Per chi è fatta la notte

Appennino Tosco-Emiliano, Alpi Apuane.

Maggio 2025

Sulle Apuane tutto è un po’ “di più” che altrove. Il facile è non così facile, il normale significa che ci devi pensare bene, il difficile significa che ci dovevi pensare meglio.

Le Alpi a noi più vicine, a metà tra l’Appennino e il mare: ogni volta che si risale a percorrere i “nostri” crinali, quella chiostra di denti aguzzi affondati nelle nuvole occupa l’orizzonte come la linea di quei confini con cui è meglio non scherzare.

Il confine tra andare a passeggiare in quota e sapere quello che si fa; ma anche il confine della consapevolezza di noi, dei nostri limiti e delle nostre paure.

La verità è che quelle montagne mi hanno sempre fatto un po’ paura, da lontano. Così, in uno di quei periodi in cui il demone del prendere e partire da solo è tornato a trovarmi con lo zaino già pronto, ho deciso che era il momento di farci un salto, e andare ad averne paura da vicino.

Sul confine

Passo del Cerreto. Monte La Nuda (1895 m.) da passo Crocetta – Vallone dell’Inferno e ritorno.

7,5 chilometri, +/- 651 m

C’è quassù una cert’ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu.

Che bella sorpresa ritrovare le parole di Silvio D’Arzo sui muri in pietra di Cerreto Alpi, paese natale della madre dello scrittore e presumibilmente luogo a cui si ispirano le sette case del paese senza nome di Casa d’altri, la descrizione di una montagna in chiaroscuro, fredda, terra fatale per disillusi “preti da sagre”…

“Parole di pietra”, frasi da Casa d’altri di Silvio D’Arzo sui muri di Cerreto Alpi

Visto il meteo incerto di questi giorni ho optato per un lento avvicinamento alla Toscana, fermandomi questa notte a bivaccare in quota a un passo dal confine. Dopo aver girovagato tra Cerreto Alpi e il suo antico mulino, e Cerreto Laghi con la sua grandeur da aria sciistica fuori stagione (da probabilmente qualche stagione) e la bella faggeta che circonda gli specchi d’acqua, prendo a salire dal passo Crocetta di fianco al Cerreto, con il peso di una notte fuori sulle spalle.

La risalita prima sul bosco e poi lungo il suggestivo, non solo nel nome, Vallone dell’Inferno presenta un dislivello costante e sfidante, reso meno sereno dall’avvicinarsi delle nuvole al di sopra della Nuda: faccio in tempo a raggiungere il Bivacco Rosario poco prima delle prime gocce, durante le quali mi appassiono a leggere e immaginare le vicissitudini di chi ha raccontato qualcosa di sè nel quaderno delle firme.

Monte La Nuda, bivacco Rosario lungo la Valle dell’Inferno

Quando le nuvole sembrano essersi rimesse in movimento, decido di tentare l’impresa e risalire il vallone fino al crinale, dal quale la vista a Sud, verso le Apuane, rimane coperta. Prima di puntare alla cima del monte La Nuda mi avvicino al monolite del Gendarme, poche centinaia di metri ad ovest, sul quale però si può salire solo in arrampicata. Ne tocco la roccia, e la grossa corda lasciata a penzolare: un punto umano nel mezzo delle nuvole basse, a una manciata dal vuoto su entrambi i lati, il buon vecchio “ma che cosa ca**o sono venuto a fare qui” stretto nella gola.

Vista dal crinale ovest del Monte La Nuda

Raggiungo la cima, con la vecchia stazione radio militare abbandonata, a due ore dal tramonto. Dall’altro lato, le comode piste da sci conducono dritte a Cerreto Laghi, ora nascosto ora celato, come tutto il resto del paesaggio, dalle nuvole basse che continuano a danzare intorno al crinale. Questa letterale risalita dell’Inferno mi doveva infine condurre a visuali da Paradiso.

Il cielo sopra La Nuda è tornato libero al mio ritorno al bivacco: dalla posizione privilegiata lungo questa vasta conca glaciale ammiro lo spettacolo del lento svalicare delle nuvole, infuocate dal tramonto.

Garfagnana

Anello Lago di Gramolazzo – Gorfigliano – Monte Calamaio (1041 m.)

15 chilometri, +/- 725 m

La pioggia inizia a battere l’asfalto appena lasciati alle spalle il passo del Cerreto e l’Emilia: un tempismo perfetto, mi dico osservando le cose ancora tutte asciutte in macchina.

