(post off-topic. Il titolo è ispirato alla canzone We just wanna live degli Zen Circus)
Nel mio pc c’è una cartella “Scritti”. Vi sono raccolti i migliori brani e le poesie che mi hanno segnato, negli anni.
Vi è anche una sottocartella, “Miei”: anni di cose, considerazioni, viaggi mentali che ogni tanto, per ispirazione, per improvvisazione, ho voluto fissare.
A uno in particolare sono particolarmente affezionato. Perché anche ad anni di distanza, è il racconto di una storia che ancora, anche se forse più chiara, non è risolta.
E forse è giusto così. Forse è il suo bello.
Correva l’anno 2012. Molto tempo prima del taccuino nero.
Un attore con cui lavoravamo insieme al mio gruppo teatrale chiese di portare qualcosa, qualcosa che “ci rappresentasse”.
Accumulai un po’ di roba e la misi in una valigia, senza scrivere nulla. Poi, al momento di presentare la mia scelta, feci partire Nuvole nere di Einaudi.
Il giorno dopo, provai a mettere per iscritto quell’improvvisazione.
Nuvole nere
Una valigia. Piena di cose.
Cose.
Ma quello che in verità conta è la valigia.
Si, perché se si chiede di parlare della propria vita, di sé.. Beh ecco, forse la verità è che in 21 anni può capitare di sentirsi vivere, sentire chiaramente di stare facendo qualcosa, qualcosa di quelle che ti fanno i ricordi che ti porti per gli anni a venire, solo quando si è stati da qualche parte in viaggio, da qualche parte nel mondo..
Un ostello. Un albergo. Una tenda. Mai da solo, ma in fondo.. In fondo nell’animo sei tu e la roba che ti porti. Roba che in fondo non conta. Conta avere qualcosa, un biglietto, del carburante, e la voglia di partire. Perché il segreto è che non ti senti a casa da nessuna parte, ma non puoi fare a meno di cercare un posto, solo uno in cui sentirti vivo, per un po’, e poi andare di nuovo.
In fondo è solo una questione di partenze. Di scelte.
Di improvvisazione.
E quindi, poco importa cosa ci metti nella valigia. Neanche quando ti chiedono di portare qualcosa che parli di te, e tu ti guardi intorno e cerchi cosa possa rappresentarti dopo 21 anni… E ti guardi intorno e non vedi cose che parlano di te.
Cose accumulate, tenute ma che ti sembrano parlare di altre vite, di altri passati. In cui se eri tu, eri qualcosa di diverso.
Di perduto.
E allora in fondo non conta se in valigia metti i disegni che hai deciso di tenere, negli anni, tutti un po’ uguali, di fantasie, immagini, di quelli che ti facevano fare alle medie con le tempere e quelli che scarabocchiavi dappertutto durante le lezioni..
Potrebbero essere i diari, tutti della Comix, dalle medie fino all’ultimo anno di liceo, tutti scritti con quella calligrafia impossibile che non riuscirai mai a migliorare.. Li scorri, 2005, 2006, 2007.. Come se non avessi mai dovuto smettere di prenderne uno nuovo ogni anno, leggere tutte le barzellette della Comix a settembre e bruciarti così tutto l’anno ad annoiarti..
Ci metti la medaglietta che hai vinto alla campestre in seconda media.
L’aquila in fondo alla collanina che hai comprato una volta in Francia, e che ora è rotta in due.
I blocchi appunti, distrutti, pasticciati all’inverosimile tanto a 12 anni quanto a 19.
Scegli due bottiglie di birra vuote a caso, di quelle che collezioni da anni, tutte di marche diverse.
La giacca che hai portato per anni, anche quando era già rotta, dei Redskins senza che mai ti fosse importato del football americano.
Il cappello da cowboy comprato un’estate e sempre portato ai campeggi.
Il ricordo della volta che ti sei buttato da un ponte attaccato a un elastico.
Il sellino della bicicletta usata costantemente, nelle discese e risalite dal paese, fino al giorno in cui hai potuto passare al motorino.
La scatola vuota dei sigari che ti hanno regalato per i tuoi 19 anni, un regalo più azzeccato in fondo della chitarra regalata per i 18 che non hai mai imparato a suonare.. Riempita con le carte da gioco che hai preso per passare il tempo all’università.
Tutte queste cose, e altre, che scegli perché in fondo, ci dev’essere qualcosa di te in tutto ciò. Ma che ti fanno l’effetto di quando visiti la tua vecchia scuola e ti accorgi che quel vecchio cancello ti arriva alla vita. Ti guardi intorno e non riesci più a sentire che quel passato ti appartiene, se non come un posto in cui, comunque, si è stati per un certo periodo.
Come in un viaggio.
Alla fine di questo si tratta. Di andare, e le cose che hai, da un qualche passato, sapere ammettere che non ti potrebbero trattenere davanti alla possibilità di cambiare tutto, un’altra volta. Sapere lasciarle, come si lascia una ragazza, una strada, un’abitudine, senz’altro motivo se non che questo è l’unico modo per non sentirsi
Fermo,
bloccato.
E partire di nuovo, con nient’altro che la voglia dentro. Quella voglia di nuovo, di sentirsi vivo, reinventarsi e vedere fino a dove si può ancora arrivare.
Quanto ancora si è in grado di stupire tutto il mondo intorno.
Non farsi afferrare da questo mondo, che vorrebbe tenerti giù, al sicuro, con le 4 cose che parlano di te, le 4 persone che ti sono legate e tutto ciò che fa di te qualcosa di immobile, conosciuto.
Vulnerabile. Innocuo.
Saper negare (non rinnegare) tutto, puntare tutto ciò che si ha avuto fino ad ora per buttarsi nell’ignoto, nel rischio.
Una nuova possibilità.
Il rischio è quello di rimanere soli. Sconosciuti a tutti, anche a chi aveva creduto di conoscerti. Di sbagliare e non avere nessuno a recuperarti.
La possibilità è quella di vivere, davvero, ricercare una bellezza diversa su strade sempre diverse, scelte sempre nuove.
In ogni caso si tratta di andare. A cercare sé stessi, o forse fuggire proprio da se stessi, dai propri demoni.
Tentare di riempire con cose e posti sempre nuovi il vuoto che, in fondo, sta dietro ogni cosa.
Anche a ciò che fai.
Che ami.
A cui ti leghi.
A ciò che ti lega.
Forse la verità è che a stare fermi si finisce sempre col vedere sempre più insoddisfazione, accettazione, sofferenza e paura, in chi ha deciso di smettere di bruciare, ripartire, cercare.
Perché era più comodo, meno doloroso. Perché era giusto così. Perché conveniva.
Perché stanca, e fa male.
Quanto sei disposto a negare, stupire, lasciarti alle spalle per poter vivere davvero?
La verità è forse che in te c’è un vuoto ben più grande che nel tuo zaino, un vuoto più spaventoso di tutto quello che c’è nel mondo la fuori..
Tutto sta nel mettercela tutto per riempirlo.
Tutto sta nel ripartire.
Oggi, manca una settimana al prossimo viaggio improvvisato.
Con l’augurio, sei anni dopo, di saper ancora ripartire. E saper ritornare.
the blue backpacker
Anch’io ho condiviso un caro ricordo in questo post: https://wwayne.wordpress.com/2020/05/14/il-mio-primo-amore/. Che ne pensi?
"Mi piace""Mi piace"