Via degli Abati, novembre 2025 – giugno 2026
Schiena d’asino
Una specie di prologo che è anche un epilogo

Bardi – Bobbio, novembre 2025
novembre 2025
Nelle mie fantasticherie di ragazzino c’era una figura ricorrente: un vagabondo solitario, di nero incappucciato, burbero, fascinoso e misterioso. Il classico antieroe sempre solo, sempre di poche parole, sempre dannatamente tormentato dal passato e pronto a sparire nel nero abbraccio della notte o verso un tramonto infuocato: un po’ di Aragorn alla sua prima apparizione tra le ombre della locanda, un po’ di Ken Shiro e un po’ di Clint Eastwood mischiati sotto lo stesso mantello.
In queste storie auto-raccontate vedevo questo scuro eroe senza nome andarsene da una città medievale sotto la pioggia battente e i tuoni, nella notte, verso il suo destino d’avventure senza tante spiegazioni.
Che durante i miei vagabondaggi a piedi io debba assomigliare più a un trasandato hobbit che a un predestinato ramingo, l’ho capito già alcuni anni fa. Tuttavia quella scena ricorrente, con la città, il buio e la pioggia, mi è tornata in mente d’un tratto a distanza di vent’anni, davanti al ponte a schiena d’asino di Bobbio.
Era lo scorso novembre, e sotto una pioggia torrenziale scendevo dalle colline per raggiungere il celebre ponte sul Trebbia e chiudere così una camminata solitaria sulla Via degli Abati, iniziata due giorni prima sotto il castello di Bardi.
Mi ero lasciata alle spalle la Val Ceno risalendo lungo il fianco tortuoso del Monte Lama, tra impronte di lupi e schegge dello stesso diaspro rosso da cui emerge la grande fortezza. Crinali, boschi e paesi talmente vuoti da far sentire me un fantasma, e le poche voci sentite erano voci da tutto il mondo: qualcuno ritornato, qualcuno approdato, qualcuno che forse si era incastrato a sua volta tra le rocce e i faggi di queste terre di migranti.
Il Ponte Gobbo era apparso infine tra i lampi e la pioggia annunciata: nella cattedrale e nel borgo emblemi celtici e piccoli labirinti, simbolo da sempre del cammino tortuoso di ogni viandante – che sia santo, pellegrino, bandito o partigiano sulla grande terra di dio e degli uomini.
Volti amici, finalmente, avevano chiuso quest’avventura solitaria tra sfide, ricordi e ponti da ritrovare. Sotto la pioggia battente, una fisarmonica accennava ballate irlandesi sui ciottoli medievali, e nei boschi le ultime foglie volteggiavano senza clamore e preparavano il tappeto per i prossimi passi.
Allora non sapevo cosa mi aspettava, citando Calvino, oltre il ponte; cosa attendeva al di sopra di quelle nuvole nere di pioggia e di ragionamenti solitari; e non immaginavo cosa avrei trovato sotto quel tappeto di foglie cadute. Ed è proprio in questo non sapere nulla che sta l’essenza dell’avventurarsi: per etimologia, affidarsi a ciò che ancora deve accadere.
Come in quelle vecchie fantasticherie, un viandante giungeva fradicio in vista della prossima città, unico suono lo scroscio dell’acqua interrotto solo dal ritmico battere del suo bastone sui sassi secolari.
“Viandante di bastoni”, un nuovo avatar per i social e per queste storie, sarebbe arrivato qualche giro dopo. Ma forse era già in cammino da quel giorno di pioggia e anzi da molto prima, dai primi giochi tra l’erba e le nuvole da bambino – ma qui stiamo andando troppo indietro, ed è invece ora di iniziare questa storia.
Giorno 1
Bardi – Borgotaro
“Non esistono posti nuovi.
Ogni posto è già vissuto. Siamo noi ad essere nuovi per quei posti. Il nostro sguardo che vi si posa per la prima volta li rinnova al mondo“.
Fosse anche solo il nostro, di mondo.
Appunti scarabocchiati con le ginocchia sotto al mento sulla corriera per Bardi, nella stessa posizione contorta di vent’anni fa sulla corriera per la scuola.
Torno in Val Ceno per l’ennesima volta in poco più di un anno. Della grande fortezza, affacciata su questa valle così lontana da tutto, con le sue rocce scure e rossastre così aliene rispetto alla chiara arenaria dei miei panorami, ho un primo ricordo lontano, di gita delle elementari.
Dopo i mesi del corso da guida e le prime escursioni e esplorazioni dell’ultimo anno, mi è ormai diventato familiare il borgo con i suoi bar, i suoi forni, ed anche le bestemmie che, di prima mattina, risuonano da una delle botteghe con una costanza che va a onor del vero riconosciuta all’esaurito autore, mi sembrano accogliere ed augurare buon viaggio per questa seconda avventura sulla Via degli Abati.
Oggi in particolare mi serviranno fortuna ed energie sui 35 chilometri che mi separano da Borgotaro, la più lunga tappa che abbia mai affrontato in una sola giornata.