Sapevo che con un meteo del genere non avrei potuto tentare alcuna cima elevata delle Apuane, allora ho preparato un piano B con un anello culturale vicino ai paesi di Gramolazzo e Gorfigliano, e nel frattempo che la pioggia va calando ripiego su un lento on the road tra i paesi della Lunigiana prima e della Garfagnana poi, passando tra fortezze, torri isolate, tornanti e piccoli centri.

Fivizzano, fortezza della Verrucola. Dettaglio
Gramolazzo, marmo e Apuane finalmente vicine

A Piazza al Serchio, dove al mercato conto cinque bestemmie in tre minuti di chiacchiere ascoltate e faccio il pieno di frutta a due euro, una semplice insegna annuncia il Museo italiano dell’immaginario folkorico.

Entro a dire il vero senza tante aspettative, e dopo qualche attimo di solitudine appaiono dal nulla due guide volontarie che mi accompagnano tra strumenti della filatura, Maggi drammatici registrati, storie su storie salvate su disco, cassetta e per iscritto, storie da tutta la regione e da altre parti del mondo. Più chiacchieriamo e più questo viaggio immaginario si popola di spettri, arti di morto che compaiono al posto delle candele, riti, streghe gigantesche in piedi a gambe divaricate sulle montagne, serpenti, mugnai in combutta col Diavolo (perché nelle storie sono sempre i mugnai ad avere qualcosa di losco), basilischi e folletti, questi ultimi conosciuti qui come da noi come quei Baffardelli dispettosi che ti si posano sul petto la notte togliendoti il fiato.

Quando arriviamo agli streghi hanno ormai la mia totale rapita attenzione: figure evanescenti che popolano la notte di processioni luminose e danze al chiaro di luna, talvolta a caccia di bambini le cui membra dilaniate verranno lanciate contro le finestre; di giorno trasformati in gatti, rapaci o altre bestie, oppure nelle vesti in incognito di abitanti del paese, magari, proprio il vicino di casa…

Verrucolette, retro della piccola chiesa

Esco dal museo affascinato e suggestionato, io da sempre incline alla fantasticheria: chissà, mi dico riavvicinandomi alla macchina, che ora quei due non stiano riassumendo, ridendo, la forma di animaletti o refoli d’aria che avevano forse quando sono entrato…

Lago di Gramolazzo. Sullo sfondo il profilo del monte Pisanino, la cima più alta delle Apuane.

Il lavoro realizzato dal Museo comprende anche la raccolta geolocalizzata delle storie legate ai singoli paesi e gruppi di case, alcuni dei quali sono sul mio anello di oggi intorno al lago di Gramolazzo e sul monte Calamaio, sopra Gorfigliano.

Veniva uno di Verrucolette, sempre per quella strada che veniva da Casciana, e quando arrivò in quel punto, che dicevano fosse il luogo dove c’erano gli streghi, lui pover’uomo aveva paura a passarci.  “Eppure” diceva “Eppure io bisogna che ci passi, sennò per dove passo?”. Quando fu nel mezzo a quella strada, gli apparve uno che gli disse: ”Chi è lei? E per chi è fatta la notte?”, così gli disse quello strego. E l’uomo gli rispose: ”E’ fatta per me e per lei e per chi ha voglia di viaggiare”. Dice che prese giù per questa discesa ripida e rotolava. Se gli avesse risposto male chissà cosa gli faceva!

 Studio la cartina e mi accorgo che, e ti pareva, mi trovo esattamente sulla strada della storia… Ho già detto di essere incline alla suggestionabilità?

Sul vecchio sentiero per Gorfigliano

Ma non erano streghi, quelli che dovevano finire oggi sul mio cammino, ma una figura veramente inaspettata: un’anacoreta che ha scelto queste montagne per una vita eremitica di preghiera e cammino. Le due chiacchiere davanti a un bicchiere d’acqua sono diventate un’intervista non scritta, che non riporterò per rispetto; ma una domanda, “Hai mai avuto paura?”, mi è sorta spontanea nel momento in cui ho capito, davanti a quegli occhi abituati a leggere dentro gli altri, che questo è un giro alla riscoperta della Paura.

L’abitato di Gorfigliano, paese di cavatori di marmo, appare tra le ginestre

Arrivo a Gorfigliano con le braccia segnate dai numerosi fuori sentiero e tratti nel bosco di questo giro, apparentemente facile ma ben poco frequentato, e un altro strappo mi attende prima della bassa cima del monte Calamaio: lungo questa ascesa osservo le cave affacciate al di sopra del paese, le lapidi per i cavatori e per un partigiano caduto giovanissimo, e il palo del tradizionale falò del Nataleccio che veglia su una vallata il cui aspetto fa capire come mai storicamente queste si chiamino Alpi.

