“Vieni qua. Ascolta”.
Profumo d’aprile e di legno calpestato.
“Voglio farti un discorso che sembra un testamento”.
Gli occhi chiusi, il viso adagiato sul legno del palco.
“Io so che tu non hai, e non vuoi averlo, un cuore libero”.
Ero vestito come per una domenica d’altri tempi. Camicia, mocassini, calzoni chiari, gilet nero.
“Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli dèi greci e cinesi”.
Nel silenzio ogni parola si incideva irrimediabilmente da qualche parte dentro di me.
“Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi. Per il capo tosato dei tuoi compagni”.
Tutto aveva i contorni di un’epifania: la luce che filtrava sotto le palpebre, il caldo, l’odore dell’erba. L’aprile dei miei quattordici anni.
“I casali assomigliano a chiese: godi di quest’idea. Tienila nel cuore”.
È così che ho conosciuto Pasolini: senza saperne niente, né prima né dopo.
“Difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversità”.
A quell’età sono soprattutto le cose importanti, quelle che si lasciano andare con noncuranza.
“Ama il loro dialetto inventato ogni mattina, per non farsi capire”.
Tempo dopo l’avrei ritrovato come l’intellettuale italiano più pop per la nostra generazione. Perché diciamolo, anche sui social #PPP va ancora alla grande.
“Sii un santo o un soldato. Un santo senza ignoranza, o un soldato senza violenza”.
Ma anche gli anni Novanta sono finiti nel mondo. Quei versi nella luce d’aprile paiono già un ricordo come di sogno e col tempo ti chiedi se li hai mai, almeno un poco, davvero capiti.
“È sufficiente che solo il sentimento della vita sia per tutti uguale”.
I miei quattordici anni sono finiti nel mondo e probabilmente anch’io ho finito di imborghesirmi del tutto, lasciando quei versi appesi sullo sfondo di una vita come tutte le altre.
“Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo”.
Il fatto è che non si sfugge, a un’iniziazione come questa.

Così sul finir dell’aprile dei miei trentun anni prendo un treno e vado in Friuli con un libro nello zaino e una matita tra i denti.
Il libro è “Un paese di temporali e di primule”, una raccolta di scritti friulani di Pasolini degli anni Quaranta.
È un viaggio letterario prima che fisico. I bombardamenti sul Friuli, la morte del fratello Guido nell’eccidio di Porzùs, la scuola improvvisata tra i campi per i figli dei contadini e dei braccianti; e poi l’amore e l’impegno per la lingua friulana, per quel mondo al quale Pasolini non apparteneva per nascita; la ricerca, sofferta, scandalosa, dell’amore tra quei ragazzi, tra le rogge e i sacchi di grano abbandonati nei campi e le sagre, ricerca d’amore disperata che avrebbe infine portato il poeta ancora ventisettenne e la madre Susanna a scappare in treno verso Roma con sulle spalle il peso dello scandalo…
Non so bene cosa mi aspetto da Casarsa della Delizia, paese natale di Susanna Colussi. Ma ho letto che il Centro Studi che ha sede nella vecchia casa di famiglia offre da qualche tempo la possibilità di noleggiare gratuitamente una bicicletta per fare un piccolo tour dei luoghi in cui ha vissuto Pasolini durante il suo periodo friulano.
L’idea del pellegrinaggio laico alla tomba di Pasolini nel piccolo cimitero di Casarsa è tutt’altro che originale. Per dire, lo faceva ormai quasi vent’anni fa Saviano in Gomorra per lanciare il suo personale “Io so e ho le prove” del Terzo millennio. Pasolini quasi cinquant’anni dopo è ancora uno stato d’animo, un riferimento, forse solo un pretesto per chi si definisce ancora intellettuale in Italia o per chi non ha ancora esaurito la sua rabbia per il mondo.
Passo la matita tra gli incisivi e mi chiedo quale tra i due sia il mio caso.
Alzo gli occhi dalle pagine per registrare istantanee dal vetro. Vicino alla stazione di Treviso una coppia si bacia, aggrappati l’uno all’altra come in una vecchia tavola a fumetti. In stazione una ragazza piccola piccola manda grandi baci alle portiere chiuse di un treno in partenza. Due metri più in là un gruppo di indiani ride e scherza dandosi grandi pacche sulle spalle come comparse di un film commedia. Però, sembra che da queste parti tutti si vogliano un gran bene; io è da Padova che ho l’impressione di incrociare solo volti già visti.
Percorro con calma il corso centrale di Pordenone tra i portici, i balconi eleganti alla veneziana e gli affreschi sui palazzi. Sembra che la nobiltà e la bellezza scrostata di certi dettagli sia capitata qui per caso o per capriccio, come aggiunta solo recentemente sull’intonaco piuttosto che conservata nei secoli in modo non uniforme. Sarà il cielo coperto a dare quest’aria di fatalità, oppure le impalcature che mi nascondono il palazzo comunale e il campanile in fondo al Corso, questo borgo di campagna asceso a capoluogo la sua nobiltà la esibisce con noncuranza. E non c’è nulla di nobile come la noncuranza.




