Pizze fredde

Tutti abbiamo qualche strano segreto innocuo. Qualche guilty pleasure.

Uno dei miei è questo: a volte quando parto la mattina per la montagna da solo, metto su qualche hit intramontabile degli 883.

Non c’é niente da fare, puoi essere diventato chiunque, essere snob, intellettualoide, metal, indi quanto ti pare, ma non c’è dubbio che tu non sappia gli accordi iniziali della Dura legge del gol.

Nel mio caso, poi, temo proprio di essermi “svegliato alla vita”, aver generato il primo vero ricordo di questa faccenda che va avanti da un po’, sul pulmino dell’asilo mentre la radio passava “Una canzone d’amore”. Un attimo dopo il mio sguardo e il mio cuore si posavano sulla bambinetta più carina del mondo dando inizio a una serie di piccoli struggimenti non corrisposti e continuamente dimenticati.

Va beh, alcune mattine di domenica vanno così, vecchi brani, ricordi dolceamari e una pizza fredda nello zaino.

Ecco, la pizza fredda è un altro di quegli strani piaceri. Mi fa sempre tanto vecchi compleanni in paese, tra quei letteralmente quattro gatti piccoli e selvatici che eravamo, che gli altri avevano sempre i giochi più belli e nuovi, perché io i miei li masticavo, e tutti si beveva la Coca Cola quella originale, strong, senza rimorsi né riguardi verso il mondo e la salute, che ti andava subito a frizzare nel naso e ti lasciava con gli occhi spalancati per ore; e le mamme prendevano queste teglione di pizza immancabilmente fredda con lo stratino di formaggio solidificato sopra che quanto era buono; niente da fare, la vera pizza è e rimane quella là. Non quella fredda in sé, ma proprio quella là, che qualcuno ha detto che i ricordi hanno un loro odore e in questo caso pure un sapore.

Oggi quei quattro gatti selvatici sono diventati cinque, sei, sette trentenni alfa che a malapena alzano un poco il mento per salutarsi ai matrimoni o ai rosari, quando ci si incontra e non si sa mai davvero cosa dire, dopo anni, poi; allora non si dice niente, o si dicono delle banalità. O che magari non ci si saluta proprio più, così, senza un perché, senza ricordare quando si è iniziato a non salutarsi. Probabilmente per delle banalità, come quella di dire che un giorno siete andati a giocare per l’ultima volta al campetto di cemento o di gomma dove ci si distruggeva regolarmente le ginocchia, ma mica lo sapevate che era l’ultima volta.

E un altro giorno anni dopo hai fatto l’amore con la tua ragazza e non lo sapevi che sarebbe stata l’ultima volta. O magari, invece, in fondo lo sapevi.

Chi le ha inventate le fotografie.

Forse come allora si continua a non capire un cazzo, a non capire che è un po’ come nel calcio. E noi, a calcio, siamo sempre stati l’ultima squadra del torneo.

Quasi, sempre. Ma quella è un’altra storia, e per oggi la pizza è finita.

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