Le Apuane settentrionali viste dalla cima del monte Calamaio.

L’ultima tappa di oggi prima di ritornare sul lago è la Chiesa Vecchia di Gorfigliano, con l’antico cimitero invaso dall’erba alta e dai fiori selvatici: le date di inizio Novecento mi riportano alle storie di lumi nella notte e spiriti che camminano, Bram Stoker, Mary Shelley e tombaroli senza scrupoli popolano questo bosco nel quale mi trovo solo con le prime gocce che stanno riprendendo a cadere… Suggestionabilità.

Vecchio cimitero di Gorfigliano

Due gatti, uno dei quali senza un occhio, mi riaccolgono alla civiltà sulla via del ritorno verso il mio alloggio.

”Chi è lei? E per chi è fatta la notte?”

Sulla vuota e umida Gramolazzo by night, il profilo delle montagne si staglia scuro nel blu. Il cielo è ormai sgombro di nubi, e anche per domani sembra che resterà sereno.

La mia passeggiata tra le case del borgo alla ricerca di segni ultraterreni e tracce di streghi, è osservata dal Pizzo d’Uccello in lontananza a ovest, là in fondo alla catena delle Apuane più vicine. Non riesco a staccare gli occhi da quel grande blocco di roccia che, ho deciso, sarà domani il mio battesimo apuano da escursionista.

Borgo di Gramolazzo. Sulla sinistra, il profilo del Pizzo d’Uccello.

Per chi è fatta la notte?”

Ho letto e riletto la descrizione della Via Normale fino alla sommità, non una grande elevazione ma comunque un bello strappo da fare su una piramide di roccia marmorea. Un sentiero Escursionisti Esperti, certo, ma sempre un sentiero, mi ripeto.

Anche quello di oggi doveva essere un ripiego medio-facile secondo la guida, ed eccomi qui con le braccia decorate dalle rive boscose.

Perché sulle Apuane, specifica la stessa guida, tutto va considerato “più difficile del normale”.

E grazie al –

Because the night belongs to lovers” canta Patti Smith.

Questa notte non ci sono amanti, consigli, compagni di escursione o amici che dicano lascia perdere. Non c’è neanche Patti Smith. Ci siamo io, la chiesa illuminata, un gruppo di slavi al biliardo dell’hotel e quell’ammasso di roccia laggiù.

Che attende.

E più lo osservo e più sento che é per questo che sono partito per l’ennesimo giro in solitaria senza giustificazioni o motivazioni, l’ennesimo reset di questa macchina che ha sempre qualcosa da sistemare, quel solito, piccolo guasto introvabile. Qualcosa che magari non vuole essere aggiustato.

Scruto le rive del lago in cerca di lucine misteriose, processioni mistiche, magari un canto di fata che attiri verso le profondità dei boschi; percorro il profilo dei monti forse sperando, senza confessarlo, in una nuvola che mi tolga dall’impiccio di farmi coraggio.

Nulla. Silenzio e limpido.

Per chi è fatta la notte?”

”E’ fatta per me e per lei e per chi ha voglia di viaggiare”.

Patti Smith non avrebbe superato la prova dello strego.

E io, per la mia, devo attendere domani.

Alpi Apuane

Ascesa al Pizzo d’Uccello (1782 m.), Via Normale – Cresta Sud Est dal Rifugio Donegani

7,6 chilometri, +/- 700 m

Il primo ruggito arriva che sono appena sceso dall’auto, presso il Rifugio Donegani.

Guardo il cielo azzurro, libero, e poi abbasso lo sguardo sui fianchi aperti della Val Serenaia e realizzo che quei tuoni sono prodotti dalle cave di marmo. Poco per volta, in questo normale mercoledì di lavoro i denti delle escavatrici staccano una briciola di montagna dopo l’altra, e il fragore del marmo grezzo in caduta interrompe regolarmente il rumore sordo e costante dei motori all’opera.

Ricompatto lo zaino, completo di caschetto, cordini d’emergenza e moschettoni per non lasciare proprio nulla al caso, e risalgo lungo il sentiero 37 verso la Foce del Giovo, passando proprio accanto alle cave all’opera.