L’impressione mi segue dentro Palazzo Ricchieri, che ospita la collezione civica d’arte della città. Annuendo cortesemente e cercando di stupire con osservazioni argute la guida zelante che mi si è affiancata, osservo le vergini con bambino incise ottocento anni fa nei legni che capitavano per le mani da queste parti: il castagno, l’olmo. Mi fermo a notare la verosimiglianza di alcuni dettagli solo apparentemente banali, le occhiaie dei santi tracciate dal Pordenone nelle grandi pale d’altare o le giunture tra le ali e le braccia di un Icaro di bronzo.
Le cose, qui, hanno un’aria di santità cavata a fatica e con dolorosa, fatale gratitudine, come frutti cavati da una terra fredda e dura.



Sto decifrando queste prime impressioni fuori dal palazzo quando mi raggiunge la mia guida per i prossimi giorni: Cristina, Kiki per gli amici, conosciuta tra i bastian contrari della Via degli Dei quasi due anni fa. È il momento di iniziare a conoscere questa regione attraverso chi la vive, e non solo tra pagine e viaggi mentali.
Poche ore dopo sto tenendo fede alla mia consuetudine di inaugurare un viaggio imbucandomi a compleanni di sconosciuti a un aperitivo di ultra trentenni in gran forma e con il bicchiere sempre in mano. Prima cosa da segnarsi sui friulani: hanno il vino, e hanno le montagne, e poco più: questo significa serate a sfondarsi e mattine a correre e scalare. Fisici temprati dalle migliori cattive abitudini.
Il bicchiere di vino qui si chiama ombra.
E perchè?
Perché fa l’ombra del bicchiere.
Ah. Ma certo.
Qualche ombra dopo sto cenando in sagra ad Aviano insieme a un gruppo di americani. Qui ha sede un’importante base militare Nato, e questo significa migliaia di americani con le rispettive famiglie sparsi per questo angolo di Friuli. È una terra di confine per non dire apertamente strategica: pochi chilometri in qualsiasi direzione e ha inizio il mondo di fuori, di Venezia, d’Italia, la Slovenia, l’Austria, l’Europa, l’America e questi paesi comprendono tutto, assorbono tutto pur mantenendosi tradizionalisti e conservatori fino al midollo; la lingua ufficiale dell’Alleanza atlantica si mischia al friulano di questa frazione sotto un grande tendone da sagra che tutto comprende, le voci e le provenienze si confondono nel rock sparato da una band a cui sembra non importi nulla di essere a una tranquilla sagra patronale del venerdì sera.
Da aprile a settembre il Friuli è una sagra continua. La più dimenticata da dio delle frazioni in queste campagne ha il suo proprio tendone da sagra, che potrebbe fare invidia al più arrogante evento delle mie parti; a farla da padrone sono ancora le parrocchie e i volontari, fin da bambini, del paese. Da ex bambino cameriere della pro loco non posso che esprimere ammirazione per tendoni e volontari, la voce già un po’ sgraziata dalle ombre di vino, a Marco, giovane guardia forestale a cui Cristina ha dato il compito di farmi sapere “tutto del Friuli”: prendiamo una tregua dal rock della sagra, gli americani si esaltano per le loro vittorie all’immancabile riffa e noi si parla di lingue e dialetti, di campanilismi, di volontari che anche qui si fa sempre più fatica a trovare, di tradizioni a rischio o definitivamente perdute.
Se vuoi parlare del Friuli devi parlare di montagne e di ombre, mi fa Cristina mentre ci spostiamo alla prossima meta; il Friuli è fatto di monti, è fatto di fuochi, di fatica, di sagre e ombre.
Ma guarda che “ombra” per il vino lo dicono in Veneto – fa Marco al bar vicino alla sorgente del Gorgazzo a Polcenigo, la cavità a sifone più profonda mai registrata in Europa. Un vero mistero geologico.
Qui non si dice ombra, si dice taglio.
– oh no, tutta la mia poetica sull’ombra che va a farsi benedire –
No, taglio lo dicono più a Udine.
Infatti Udine è Friuli, qui è ancora Veneto secondo quelli di Udine.
Ma per quelli di Udine il Friuli è solo Udine.
Anche il Tocai ci hanno tolto, perché è sloveno, anzi ungherese e il Collio è sloveno, e al Tocai han dovuto cambiare nome in Friuliano.
– giusto per non fare confusione –
E allora per te che cos’è veramente il Friuli?
Per me, il Friuli è l’Osmiza.
Ma se l’Osmiza è una cosa slovena!
– apriti cielo –
Ma che le chiami Osmiza o le chiami osteria che differenza fa?
La discussione si infiamma. Vicino alle scure acque del Gorgazzo si battibecca nella notte la vecchia partita Friuli contro il resto del mondo, se sia più sensato oggi insegnare a un bambino prima l’inglese o il friulano, ma anche, che cosa accadrà quando l’ultima vecchietta di queste frazioni avrà dimenticato l’ultima parola di friulano? La discussione tra i miei padroni di casa stempera in tregua armata tra le case del paese, e io, su questa strana regione di confini, ho le idee meno chiare di quando sono partito.