Il percorso di questa giornata mi riporta in Val Noveglia, ai piedi del Pizzo d’Oca dove campeggia il Monastero che dà il nome ad uno dei paesi, e da lì prosegue tra i primi castagni e borghi isolati e seminascosti dal verde intenso di questa stagione: Brè dalle risonanze longobarde, Gravago con la sua pieve immersa nel bosco, fino al paese di Osacca, dove nel Natale del 1943 ci fu il primo vero scontro tra i partigiani parmensi ed i nazifascisti, che ne uscirono sconfitti.




Dalla cima del monte Piano lo sguardo si apre finalmente sulla Val Taro, mia meta di oggi, e una volta superata la Maestà di Caffaraccia e presa la discesa verso il mio obiettivo di oggi inizio a riconoscere le cime dell’Appennino a me più note, mentre una bellissima “golden hour” si distende davanti ai miei occhi a incorniciare a valle il Borgo sempre più vicino.
Arrivo, dopo una giornata molto lunga di passi e elucubrazioni solitarie, ma ancora intero e senza dolori di sorta, dagli amici e ospiti di questa sera: Martina e Ivan, che già quattro anni fa (come vola il tempo quando metti un passo davanti all’altro) mi ospitarono prima della mia partenza sulla Via dei Remi, quella volta con destinazione mare.
Oggi come allora, le estate sono ogni anno più calde, le notizie da fuori sfidano ogni anno di più la nostra pazienza e il nostro incrollabile seppur flebile ottimismo nell’umanità, e noi continuiamo a cercare pretesti per buttar di nuovo lo zaino sulle spalle e partire, con una carta, una bussola e un obiettivo in testa.
Come ai tempi del buon vecchio Colombano, che prima di diventare San Colombano era un irlandese duro e litigioso con una fede incrollabile che un bel giorno decise di partire dalle sue brughiere d’Irlanda per percorrere l’Europa e predicare duro, e poi si fermò chissà perché in quel di Bobbio, tra rocce e fiume, e lì diede vita al grande monastero prima di andare a morire in una grotta.
In questi mesi ho pensato spesso a questi pellegrini-eroi di secoli fa, un po’ santi un po’ avventurieri con il bastone in spalla, pronti sia a portare la parola di Dio che a legnare eventuali briganti e miscredenti sulla via. Penso a come doveva essere quando tutta la tua vita poteva stare in quel prendere il bastone e partire, ed ogni passo, da quel momento in poi, diventava un’altra parte della tua Storia.
Perché alla fine è pur sempre per questo che torniamo regolarmente sulla Via, sia essa degli abati, degli dei, dei remi o di qualsiasi altra cosa vogliamo metterci per darle un nome. Per ricominciare a scrivere una nuova storia, la nostra, e trovarci un senso fosse anche solo per una manciata di chilometri, per una manciata di parole da raccontarsi per tenersi compagnia. Che poi magari è la definizione di Fede, o di Storia, più semplice e completa che ci sia.
E mai come in questi giorni sto capendo che camminare e scrivere hanno molto in comune.
Giorno 2
Borgotaro – Cervara
Il panorama familiare della Val Tarodine, appena lasciata Borgotaro, mi accoglie tra le nuvole in movimento di questa seconda mattina di cammino. Il primo tratto corrisponde infatti, fino all’abitato di San Vincenzo e la frazione dal nome non casuale di La Caminata, con quanto percorso quattro anni fa quando partii verso il mare sulla Via dei Remi.


Stavolta però proseguo passando il torrente Tarodine verso Valdena e il passo del Borgallo, da cui scollinerò di nuovo verso la Val Verde e la Toscana.
Oggi il vento soffia forte e fa risuonare i giganteschi castagni sopra Valdena, nel bosco dove cammino in completa solitudine.
Intorno a me resti di vecchi castagni caduti, nel cui diametro hanno fatto radici altri esemplari più piccoli, come a ricordarne la mole per le generazioni a venire.

