A cena, insieme a me, a Emanuele, Francesca e la coppia di Bormio, c’è anche un motociclista solitario venuto da Milano a improvvisare sui monti liguri e una coppia di amici dei proprietari che salgono quasi ogni fine settimana per sfuggire dalla calura di Genova. Tra un bicchiere e l’altro di vino rosso prodotto da loro, raccontano dell’ultima nevicata del 4 aprile scorso: in quei giorni potevi svegliarti qui con venti centimetri di neve nel bosco, scendere a fare il bagno alle Cinque Terre in un’ora e trovare nuova neve qui al tuo ritorno. Ci sono luoghi, per queste vallate, dove il sole lo si vede per un’ora al giorno: ma se sai come muoverti, da qui puoi arrivare ovunque in poco tempo.

Osservo il tramonto scendere a darci ristoro in questo angolo di pace che hanno ritagliato nel bosco; penso che quella cosa che si dice sulla simpatia dei liguri sia sempre stata una grande banalità, e che valeva la pena arrivare a mettere insieme i ventinove chilometri di oggi per arrivare qui.

Giorno 3

Risveglio Naturale. Con tutta naturalezza oggi mi sono svegliato dopo l’alba, sono sceso a farmi smontare e rimontare da capo dalle esperte mani di Emanuele; mi sono concesso una lenta colazione chiacchierando con la coppia di Bormio, che mi racconta come ormai anche lassù da loro tra caldo e sparizione dei ghiacciai ci sia poco da star sereni; e sono infine quasi le dieci quando, zaino di nuovo in spalla, sto salutando Francesca e i cani che abitano questo luogo.

So di avere anticipato una buona parte della terza tappa, la più impegnativa, ieri pomeriggio, e questo è un bene per il mio ginocchio prima di tutto. Il tragitto di oggi comprende la risalita fino alla cima del monte Porcile, un vero e proprio crinale il cui unico punto di rifornimento d’acqua sarà a Fontana Sacrata. Ma Francesca mentre mi indica la strada lungo i fianchi del Verruga mi instilla il dubbio che possa trovarla secca.

D’altra parte. La siccità.

Quindi dosando con molta attenzione le forze ricostituite mi porto fino a Colle di Valletti, Repubblica Partigiana in tempo di guerra, da cui inizio la fiduciosa risalita fino alla Fontana. Il sole picchia e ogni frammento d’ombra è un’occasione per riprendere fiato.

Poi, proprio quando il bosco termina per fare spazio al crinale tra il Verruga e il Porcile, ecco una visione inaspettata, un’oasi nel deserto: una vasca a misura di una persona che trabocca letteralmente d’acqua fresca. È solo per un rimasuglio di decenza, e per la consapevolezza di quanto sarebbe difficile ripartire, che non mi ci tuffo per intero, ma resto comunque per qualche minuto a fianco di quest’oasi. Una fortuna poco dopo bilanciata, in piena traversata del monte, dall’amara scoperta che Fontana Sacrata è effettivamente secca.

È l’ora più calda di uno dei giorni più caldi di uno degli anni più caldi, e devo affrontare lo strappo ripido che mi porta a 1240 metri, la cima del Monte Porcile. Unica consolazione, le nuvole basse che ogni tanto vengono a ricoprire per qualche minuto il quasi invisibile sentiero.

Ma infine, alla vetta, a ripagarmi ecco una splendida visione del mare che ricopre quasi tutto l’orizzonte!

Anzi, no. Nuvole un po’ dappertutto laggiù. Il tempo di supporre dove il mare dovrebbe trovarsi, e si riparte.

Con la massima lentezza ridiscendo lungo le sassaie brunite e le vecchie cave che dal Porcile vanno fino al passo del Bocco di Bargone, un traverso dopo l’altro. A metà di questo cammino noto su Outdooranger, l’app con la quale sto registrando il percorso, un promettente cerchiolino azzurro a due sentieri di distanza da me: acqua! Lasciato per un attimo lo zaino nel deserto di questo crinale, parto di corsa per raggiungere il posto, con poca ma ardente speranza. Ardente, sì. Come le rocce su cui è rimasta giusto una sfumatura di quella che dovrebbe essere la sorgente.

Valeva la pena di provarci. Mi consolano, beffardi, due sorsi caldi dalla borraccia ormai al di sotto della metà. Secco pure il lago di Bargone, a poca distanza dall’omonimo Passo, ma anche, finalmente, a poca distanza della mia meta di oggi: il Rifugio Treggin/Roccagrande (850 m.). Un’ultima risalita che taglia il fianco del monte Roccagrande, e finalmente ci sono.

Walter, il proprietario del rifugio nonché di un agriturismo in mezzo al bosco qui sotto, mi ha concesso l’utilizzo del rifugio nonostante fosse impossibilitato ad aprirlo. Una volta individuate le chiavi secondo le sue indicazioni, ho un intero rifugio di tre stanze tutto per me. Purtroppo, niente stelle a causa delle nuvole basse, ma una volta riposato decido comunque di fare un giro d’avanscoperta sul monte Treggin che si trova esattamente dirimpetto al rifugio: raggiungibile, secondo la guida, su “alcune facili roccette”. Beh, penso. Relativamente, facili. Ma la fatica è ripagata dalla vista, finalmente affacciata su Sestri e sugli ultimi Appennini prima del mare, su cui si rincorrono le nuvole e le ultime luci dorate della sera.