La grande cisterna di un’azienda vinicola domina oggi Casarsa, con le sue vaste zone industriali e i suoi anonimi incroci dai semafori rossi che non finiscono mai.
Non speravo in una buona prima impressione, sinceramente. Tuttavia mi trovo a ricredermi velocemente: il tempo di entrare nel Centro Studi per un primo giro tra i manoscritti degli anni Quaranta, le foto di famiglia, i disegni, la camera dove il giovane Pasolini scriveva, ancora dipinta con i colori del Bologna Calcio.
La prima tappa è la piccola chiesa di Santa Croce, in paese. Piccola, con gli affreschi ancora conservati e la targa che ricorda l’invasione turca del 1499.
Ripenso ad alcune foto viste esposte al centro studi, migliaia di persone stipate da tutta Italia in questo piccolo prato tra le case: migliaia di volti in bianco e nero, con gli occhi bassi, una bara sulle spalle, il 6 novembre del 1975. Era stato il sacerdote e poeta David Maria Turoldo a insistere perché Pier Paolo riposasse a Casarsa, e perché la messa si tenesse in questa “glisuta” troppo piccola. La sua orazione funebre era stata una lettera alla madre di Pasolini.
Perché noi siamo un popolo che canta, anche quando ha da piangere. È questa la nostra natura migliore, come era quella di tuo figlio, vero grande poeta del popolo, voce dei poveri! Perché, per noi, tutto il resto è “segnato”, è il destino.

Restituiamo le chiavi della chiesa alla signora che le conserva, e riprendiamo la strada che supera i binari della ferrovia. Tra i primi filari di vite si arriva al vicino paese di San Giovanni, con la loggia medievale alla quale Pasolini appendeva manifesti contro la Democrazia Cristiana sul finire degli anni Quaranta, e da qui a Versutta, paese dove visse da sfollato insieme alla madre negli anni dell’occupazione tedesca.





“I casali assomigliano a chiese”, mi ripeto osservando il vecchio casolare di fianco alla chiesetta di Versutta, nel cui cortile fa mostra di se’ una schiera di Harley Davidson nere con decalcomanie mortuarie e caschi con la cresta da punk.
Eppure, anche stavolta è grazie alla famiglia di biker, custodi delle chiavi, che possiamo entrare nella chiesa. Vedi a volte, le apparenze.
Dall’altro lato, quasi invisibile nel mezzo del cemento di un incrocio, la “Fontana di aga dal me país” a cui il giovane Pier Paolo dedicava uno dei primi componimenti in friulano. Oggi restaurata con i sassi del Tagliamento sui quali sono incise le parole “La meglio gioventù” e “La nuova gioventù”: i titoli delle due raccolte poetiche in friulano di Pasolini, la prima negli anni Cinquanta e la seconda vent’anni dopo, pochi mesi prima di essere ucciso.
Ritorniamo verso Casarsa, le nuvole di ieri hanno lasciato il posto a un bel sole che si stende sui filari, tra i gelsi e le Alpi Carniche verso nord.




