Granada – Madrid, 16-21 luglio 2024
“Questa è la vita che mi merito”, sentenza mio fratello sorseggiando il suo drink sulla terrazza del nostro hotel a quattro stelle a due passi dall’Alhambra di Granada. Uno degli infiniti tramonti spagnoli di questi giorni d’inizio estate sta dando spettacolo sulla città, davanti a noi.
Secondo giro in Spagna a trovare mi hermano, dopo il primo dell’anno scorso tra cavalieri e sante in estasi.
Appena arrivati la città si è presa il suo tributo, il mio nuovo taccuino lasciato distrattamente in treno e non recuperato, per la maledetta burocrazia e la poca voglia d’aiutare degli spagnoli. Questo Paese mi tratta male. Così come ha trattato bene mio fratello. Forse c’è una specie di ordine in questo.
Infilatici subito nel quartiere musulmano tra mille odori di spezie e colori, Granada ti accoglie come il tipico posto esotico da vecchio film americano, con sempre la stessa musica da Mille e una notte, ragazzini che corrono tra i banchi rubacchiando, sguardi misteriosi delle ragazze e antichi vasi da portare in salvo. In un mercatino dell’usato recupero per pochi soldi un quadernino con la copertina colorata in juta e le pagine ingiallite che attendono prossime avventure di cui non posso immaginare nulla.






Nei giri di flamenco di uno dei mille spettacoli quotidiani a favore di turisti ben paganti, a fianco di un gruppo di burine di Roma e di un inopportuno papà inglese, sembra di scorgere i tratti di una vecchia lotta e di una seduzione che forse sono la stessa cosa, da sempre. Per un attimo i muscoli della ballerina sembrano tracciare una danza di guerra, pura potenza nei suoi tacchi che battono il legno, e l’attimo dopo il suo sorriso è il più dolce, i più promettenti del mondo i suoi fianchi. Il canto che accompagna i giovani ballerini è disgraziato e felice, dolce e feroce e sembra raccontare dolori e amori antichi come le rocce del Sacromonte in cui vivevano i gitanos, là dove questa danza eternamente condivisa si è ripetuta per secoli senza lo sguardo del pubblico. Ti lascia confuso, turbato in un modo che non si può esprimere a parole; magari solo uno dei mille arabeschi colorati con cui la città assorbe i turisti, con un sorriso mai sincero.




Arabeschi. Arabeschi dappertutto, fiori colorati nei giardini dell’Alhambra, architetture moresche che si rispecchiano nei laghetti; il nome di dio scritto sui muri tra gli arabeschi e sul pavimento, dove una volta non ci poteva stare, per non essere calpestato. Arabeschi tracciati sulla schiena, nel buio dell’hammam, dalle piccole mani della massaggiatrice che si è presentata sussurrando il nome di mia madre: cosa leggono le mani nelle curve rigide di questa schiena? Il tempo di chiederselo e già la luce del giorno ci richiama di nuovo fuori dalle grandi vasche di acqua calda e gelida nella penombra illuminata dalle candele.




La sera del solstizio d’estate mi ritrova in un solitario vagare a Madrid, in cerca di una taberna da birra a buon mercato. La sera più lunga dell’anno. La luna piena emerge tra le nuvole, carica di segreti e di promesse misteriose, come desideri che si ha paura ad esprimere.
Giorni di sonno e di annullamento; giorni di poche parole, come siamo abituati in famiglia. Lo sguardo al telefono un po’ troppo spesso, per fare foto da spedire da un’altra parte.
Tra fratelli non facciamo domande, osserviamo, e lasciamo vivere. Col passo leggero di chi arriva e va in punta di piedi, in giro per il mondo o nelle vite altrui, e quello sguardo dolce e giudicante allo stesso tempo, da angelo caduto, che non sai mai, con noi, se innamorarti o incazzarti.




Portiamo il nostro bagaglio di vecchi dolori, di insensati rancori nel fondo degli occhi, come tutti d’altra parte. Sperando che prima o poi ne saremo finalmente alleggeriti, da qualche parte, in un’altra città che ci accolga annullandoci, in un’altra casa a cui tornare.
La luna piena su Madrid accompagna questi passi nel buio e questa catena di pensieri e desideri solitari, irridendo il loro essere sempre troppo seriosi.
E come in un flamenco, sembra voler cantare che i nostri desideri e le nostre paure sono destinati a danzare insieme in eterno; che a volte devi prendere il cuore e lanciarlo più lontano possibile da casa per vivere; altre volte devi lasciartelo alle spalle un poco per volta, come briciole lungo la strada che qualcuno inghiottirà, fino a che non ne rimanga più nulla.
Canta, mala luna, che amore e dolore non sono che la stessa cosa, e che questa cosa è quell’arabesco di luce e buio che chiamiamo disperatamente vita.

21 luglio 2024
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