Giorno 4

Le prime luci ancora indugiano tra le foglie lungo il fianco ovest del Colle dell’Incisa. Il silenzio del mattino è rotto soltanto da sporadici fruscii, dallo spostamento dei caprioli, dai primi canti degli uccellini e dal motore di un Pick-up bianco che si destreggia col 4 x 4 attaccato tra un tornante e l’altro, a bordo sul lato passeggero la baldanzosa silhouette di un pesante zaino blu da trekking che guarda beffardo i chilometri di sentiero…

Un momento. Facciamo un passo indietro, va bene?

Evidentemente non è destino, per quanto ci provi e ci riprovi, che io completi in modo pulito un intero cammino dall’inizio alla fine. È successo in Scozia, in Puglia, in Toscana. Che volete mai: bagagli in ritardo, tempi ristretti, compagni mascalzoni, ospiti troppo zelanti.. Non è cosa, insomma. Ma stavolta, c’è un motivo nobile, un favore da amico: Walter, il proprietario del rifugio, mi ha infatti chiesto di consegnare il suo mezzo dall’agriturismo fino ad un paese nelle vicinanze, non essendo lui in condizione di farlo. E dopo aver avuto in intero rifugio tutto per me, questo favore mi sembrava veramente il minimo. Quindi vada per questa variazione: missione Pick-up. Scendo con una prima oretta di cammino fino al mezzo parcheggiato, che riesco a far partire grazie alle indicazioni del proprietario (vero esperto nel nascondere oggetti e creare piccoli rompicapo). I sentieri sono stretti, senza guard rail, talvolta affacciati sul vuoto sopra i boschi vicini: roba da gente che ha del manico, insomma. E io, fortunatamente, mi sono fatto le ossa su un pic up simile a questo. Ho anche fatto più di una volta le ossa al pic up stesso, contro muretti e pali ma quello era molto tempo fa. Archiviata con successo questa divertente variazione, lo zaino torna al suo legittimo posto sulle mie doloranti spalle all’altezza di Villa Tassani, da cui la Via porta a fare alcuni saliscendi nella macchia mediterranea fino a raggiungere l’abitato di Sestri.

A Bruschi, gruppo di case lungo la strada, mi parcheggia vicino lo scooter un signore che salta fuori essere originario proprio di Borgotaro: che uno dice veh, piccolo no il mondo. Con i suoi migliori auguri e qualche piccola gufata sul fatto di non procurarmi storte, che poi sei pure solo e l’altro giorno ne han dovuto portar via due, riprendo la discesa che mi fa tornare alla civiltà davanti al bel Santuario di Nostra signora del Soccorso in frazione San Bartolomeo, 10 metri sul livello del mare. Prossima tappa la Torre saracena di Punta Manara, 177 metri.

Facile, no. 10 metri – 177 metri. Su scalini dritti per dritti. Non è neanche mezzogiorno e cosa vuoi che MannaggiallaPuntaManaraeaiSaracenieallaGuidachegiàeroarrivatoaSestrieorasuepoidinuovogiùeilSoleeilcaldoeilsudoreecomesarebbeadireancoracinquantametridisentieroeinchesensoperarrivareallatorrec’èunascalinataripida

Ma a parte questo, tutto bene.

Il caldo, all’altezza della Torre Saracena, è una roba da fabbri. Finalmente sul bordo di Punta Manara, il mare non si nasconde più. Eccolo in tutto il suo essere mare. Azzurro vasto e fresco che ti verrebbe voglia di scendere a tuffarti direttamente. Ma non sono esattamente dell’idea di aggiungere un’altra salita come queste.

La discesa, con a sinistra il mare aperto, fino a Sestri centro (Ge, 2m.), e poi, a inizio pomeriggio, finalmente in acqua a fianco dei bambini, delle ragazze, dei tedeschi e dei francesi che non sanno quanto, in questo pomeriggio di luglio, possa essere davvero piacevole questo tuffo.

Per il resto del pomeriggio mi faccio adottare dal bar della spiaggia libera, ripagando il deposito dello zaino in numerose ordinazioni di birra e fermandomi a chiacchierare tra un bagno e l’altro con Marco, inserviente forse in pensione ma irriducibile. Marco spazza, sposta cose, mette a posto, chiacchiera e dice che non è normale questo caldo che lo fa grondare, che han messo mareggiata e che a Varese Ligure già pioveva. Lui è di Varese, e salta fuori che sua moglie è di Berceto (Pr).

Ah però, piccolo il mondo.

“Il mondo non sarà mai piccolo”. Lo dice con serietà, quasi burbero. Sul momento non so bene cosa voglia dire, ma più passa il tempo e più questa frase mi rigira in testa.

Sono le sette, il bar chiude e la luce del sole inizia a farsi più lucida sulla superficie del mare. Raccolgo tutto nello zaino, osservo la luce e finalmente, in una visione data forse dal caldo, dall’arnica o dalla birra, mi immagino da fuori come un bislacco profeta, un messaggero venuto da lontano, giunto attraverso la Via dei Remi da Borgo Val di Taro (Pr) per annunciare che ne arriveranno altri, e saranno camminatori seri, esperti o poco seri come questo, improvvisatori, saranno trekker assetati di birra, vino, sfide e di buone storie da condividere e lasciare in spiaggia come sassi colorati.

Perché il mondo a volte sembra piccolo. Ma non lo è.

Ne arriveranno altri.

PS

Quando scendo dal treno a Borgotaro per tornare alla macchina, il cielo verso Nord è un lampeggiare continuo di tempesta.

Chissà. Forse qualcuno ancora si ricorda come fare una rugaziò.

3 pensieri riguardo “Il mondo non sarà mai piccolo

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