Bestemmia. Il titolo che Pasolini avrebbe voluto dare alla raccolta completa delle sue poesie, uscita postuma. Ci penso risalendo in bicicletta fuori dal cimitero di Casarsa.
Alcuni fiori, qualche sassetto appoggiato di fianco al nome inciso sulla pietra, una macchinina, la maglietta del Bologna. Qualche lettera.
Una lapide è pur sempre solo una lapide.
Una signora anziana, accompagnata da due ragazzi, ci si è affiancata davanti a dove riposano Pier Paolo e la madre, a pochi metri da Guido: ha i movimenti, lo sguardo sereno dell’abitudine e dell’affetto quando li nomina. Per solo un attimo vorrei chiederle qualcosa, poi cambio idea, prima di sentirmi del tutto fuori luogo.
Bestemmia. Niente di più religioso che la rabbiosa mancanza di dio.
Si bestemmia per le mancanze di dio.
Andando verso Valvasone, passando a fianco dei lavoratori stranieri in fila sui campi di fianco alla strada, ancora discutiamo se esista, tutto sommato, un capitalismo buono. Uno sviluppo che sia buono. Proviamo a scandagliare un po’ più a fondo la nostra realtà, fatta di bisogni creati, di felicità da esibire, consumo e guadagno da rincorrere perché sì, perché è l’unica cosa che… ma su questo mi sembra che siamo rimasti proprio lì dove Pasolini ci aveva lasciati cinquant’anni fa, e solo questo mi pare spaventoso e non so spiegarmi meglio.
E poi siamo arrivati nel borgo, e ormai è ora di bere qualcosa.
Ritorniamo a Casarsa per restituire le biciclette, il centro del paese con le giostre ancora smontate si prepara a riprendere stasera la sua Sagra del Vino.
Tra stasera e domani, un’altra sagra, altri giri per questa parte di Friuli, altre impressioni e cambi di prospettive.
Il cielo che si rispecchia lucido sul lago di Cornino.
I campi di Colza che accendono di giallo sgargiante il panorama sotto le nuvole in movimento.
Il castello di Polcenigo con il cielo a fargli da tetto, e un Cristo che cade eternamente dalla croce sotto nubi in tempesta.
Prima di uscire dal centro studi afferro la biro davanti al quaderno dei visitatori. La tengo sospesa per qualche secondo, in cerca di parole che abbiano un qualche effetto.
Poi decido. Scrivo solo il mio nome, non la solita firma illeggibile, ma cercando una buona calligrafia.
Come si fa a quattordici anni.










Prima di riprendere il treno a Pordenone giro tra le bancarelle della domenica, sfogliando vecchie cartoline dal Tagliamento e chiedendomi se sono venuto qui sulle tracce di qualcosa che avevo perso, o di qualcosa che avevo semplicemente smesso di cercare. A cui avevo semplicemente smesso di fare attenzione.
Un volumetto rosso, gli “Scritti corsari” di Pasolini, attira la mia attenzione ad una bancarella di vecchi libri sotto al duomo. Si tratta di una raccolta degli ultimi editoriali scritti sul Corriere della Sera, nei mesi precedenti all’assassinio. Passo oltre, poi ci ripenso; torno sui miei passi, chiedo a quanto lo fa, lo prendo.
Ti ho fatto un prezzo bassissimo, perché sei giovane – sorride la signora dietro al banco.
Ogni volta che espongo Pasolini, qui, finisce subito.
Le sorrido di rimando e inizio a sfogliare camminando, senza prestare attenzione al corso pieno, incamminandomi verso l’ultima ombra di vino.
Nel tuo post hai nominato di sfuggita Saviano: cosa ne pensi di lui?
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Ho letto soltanto Gomorra, che è un libro non perfetto ma sicuramente importante!
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A proposito di libri, ti consiglio caldamente questo splendido romanzo: https://wwayne.wordpress.com/2022/05/01/il-mio-anno-a-tokyo/. Per noi amanti dei viaggi è davvero imperdibile. L’hai già letto?
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