Il rumore costante dei tronchi e dei rami scossi dal vento mi arriva come un lamento, o un canto: scricchiolii, ticchettii, piccoli richiami in lontananza.
Mi fermo. Mi concentro sugli odori e i dettagli del fogliame. Esco spesso dal sentiero di pochi passi per inoltrarmi nel cuore secco dei vecchi castagni caduti.
Campane dai paesi sullo sfondo, che già mi sembravano lontani. Osservo meglio. Resti di vecchi abitati ed essiccatoi in disuso da decenni si confondono nel bosco, ormai un tutt’uno con i tronchi e il verde.




Finalmente giunto al Borgallo, il vento mi costringe a fermarmi per poco prima di intraprendere il crinale lungo cui passa il Sentiero Europeo, fino al maestoso monumento a tutti i partigiani della Valle del Verde.

Giunto alla Cascata della Pisciarotta mi fermo per qualche foto d’obbligo, prima di intraprendere l’ultimo tratto fino all’abitato di Cervara, dove potrò spezzare la tappa riposando nella canonica dietro alla chiesa, messa gentilmente a disposizione solo per me da Michela, abitante della zona e collaboratrice della Via degli Abati.

Cervara è un paese di archi in pietra attraversati dai gatti, così tanti da sembrare i veri abitanti, sospettosi, arcigni, del luogo, mentre dai pochi residenti mi giungono sporadiche voci o richiami, per lo più rivolti proprio ai gatti.
Il paese abbarbicato su questo fianco della montagna ti osserva dai suoi “faccioni” in pietra posti sopra le porte, benauguranti o minacciosi a seconda, principalmente, dell’umore di chi guarda. Mi fermo su simili considerazioni, in cerca di un filo di campo per il telefono che continuamente si nega, mentre cala la notte nel silenzio del borgo.
Bisogna trovare qualcosa che ci faccia scampare, mi dico accingendomi a cucinare i noodles istantanei che mi sono portato per stasera: qualcosa che ci faccia non avere bisogno di campo.

Giorno 3
Cervara – Pontremoli
Sul foglio delle firme della canonica, tra dipinti sacri, mobili vetusti e festoni rimasti da feste di paese, le firme e i saluti pieni di gratitudine di chi è passato sulla Via negli ultimi anni. Aggiungo la mia dedica prima di lasciarmi alle spalle gli archi e i volti di questo paese e intraprendere la discesa verso Pontremoli e la fine di quest’avventura.

Dopo alcuni tornanti su sentiero e strada asfaltata, mi si apre il panorama sull’Appennino da una parte e sulle Apuane dall’altra, illuminati entrambi in controluce dal primo sole del mattino.


Prima che i sentieri lascino del tutto il posto all’asfalto per gli ultimi chilometri fino alla città, il bosco mi regala un ultimo, inatteso incontro con uno dei suoi veri abitanti, incuriosito abbastanza da fermarsi qualche secondo a osservarmi e permettermi uno scatto volante.

La città medievale mi accoglie infine con i suoi ponti, i suoi testaroli al pesto e soprattutto con le temperature in vertiginosa risalita di questi giorni.
Nel castello che ospita il Museo delle Statue Stele, la voce famigliare del grande attore parmigiano scomparso Gigi Dall’Aglio mi racconta di questi incredibili manufatti rinvenuti esclusivamente nella Valle del Magra. Volti di pietra avvolti nel mistero, testimonianza di un popolo da lungo scomparso, mi fanno quindi compagnia nell’attesa delle ultime ore prima del treno di ritorno.

La voglia, il bisogno o l’istinto di lasciare una traccia è quello che ritorna sempre, sia essa nei volti di pietra, o nei blocchi di arenaria squadrati fino a ricordare una spalla o levigati fino a prendere la forma arrotondata di un seno.
Chi era questa gente che si disegnava con quelle tre linee a formare gli occhi e il naso, mi chiedo, affascinato. Chi era la gente i cui passi torniamo a seguire mettendoci sulle Vie, spesso inconsapevolmente.
Da qualche parte, in ogni momento, i castagni ancora lasciano il loro canto di scricchiolii al vento, perché chi passi possa ancora udirlo, da qualche parte del corpo.
E così ogni volta che ci incamminiamo torniamo a scrivere un racconto, per lo stesso scopo di sempre: lasciare una traccia. Per noi, che ancora cerchiamo fili o Vie che ci conducano a capirci meglio, o almeno a capirci qualcosa; e per chi un giorno saprà scorgerla, anche in mezzo al bosco più selvaggio.
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