Cave di marmo lungo i fianchi del Pizzo d’Uccello

Una volta raggiunto il crinale ovest delle Apuane settentrionali, posso ammirare dal lato opposto della stretta vallata i fianchi scoscesi, ancora ricoperti d’erba e di bosco fino al limite della roccia naturale, del più alto monte Pisanino e delle cime vicine: il confronto con le altre parti di montagna, mangiate dalle cave di marmo, è spietato.

Col sottofondo delle escavatrici, sento che la durezza di questo territorio è qualcosa che va ben oltre l’impervità delle montagne.

Fare a pezzi l’ambiente in cui si vive come unica fonte di reddito, un lavoro duro, rabbioso, ad alto rischio tra le Buche e gli Abissi che costellano la cartografia di queste vallate e nelle quali si può sparire come se non si fosse mai esistiti; e tutto questo perché si possano fare statue e palazzi, qualcosa che faccia sentire meno temporanea questa nostra specie imperfetta.

Le cose assurde che facciamo per strappare una briciola di eternità, mi dico; poi sposto lo sguardo e vedo la cresta sud est del Pizzo d’Uccello che mi attende.

E capisco anche la propensione alla bestemmia di questo territorio.

Pizzo d’Uccello, cresta sud est – via normale dalla Foce del Giovo

A poca distanza dal blocco finale del Pizzo d’Uccello, storicamente abitato come suggerisce il nome da corvi ed aquile, si staglia più scura degli altri picchi la Torre del Diavolo, sotto la quale dovrò passare sulla via del ritorno.

Supero anche la Foce del Giovetto, ultima chiamata per decidere di bypassare la cima ed iniziare direttamente la discesa: un attimo di esitazione, e via.

Lo sapevo, l’ho letto, mi sono preparato: l’ascesa è effettivamente sfidante e divertente, pur essendo “solo” una via escursionistica non attrezzata. Si sale comunque utilizzando le mani quasi quanto i piedi, tra camini, piccole traversate, e soprattutto un sacco di momenti del tipo “che cosa dovrei fare ora?”.

“seriamente, come dovrei salirla questa cosa?”

Il respiro si fa lento, profondo, il battito accelera un poco; ogni tanto, mi fermo a guardare i polsi tremare a mezz’aria. Ma le dita sono sicure, la roccia è perfetta per essere stretta, osservo con attenzione ogni spigolo dove mettere i piedi.

Il bacio della Paura è ancora lì, nello stomaco, come c’era ieri sera, come stamattina appena sveglio; scava come sento scavare alle mie spalle, nella vallata.

Ed è questa Paura, come una enorme strega con gli artigli appoggiati sulle montagne, che sono venuto a cercare, per aggrapparmici come a questa roccia bianca.

Come in quelle notti da bambino in cui la stanza sembrava essersi capovolta in modi strani nel buio e intorno c’era solo un grande vuoto: allora la scelta era tra restare paralizzati o iniziare a percorrere quel vuoto pieno di mostri, un passo alla volta, con le mani tese in avanti, perché solo così, muovendosi, si sarebbe toccato infine il muro e la stanza avrebbe smesso di essere fuori squadro. Solo così il vuoto sarebbe andato via.

Che la paura, come una strega o una fata, ha pur sempre qualcosa da insegnare. Che nel dubbio, non devi. Restare. Fermo.

Cima del Pizzo d’Uccello. Sullo sfondo, l’Appennino parmense e reggiano.
Apuane settentrionali viste dalla cima del Pizzo d’Uccello

Suggestionabilità. Probabilmente avevo voglia di drammatizzare un po’.

Osservo il profilo dell’Appennino dalla cima, finalmente ho cambiato il verso di questo confronto tra creste tra il mare e la grande Pianura: riconosco prima un monte, poi l’altro.

“Prima volta sulle Apuane da solo, e fai il Pizzo d’Uccello? … Hai commesso almeno due errori”, mi dice il primo dei due escursionisti che incontro sulla via del ritorno.

Lo so bene, ammetto. “Però – aggiunge subito – si vede che sai quello che fai”.

“Ci si prova”, sorrido, senza dirgli quanto mi faccia sentire sollevato sentirglielo dire.

C’è un confine tra andare a passeggiare in quota e sapere quello che si fa; ed è il confine della consapevolezza di noi, dei nostri limiti e delle nostre paure.

Le stesse che vengono a trovarci appoggiandocisi sullo stomaco in alcune notti, come folletti dispettosi.

Ma la notte è fatta anche per loro, come per noi, e per chiunque ha voglia di viaggiare.

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